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Guerra Ucraina, quanto ha speso la Russia per mantenere il fronte? La contabilità sommersa e i costi reali del conflitto, cosa sappiamo
La guerra è costata molto alla Russia di Putin, in termini umani ed economici, ma per quanto ancora potrà continuare?

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L’architettura finanziaria che sostiene il mastodontico impegno bellico della Federazione Russa sta attraversando una pesante e profonda metamorfosi, passando da un sistema basato sull’accumulo di surplus energetici a un modello di assoluta sopravvivenza alimentato dal debito e dalla tassazione interna.
Secondo le analisi condotte dalla Kyiv School of Economics e le testimonianze di esperti del settore come Yuliia Pavytska e Roman Sulzhyk, Mosca sta affrontando una sfida economica senza precedenti che potrebbe, a tutti gli effetti, farne implodere le fondamenta: mantenere una produzione militare da record in un contesto di contrazione dei ricavi derivanti dagli idrocarburi e di progressivo esaurimento delle riserve valutarie.
Se nei primi anni del conflitto le sanzioni occidentali erano state ammortizzate da un imponente cuscinetto di liquidità accumulato nell’era pre-bellica, oggi quel paracadute appare quasi del tutto sgonfio, se non addirittura foraggiato da quelle stesse sanzioni e azioni legali intraprese dagli altri Paesi, costringendo il Cremlino a decisioni austere e drastiche che incidono direttamente sulla tenuta socio-economica interna al Paese.
La transizione verso un modello economico di guerra totale
L’entrata in una vera e propria economia di guerra non rappresenta alcuna novità per la Russia, soprattutto se si analizzano meticolosamente le storiche scelte degli Tsar o del Primo Segretario ufficiale della sua controparte Sovietica, Joseph Stalin, durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia Stalin, così come anche l’Unione Sovietica, non c’è più da numerose decadi e ogni leader, esattamente come ogni individuo, differisce in abilità e capacità di gestione di una chimera sociale complessa come l’economia di guerra. In tal senso, come deciderà di agire Vladimir Putin?
Il bilancio federale approvato per il 2026 cristallizza a tutti gli effetti la militarizzazione della società russa nella sua interezza, con una spesa programmata che urta violentemente i 44,1 trilioni di rubli, una cifra che oscilla, indicativamente, tra i 440 e i 550 miliardi di dollari a seconda delle fluttuazioni del cambio. L’aspetto più eclatante di questa nuova e spaventosa programmazione finanziaria è la quota destinata alla difesa e alla sicurezza nazionale, che arriva a coprire quasi il 40% dell’intera spesa pubblica del Paese.
Per sostenere un tale sforzo, il governo ha iniziato a dirottare risorse vitali dai programmi sociali e dagli stimoli economici, portandoli ai minimi storici degli ultimi decenni e, forse, anche della storia della Federazione.
Questa redistribuzione forzata indica che la Russia non sta più pagando la guerra con la ricchezza in eccesso, ma la sta pagando a costo della propria sopravvivenza, attingendo il necessario direttamente dal benessere dei propri cittadini, aumentando la pressione fiscale, ormai schiacciante, sulle imprese e sulle famiglie per colmare un deficit che si attesta attorno ai 56 miliardi di dollari.
La contabilità sommersa e i costi reali del conflitto
Analizzando i flussi finanziari considerati negli anni compresi tra il 2021 e il 2025, si stima che la Russia abbia investito almeno 50,6 trilioni di rubli in scopi militari, una cifra che si aggira intorno a un astronomico dato di 600 miliardi di dollari. Tuttavia, gli esperti avvertono che questi dati rappresentano solo una stima prudenziale al ribasso, poiché non tengono conto delle numerose voci di bilancio classificate e dei costi occulti che Mosca, nonostante gli anni, preferisce non dichiarare per vie ufficiali.
Rispetto alle previsioni iniziali del 2022, che ipotizzavano una campagna militare caratterizzata dalla rapidità tipica della guerra lampo e dai costi contenuti intorno ai 90 miliardi di dollari, la resistenza ucraina e il sostegno internazionale hanno trascinato il Paese in una vera e propria rovinosa guerra di logoramento che, senza possibilità di tornare indietro, ha fatto raddoppiare le uscite annuali, arrivate a superare i 165 miliardi di dollari nel 2025.
Questo incremento è stato alimentato dalla necessità di sostenere una produzione bellica a pieno regime, e alle volte anche oltre, orientata a garantire bonus elevatissimi per il reclutamento e di coprire le ingenti indennità per i soldati caduti o feriti.
L’erosione dei buffer finanziari e la dipendenza dal petrolio
Il vero e proprio punto di fragilità del sistema russo risiede nel rapido prosciugamento del Fondo di Benessere Nazionale, la cui componente liquida è stata dimezzata dall’inizio dell’invasione.
Roman Sulzhyk sottolinea come la Russia stia bruciando in maniera viva riserve in valuta forte a un ritmo del tutto insostenibile, stimato tra i 75 e i 100 miliardi di dollari l’anno, per stabilizzare il rublo e finanziare le operazioni belliche. Senza più il cuscinetto di circa 250 miliardi di dollari disponibili nel 2022, l’economia russa ha perso la capacità di assorbire nuovi shock esterni, i quali, se risultano troppo pressanti, potrebbero sancirne una vera e propria implosione.
In questa terribile configurazione, la stabilità del Cremlino dipende esclusivamente dal mantenimento di prezzi elevati del greggio e dalla capacità di eludere i tetti di prezzo internazionali.
Sostanzialmente, qualsiasi contrazione significativa delle entrate energetiche potrebbe generare crepe immediate e insanabili in un sistema che non può, ovviamente, attingere a dei risparmi che ha già completamente esaurito, rendendo ogni futura oscillazione del mercato una potenziale minaccia non solo in merito alla possibile prosecuzione della guerra, ma anche, e direi soprattutto, nei riguardi del mantenimento di un minimo di stabilità sociale e politica all’interno del territorio della Federazione.
Orizzonti temporali e limiti della sostenibilità
Nonostante le crescenti difficoltà, gli economisti ritengono che la Russia possieda ancora le risorse per alimentare il conflitto al ritmo attuale per un periodo stimato tra i dodici e i ventiquattro mesi, a patto che non si verifichino crolli improvvisi del mercato petrolifero, reso altamente instabile dalle manovre e dalle invasioni lampo decise dal Presidente Americano Donald Trump, o un inasprimento drastico delle già pesantissime sanzioni.
Tuttavia, la sostenibilità nel lungo periodo appare compromessa dalla natura stessa del finanziamento attuale, che si basa sul debito interno e sulla cannibalizzazione delle infrastrutture civili. La Russia sta entrando in una fase in cui ogni mese di guerra potrebbe essere l’ultimo, per via di una progressione economica fin troppo onerosa e costosa per essere gestita normalmente.
Interconnessa a tali e profonde problematiche, il governo di Putin si trova ad affrontare anche un’inflazione estremamente galoppante che rischia di innescare tensioni sociali non più controllabili attraverso la sola propaganda, ormai neanche più efficace come un tempo. La macchina bellica russa, pur essendo ancora imponente, corre oggi su binari sempre più fragili, dove la mancanza di riserve liquide trasforma ogni imprevisto economico in una potenziale e distruttiva crisi di portata sistemica.
L’importanza degli alleati o alleati importanti?
Quello che si è delineato in questi anni è un quadro dalla cornice erosa estremamente denso e traballante: la Federazione Russa sta attivamente sacrificando decenni di risparmi e guadagni commerciali per poter prolungare una guerra logorante e massacrante per appena ventiquattro mesi aggiuntivi, trasformando la nazione, da superpotenza globale, in una mastodontica scommessa sul petrolio che ha ogni probabilità a sfavore.
L’unica salvezza sopra la quale la Russia può gettarsi per sostituire il proprio cuscinetto risiede nelle relazioni che, in questi anni, ha intrattenuto con attori internazionali altrettanto, se non addirittura più, affermati sul mercato globale. Questa fitta rete di alleanze, tuttavia, nonostante si presenti come l’ultima salvezza per la Russia prima di divenire un vero e proprio sistema isolato, a causa del ritorno di Donald Trump alle vecchie dottrine statunitensi, come la Monroe, rischia di essere compromessa in tempi record.
Cina, Venezuela e Iran: cosa potrebbe accadere
Il Venezuela, principale alleato e fornitore di petrolio per la Russia di Putin, negli ultimi mesi ha visto un cambio radicale e, probabilmente, decisivo nella sua organizzazione politica. La deposizione e il successivo arresto del Presidente Maduro da parte delle forze americane complica aspramente il flusso del traffico del petrolio. Se gli Stati Uniti decidessero di riaprire i “rubinetti” venezuelani di greggio, il mercato ne diverebbe saturo e potrebbe far crollare interamente i prezzi del prodotto, mettendo la Russia, e i suoi altissimi costi di estrazione, ufficialmente con le spalle al muro.
Anche la situazione di instabilità presente in Iran potrebbe rivelarsi completamente un’arma a doppio taglio: se, da una parte, una Repubblica Iraniana messa sotto pressione da USA e Israele potrebbe riscontrare non poche difficoltà nel rifornire la Russia, dall’altra la tensione nel Golfo Persico potrebbe portare a un aumento astronomico dei prezzi del petrolio, un aumento da cui il Cremlino è assolutamente dipendente e di cui necessita severamente per poter tappare gli enormi buchi del bilancio bellico, come visto precedentemente.
La struttura del rapporto con la Cina è di tutt’altra natura e, per tal ragione, si presenta in qualità di tutt’altra questione. La Repubblica Popolare cinese del Presidente Xi Jinping non è esclusivamente un alleato per la Federazione Russa, ma ne rappresenta un vero e proprio hub di rifornimenti tecnologico e finanziario. Ufficialmente la Cina tiene “in catene” la Russia con una sorta di più articolata “trappola del debito”, assicurandosi che Putin non possa mai materialmente staccarsi dalla dipendenza indotta da Pechino. Senza il mercato cinese che assorbe il greggio russo e senza la fornitura di microchip e componenti dual-use, la macchina bellica russa si sarebbe fermata moltissimi mesi fa. La Cina offre alla Russia un circuito alternativo, ormai divenuto l’unico, a quello Occidentale, permettendo a Putin di vedere, se non un altro giorno, almeno un altro inverno.
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