Sabato scorso non si dimenticherà facilmente. Resterà scolpito nella memoria collettiva come uno di quei momenti in cui lo Stato ha mostrato uno dei suoi volti più fragili. Un combinato disposto che ha prodotto una delle pagine più brutte della storia recente.

Guerriglia urbana a Torino

Le inaugurazioni dell’anno giudiziario si sono trasformate in un vero e proprio Vietnam contro la riforma della magistratura, coincidendo con i moti di Torino che evocano un clima che rimanda agli Anni di piombo. Torino brucia. C’è stata una vera guerriglia urbana, con l’immagine simbolo di un poliziotto a terra, colpito con sbarre e martelli. La preoccupazione è che, sull’onda emotiva dei fatti di Torino, si risponda con provvedimenti emergenziali e muscolari. Invece di prevenire, rafforzando gli organici delle Forze dell’ordine, garantendo loro protezione e certezza giuridica nell’azione quotidiana, si rischia di colpire a vuoto, lasciando liberi i criminali e criminalizzando chi opera sul campo.

La riforma della magistratura

E non va dimenticato quanto accaduto nei distretti giudiziari durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Al centro dello scontro, la riforma della magistratura. Da una parte il governo; dall’altra una vasta area di cittadini favorevoli al referendum, che non coincide affatto con l’elettorato del centrodestra. Gli interventi a difesa dello status quo ante hanno avuto toni diversi, ma un comune denominatore: la “ribellione” di un ordine giudiziario che sembra dimenticare di non essere un potere politico. Un ordine geloso delle proprie prerogative e ostile a una riforma parlamentare volta a rafforzare lo Stato di diritto nell’interesse dei cittadini. Non c’è stata alcuna ammenda sul fatto che vi siano stati innocenti in carcere per decenni. Ma sui suicidi in carcere il silenzio è stato assordante. Nel 2025 se ne sono contati 80: il terzo dato più alto di sempre, mentre le morti totali hanno raggiunto quota 238. Un’emergenza drammatica, liquidata come materia “non di competenza”. In compenso, si è detto che la riforma sarebbe “punitiva”, che favorirebbe la mafia, che la politica voglia “le mani libere”, che basti un soffio per tornare a Mani Pulite, che media e social alimentino complotti contro la magistratura. Si è sostenuto, infine, che la riforma intaccherebbe autonomia e indipendenzadella magistratura: una tesi infondata, poiché l’articolo 104 della Costituzione resta pienamente salvaguardato. E l’articolo 21 garantisce a tutti la libertà di manifestare il proprio pensiero: libertà ampiamente esercitata dai magistrati nel corso della campagna referendaria.

Un’ultima osservazione: al Ministero della Giustizia operano circa 200 magistrati a supporto del ministro Nordio. Non risulta che siano “passati al nemico” o abbiano tradito il loro ordine. In Italia, la parola “riforma” continua a non piacere. “Il nostro Stato resta un mosaico di corporazioni: alcune forti per inerzia, altre per aggressività”, tutte accomunate dalla difesa dei propri privilegi. A ben vedere, siamo ancora prigionieri dello spirito della Controriforma. Il passato, semplicemente, non passa.

Biagio Marzo