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Luca Ricolfi, sociologo, saggista e docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, analizza con noi la postura acrobatica della sinistra italiana sul tema della sicurezza.
La sinistra non riesce a fare i conti con la sicurezza, che pure è sempre in testa tra le priorità degli elettori. Perché? Da cosa deriva questo bias?
«Non sarei così drastico, per due ragioni. Innanzitutto, a non saper fare i conti con la sicurezza non è la sinistra in quanto tale, ma la sinistra massimalista. La sinistra riformista talvolta ha saputo farli, quei conti, con i governi Renzi-Gentiloni, grazie al ministro Minniti. Talvolta non ne è stata capace, anzi ha fatto disastri (ai tempi del primo governo Prodi, con l’indulto). In secondo luogo, c’è una parte della sinistra — i Cinque Stelle — che sulla sicurezza aperture ne ha fatte e continua a farne spesso, con Chiara Appendino, ad esempio. Il loro giustizialismo, che in generale non mi piace, può anche condurre a scelte ragionevoli, come quella di ristabilire la procedibilità d’ufficio per reati come violenza sessuale e furto, sciaguratamente abolita dalla riforma Cartabia. Detto questo, è vero in generale che un bias, un tabù verso la sicurezza, fa parte della mentalità di sinistra. Ma le radici di questo tabù sono tanto ramificate quanto vaghe: buonismo, fiducia nella mitigazione del sistema penale, garantismo a senso unico, giustificazionismo verso la criminalità comune (“è sempre colpa della società”). È un atteggiamento mentale, quasi un riflesso pavloviano, che riguarda la cultura di sinistra nel suo insieme, inclusa quella riformista.
Non so se ricorda, ma nell’ultima campagna elettorale per le Politiche fu il moderato Enrico Letta a coniare, contro alcune ragionevoli idee di Giorgia Meloni, lo slogan “viva le devianze”».
Vero, e non aveva portato buoni frutti. Lei conosce bene Torino. Che cosa sta succedendo? Askatasuna è stato sottovalutato a lungo?
«Sottovalutato, dopo decenni di illegalità? No: fu valutato esattamente, ma accettato in nome di una precisa visione politica. Una visione perfettamente incarnata dal sindaco Pd Stefano Lo Russo, che in nome dell’inclusione non ha esitato a legittimare gli attivisti di Askatasuna. Che sono stati violenti sempre: prima, durante e dopo le aperture del sindaco. Che non si tratti di sottovalutazione ma di valutazione consapevole lo si capisce dal fatto che — anche dopo le devastazioni di qualche giorno fa — le valutazioni a sinistra non sono cambiate. Dopo l’ovvia condanna delle violenze, riparte la prevedibile filastrocca delle giustificazioni, delle spiegazioni, delle distinzioni più o meno sottili».
Quale potrebbe essere la sua soluzione per i cortei violenti? L’idea dell’indennizzo la convince? Il fermo preventivo è praticabile?
«Nessuna delle misure di cui si parla è decisiva, e alcune sono pure discutibili. Ma ci sarebbe una misura che, da sola, avrebbe un effetto dirompente e ridurrebbe quasi completamente il potere dei violenti».
Quale misura?
«È semplice: una grande manifestazione nazionale, indetta da tutti i partiti che hanno a cuore la democrazia e la legalità, contro l’uso della violenza e della sopraffazione come armi politiche. La verità è che nessuna rete, neanche la più fine e capillare, potrà mai intrappolare tutti i “pesci-delinquenti”, ma togliere loro l’acqua in cui nuotano basterebbe a neutralizzarli».
Meloni ha aperto a un decreto condiviso sulle nuove misure. Il centrosinistra appare restio: sbaglia?
«Il centrosinistra farebbe benissimo a dare una mano, anche egoisticamente. Perché — se vogliono ottenere la fiducia degli italiani — Schlein e Conte hanno più che mai bisogno di apparire credibili, e questa è una formidabile occasione».
Il Pd non coglierà l’opportunità?
«Per l’elettore medio i temi importanti sono sicurezza, salari, sanità. E su questi temi la partita è ancora tutta da giocare. Dopo Askatasuna, Schlein ha un’ottima occasione per scegliere fra l’autolegittimazione e il suicidio politico».
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Aldo Torchiaro
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