«Cosche radicate nel Veronese». Ma la Procura antimafia non arriva

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Anno giudiziario al via

«Cosche radicate nel Veronese». Ma la Procura antimafia non arriva

Fabiana Marcolini
Dal Procuratore generale la mappa dell’illegalità in Veneto, attenzione sulla presenza della ’ndrangheta nella nostra provincia. Esclusa l’ipotesi Corte d’Appello in città
L'inaugurazione dell'anno giudiziario a Venezia
L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Venezia
L'inaugurazione dell'anno giudiziario a Venezia
L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Venezia
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Un quadro, quello della Giustizia in Veneto, nel quale emerge un dato incontrovertibile. Ovvero «la costante presenza della criminalità organizzata», è un passaggio del discorso del procuratore generale di Venezia, Federico Prato, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, sottolineando che «le indagini svolte e le sentenze restituiscono la mappa territoriale che vede prevalentemente l’aggressione delle province di Padova, Venezia, Verona e in misura minore di Vicenza».

 

 

La spartizione territoriale, ha spiegato Prato, «vede dominante la criminalità calabrese ‘ndranghetista (cosca Grande Aracri, Gerace, Albanese) nelle province di Padova, Verona e Vicenza, mentre il fenomeno camorristico interessa la parte orientale della provincia di Venezia».

Verona e provincia sono state citate spesso nella sua relazione che si riferisce a quella inviata dal procuratore Raffaele Tito in autunno, citati i processi Isola Scaligera e Taurus, la conferma in Appello del quadro accusatorio e delle condanne inflitte in primo grado a Verona. Ma la citata apertura del tribunale della Pedemontana, nell’ambito della giustizia di prossimità (il disegno di legge governativo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri l’anno scorso e attualmente è all’esame di Parlamento) esclude, per l’ennesima volta, la possibilità dell’istituzione della Corte d’Appello a Verona, prodromica all’insediamento di una procura distrettuale antimafia nel territorio dove la ’ndrangheta ha stabilito, da decenni, un centro di potere in grado di alterare il tessuto economico utilizzando il metodo mafioso.

Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia emerge il calo dei processi in Corte d’Appello (da 8.342 a 7.113 nel 2025) nonostante le maxi inchieste mentre sono aumentati i procedimenti in Corte d’Assise, a causa dell’aumento delle fattispecie di reato di competenza della Corte, oltre agli omicidi e alla riduzione in schiavitù ora c’è anche la violenza sessuale in danno di minori. Restano in linea con l’anno scorso anche i reati in materia di violenza di genere: 2.166 i procedimenti iscritti nel Distretto con 228 richieste di misura cautelare. E per quanto riguarda le misure disposte dl gip sono state emesse 34 custodie cautelari in carcere, 14 arresti domiciliari 3 obblighi di dimora, 191 allontanamenti dalla casa familiare e 6 anche con il divieto di avvicinamento. Tre invece le misure di sicurezza. 

Una giustizia che risente, in maniera sempre crescente, di una cronica carenza di personale, il problema reale, sottolineato anche da Anm, per garantire una risposta veloce ai cittadini che si rivolgono alla giustizia.

Nessuna polemica  sull’imminente referendum, solo un accenno, al termine del discorso, l’ha fatto il presidente della Corte d’Appello Rita Rigoni riguardo alla riforma della legge Costituzionale.
«I punti cruciali non attengono alla separazione delle carriere, dallo studio sulla mobilità del Csm emerge la riduzione progressiva di cambi di funzione e i dati oggettivi restituiscono un quadro di ”autonomia” della magistratura giudicante (le assoluzioni sono il 46% delle richieste di condanna fatte dai pm).

Le questioni di più peso attengono alla previsione di due Csm con composizione in base a sorteggio puro per i magistrati e all’attribuzione della giurisdizione disciplinare all’Alta Corte dove la componente togata è estratta con sorteggio puro». Da qui la considerazione che la funzione giudiziaria «deve essere esercitata non per privilegio ma come condizione imprescindibile della terzietà». 

Nota dolente, come detto, la carenza di personale che incide sulla rapidità della gestione dei carichi di lavoro e che in ogni tribunale del distretto si differenziano. E se la media è formalmente del 32,44%, in meno, si va dal 46% di Belluno al 37% di Verona e Vicenza, dal 31% del tribunale dei Minori al 30% di Rovigo, 29% di Venezia e infine al 22% di Padova.

Percentuali che non migliorano se si prendono in considerazione le distinte figure professionali, note dolenti che non risparmiano nessuna delle procure venete dove l’unico barlume è dato dall’accordo quadro firmato tra il Ministero e la Regione nel 2023 (unico in Italia) che consente di assumere personale collocato nelle graduatorie di concorsi in Veneto. Modalità di reclutamento, ha concluso il procuratore generale, che attingendo da elenchi di persone che non prevedono la possibilità di trasferimento in altre regioni, consentono di contenere la migrazione verso altri distretti. 

 

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