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L’analisi/ Federalismo pragmatico (graduale) per l’Europa
La discussione su “unanimità – diritto di veto” nell’Unione sta rilanciando il tema dell’Europa a due velocità o a geometria variabile. L’escamotage adottato per i fondi all’Ucraina, con assunzione di debito comune, ha indicato una strada che, però, non può che essere provvisoria: si firma, rispettando l’obbligo dell’unanimità, un impegno comune, ma nel testo dell’accordo è prevista la clausola dell’”opting out”, in luogo dell’esercizio del diritto di veto ” ab origine”, sull’accordo, da parte dei Paesi dissenzienti. Si formano così di fatto due gruppi di partner europei con un meccanismo, però, che sfiora il bizantinismo e può avere solo vita breve. Ma sarebbe possibile una fase costituente riguardante la distinzione tra Paesi che vogliono accelerare l’integrazione e altri che optano per un percorso cadenzato? Non vi è il rischio di una distinzione tra Paesi di serie A e di serie B? Ma ci si deve fermare alla diversa velocità o alle geometrie variabili oppure bisogna imboccare la strada, indicata da Mario Draghi in occasione della laurea honoris causa ricevuta dall’Università di Lovanio, cioè il passaggio dalla Confederazione, oggi “lato sensu”configurabile, alla Federazione europea? Le motivazioni che egli ne ha dato sono solide e muovono dalle conseguenze del crollo dell’ordine internazionale come lo abbiamo conosciuto per decenni, dal ruolo che non solo nell’economia hanno assunto gli Usa e la Cina e dal conseguente rischio di un’Europa che diventi subordinata, divisa, deindustrializzata, tutto in una volta, rimanendo incapace di tutelare i propri interessi e, alla lunga, i propri valori.
Nel nuovo ordine che si sta affermando, tenendo conto dei dati innanzitutto economici che Draghi cita, si potrebbe dire che per l’Europa vi è il pericolo di trasformarsi manzonianamente in un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro. Potrebbe comunque, l’Europa, continuare ad essere solo un grande mercato, ma sottoposto alle priorità altrui. Se non si va avanti, sostiene in buona sostanza Draghi, verso un realistico assetto federalistico che mimi, nei settori più importanti, quello dell’euro, il rischio è che si potrà essere poi costretti a decisioni pesanti, riprendendo quota i nazionalismi, lontani dall’integrazione europea e dalla migliore tutela degli interessi dei partner. È un campanello di allarme che progressivamente, con il trascorrere del tempo, compare negli interventi dell’ex Presidente della Bce e sale di tono e di urgenza. L’osservazione che si può fare è che una scelta di questo tipo, ancorché motivata da ragioni fondate, ha un carattere radicalmente costituente, di rottura con l’assetto attuale ancor più che di evoluzione, e non è facile immaginare quanti Stati sarebbero disposti ad adottarla. Vi è comunque sempre da rilevare che per superare, in questo progetto come in altri, il potere di veto bisognerà farlo in vigenza di tale potere e per alcuni, non convinti o legati ai localismi, sarebbe come la frase idiomatica dei “tacchini che votano per Natale”. Un progressivo, pragmatico avanzamento, magari per settori, sarebbe forse più realistico e dovrebbe essere accompagnato da decisioni – simbolo, quale potrebbe essere la riforma dell’Europarlamento conferendogli almeno il potere di proposta ( nonché piena decisione) legislativa e circoscrivendo le attribuzioni del Consiglio. Ma, per fare ciò, perché non si presenti come un’operazione che sottrae sovranità ai singoli Stati, ma sia vista, come effettivamente è, un’operazione che li mette concretamente, con il diritto e i fatti, nelle condizioni di esercitare insieme una più ampia sovranità, è necessario valorizzare finalmente il principio di sussidiarietà verticale in base al quale ciò che può essere fatto a livello inferiore non va accentrato. L’obiettivo della Federazione resterebbe nello sfondo e dovrebbe essere conseguito con le idee che marciano sulle gambe delle persone e con l’attualizzazione delle finalità sociali. E’ fondamentale la spinta ideale, diversamente molto si riduce a un ragionieristico “do ut des”.
Sia chiaro, l’obiettivo federale non è mero giacobinismo o elitarismo, né una fuga in avanti. Il ” tempo si è fatto breve”, sì, ma il gradualismo non è superato come opzione praticabile oggi.
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