Medici veronesi nell’inferno di Gaza: «Non credete a chi parla di tregua»

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PalMed Europe

Medici veronesi nell’inferno di Gaza: «Non credete a chi parla di tregua»

Alessandra Vaccari
Il professor Gian Franco Veraldi, direttore di Chirurgia vascolare, all’ospedale Borgo Trento Verona e il dottor Marco Priviero, anestesista sempre dello stesso ospedale, sono a Gaza.
I medici veronesi Gian Franco Veraldi e Marco Priviero a Gaza con il medico palestinese Ahmed Abo Nada
I medici veronesi Gian Franco Veraldi e Marco Priviero a Gaza con il medico palestinese Ahmed Abo Nada
Gaza, in sottofondo il rumore dei droni e degli spari
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Hanno lasciato le loro vite, i loro affetti, le loro posizioni negli ospedali, dove ci sono luce, acqua, campi sterili, bende, strumentistica e qualsiasi genere di farmaco, per andare dove non c’è nulla. Solo morte, dolore, paura. Ma anche tanta resilienza e determinazione a non lasciare la propria terra. Né da vivi, né da morti.

Il professor Gian Franco Veraldi, direttore di Chirurgia vascolare, all’ospedale Borgo Trento Verona e il dottor Marco Priviero, anestesista sempre dello stesso ospedale, sono a Gaza, inviati attraverso PalMed Europe in collaborazione con l’Oms, per prestare soccorso sanitario alla popolazione in un momento di sofferenza umanitaria e sanitaria senza pari.

La presenza di questi professionisti è un segnale concreto di speranza e sostegno al popolo palestinese che è grato ai medici e lo dimostra con sorrisi che riempiono il cuore. Ma le immagini che arrivano dai nostri medici, l’anima, la strappano. Per loro qualche ora di sonno a notte, perché i droni continuano a sorvolare e a sparare. E un colpo di drone visto dall’esterno è poca cosa, ma all’interno spappola gli organi.

Tregua

«Dovete immaginare un posto dove non c’è nulla. E quando dico nulla, è nulla davvero. Si dice che ci sia la tregua. Non credeteci, non è vero. Qui vedo bambini con spari in testa. Non ci sono farmaci a sufficienza, non c’è la possibilità di fare diagnostica, non una Tac, un’eco, niente. La diagnosi la fai clinica e poi tenti il tutto e per tutto, ti ingegni con quello che hai. Noi curiamo ferite da arma da fuoco e facciamo qualsiasi tipo di intervento», spiega il professor Veraldi, raggiunto al telefono al termine di una sua giornata di lavoro. In sottofondo il rumore dei droni e alcuni colpi d’arma da fuoco.

Testimonianza

«Noi lavoriamo prevalentemente in un ospedale nel Nord della Striscia, Al Shifa, ma ci spostiamo dove serve, anche al Sud. Le strade sono state bombardate, praticamente sono diventate mulattiere e quindi anche gli spostamenti sono problematici, si va a passo d’uomo. Operiamo come e dove possiamo: abbiamo fatto un intervento per l’amputazione di un piede diabetico in un garage. Siamo medici di tutto il mondo e cerchiamo di fare quello che possiamo collaborando tra noi, confrontandoci. Arrivare qui non è stato semplice, in Israele volevano sequestrarmi anche gli occhialini da ingrandimento che uso per operare. La verità vera, e non ho alcuna intenzione di fare strumentalizzazioni politiche, è che gli israeliani non vogliono che curiamo le persone».

E ancora: «C’è polvere ovunque, altro che camere sterili. I calcinacci sono ovunque, sembra di essere in una ospedale-cantiere. Ed essendo vicini al mare, spesso c’è vento e la polvere si insinua ovunque. C’è una forte escursione termica, di giorno arriviamo a 14 gradi, ma di notte fa veramente freddo. E quando piove, e qui piove tanto, si allaga tutto. Le tende, le strade, anche arrivare dall’edificio dove abitiamo all’ospedale è un’impresa. E chi è ferito, è stato operato, resta con le ferite bagnate con il rischio di infezioni. Opero indossando gli stivaloni di gomma. Le persone hanno fame. A volte lasciamo il nostro cibo ai bambini. Ogni giorno c’è una piccolina sola al mondo, avrà forse tre anni, che ci aspetta e ci segue perchè sa che le diamo qualcosa. Alcuni ragazzini ci hanno regalato una medaglia di latta. Ho regalato un cioccolatino ad un bimbo, mi ha portato un fiore. Ci ringraziano tantissimo, donandoci quel poco niente che hanno. E da questo popolo impariamo la resilienza. Non si lamentano, aspettano, a volte mi domando come, nonostante certe patologie, ci siano persone che sopravvivano. Nelle loro stesse condizioni da noi, morirebbero. Pochissimi di loro parlano inglese, facciamo fatica a comprendere quello che ci dicono, ci aiuta un medico palestinese Ahmed Abo Nada, che è primario della Chirurgia vascolare di Al Shifa. Noi siamo nell’ala che una volta era la maternità, questo era un ospedale modernissimo. È stato bombardato», continua Veraldi. 

Distruzione

E le foto che invia mostrano com’era quell’ospedale e com’è oggi, mezzo sventrato, «noi non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere dove viviamo. Abbiamo tutto. Qui non c’è niente. Il mio rientro in Italia è previsto per l’11 febbraio. So che sarò molto diverso da quando sono partito, a livello emotivo è un’esperienza che mette molto alla prova. La situazione è inumana, ecco questo è il termine esatto».

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