Bella ciaoè per tutti la canzone simbolo della Resistenza, che combatté il nazi-fascismo durante la guerra. Anzi, come ampiamente documentato anche nelle fonti dell’ANPI, il testo è diventato l’inno ufficiale della galassia partigiana e di quel vasto e variegato fronte dell’antifascismo solo vent’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso, per darci una datazione certa e verificata, la canzone è assurta a colonna sonora identitaria della sinistra. Il punto è che da allora, in particolare nell’ultimo decennio, la canzone è stata intonata a ogni piè sospinto, anche quando molto probabilmente non ce n’erano i motivi per farlo e le condizioni politiche erano ben altre. Insomma, il pericolo imminente di un ritorno dell’Italia nelle fauci del fascismo era solo una tattica di corto respiro per provare a governare l’agenda del dibattito pubblico.

Il valore e la forza di quel testo avevano presa e senso fino a quando nell’immaginario collettivo il ricordo delle sofferenze e della tragedia del conflitto rimanevano vivi. Ma, anche con il passare dei decenni, la carica simbolica di un contenuto non viene mai meno del tutto, se si è attenti e parsimoniosi nell’utilizzo e si comprende quale sia il contesto più coerente per accoglierlo. Invece, sembra proprio che Bella ciao abbia fatto il percorso inverso trasformandosi, perché è stata adattata a tutto e al contrario di tutto, da farfalla a crisalide. La comunicazione politica ha le sue regole, che ultimamente, in particolare nel centro-sinistra, parlamentari e leader sembrano non voler ascoltare o, peggio, continuano ad applicare male nella ricerca di catturare una quota sufficiente di audience, senza la quale la narrazione che portano avanti perde la sua portata. Al primo posto tra queste regole, c’è la necessità di sintonizzare il messaggio, le forme e gli stili al contesto attuale, altrimenti il rischio più grande in cui si resta impigliati è di passare dalla ricerca di un’efficacia comunicativa all’approdo nel mare del ridicolo.

È questo il caso di Bella ciao, canzone di un’Italia che si identificava e solidarizzava con la lotta di liberazione, e che in quel periodo storico trova la sua collocazione, a semplice cerotto che nasconde un vuoto di strategia. È da tempo che si continua a tirarla fuori, a cantarla a squarciagola con una mimica da ultimo dei mohicani, per denunciare tutte le derive, vere, possibili e presunte, neo-fasciste o neo-razziste. Un utilizzo che diventa asincrono rispetto al contesto attuale, dove quelle parole perdono efficacia perché rimandano a un momento collettivo irripetibile e non replicabile, checché se ne dica e se ne scriva. L’attualizzazione oltremisura di Bella ciao, trasforma quello che è inno di libertà e di democrazia in una colonna sonora da avanspettacolo e finisce per danneggiare più che valorizzare la comunicazione politica di chi cade nella trappola.

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Domenico Giordano è spin doctor per Arcadia, agenzia di comunicazione di cui è anche amministratore. Collabora con diverse testate giornalistiche sempre sui temi della comunicazione politica e delle analisi degli insight dei social e della rete. È socio dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica. Quest’anno ha pubblicato “La Regina della Rete, le origini del successo digitale di Giorgia Meloni (Graus Edizioni 2023).

Domenico Giordano