Apertura al dialogo e minacce. Tentativi di arrivare a un accordo, ma anche una tensione che non diminuisce. E che rischia di sfociare nell’incidente che si rivela il “casus belli”. Tra Iran e Stati Uniti, c’è un’ultima chance per trovare un’intesa. Il tentativo è gestito in questo momento soprattutto da Egitto, Qatar e Turchia, impegnati a far partire il negoziato e a mediare prima che esploda un conflitto dai confini ancora indefinibili. Ma il clima che si respira in Medio Oriente è quello di attesa, cautela e anche nervosismo.

Ieri, Reuters ha rivelato che un caccia F-35 USA ha abbattuto un drone iraniano Shahed-139 che si era avvicinato “aggressivamente” alla portaerei Abraham Lincoln. Poche ore prima, alcune motovedette dei Pasdaran si erano avvicinate a una petroliera americana nello Stretto di Hormuz cercando di fermarla. La nave ha aumentato la propria velocità fino ad arrivare vicino a un’unità della flotta Usa. L’episodio è un ulteriore segnale di come qualsiasi evento possa avere conseguenze gravi. La situazione rischia di cambiare da un momento all’altro. Ieri, dopo che si era parlato di un incontro ormai quasi certo venerdì a Istanbul, il portale Middle East Eye ha messo in dubbio la scelta della Turchia come sede dei colloqui. L’ipotesi della città sul Bosforo resta comunque quella principale, con l’idea di ospitare i delegati Usa, Jared Kushner e Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi (che starebbe comunicando via sms con lo stesso inviato del tycoon) e gli omologhi di Turchia, Qatar, Egitto, Oman, Arabia Saudita e Pakistan. Ma nelle ultime ore, l’Iran avrebbe avanzato la richiesta di tenere i colloqui in Oman e solo in formato bilaterale.

In ogni caso il summit, in qualsiasi modalità si terrà, ha ancora diversi punti interrogativi. L’amministrazione Trump ritiene che Ali Khamenei, la Guida suprema, non è disposto al compromesso. Teheran non si fida. Il presidente Masoud Pezeshkian ha detto di avere “incaricato” Araghchi di partecipare ai colloqui ma “a condizione che esista un ambiente adatto, libero da minacce e aspettative irragionevoli” e con l’obiettivo di arrivare a “negoziati giusti ed equi, guidati dai principi di dignità, prudenza e opportunità”. Un alto funzionario iraniano ha messo in chiaro che “non negozierà in alcun modo sulle sue capacità difensive”.

Un tema, questo, sensibile soprattutto per Israele. Ieri, il premier Benjamin Netanyahu ha incontrato Witkoff a Gerusalemme per fare il punto della situazione su Gaza, ma soprattutto Iran. Israele non vuole che la Casa Bianca abbia un atteggiamento morbido. Non solo per quanto concerne il nucleare, ma anche per la rete di alleanze e soprattutto per il programma missilistico. Secondo Axios, i due alleati sarebbero in questo momento su posizioni diverse. Trump rimarrebbe contrario, in linea di principio, a un attacco su vasta scala. Mentre Israele si sarebbe opposto a raid di portata limitata in quanto ritenuti “simbolici” se non addirittura “controproducenti”. A detta della testata, sarebbe proprio Israele spinge per un’operazione ampia e complessa. Ma al momento, la Casa Bianca vorrebbe evitare l’escalation regionale e dare a una chance al negoziato anche se limitato al solo programma nucleare.

Su questo punto, le discussioni vertono anche sul destino dell’uranio arricchito degli ayatollah. Secondo Haaretz, la Turchia si era proposta per immagazzinarlo in modo da toglierlo, in via concordata, all’Iran. In questi giorni si era anche parlato della Russia come potenziale terra d’approdo dell’uranio iraniano. Secondo il New York Times, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Larijani, aveva consegnato al presidente russo Vladimir Putin un messaggio di Khamenei in cui si diceva pronto a trasferire l’uranio arricchito a Mosca. A detta del Nyt, Teheran avrebbe anche offerto di fermare o sospendere il suo programma nucleare. Ma Ali Shamkhani, consigliere politico di Khamenei, in un’intervista alla tv libanese Al Mayadeen ha escluso il trasferimento: “non c’è motivo di spostarlo fuori dall’Iran”.

Lorenzo Vita