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L’analisi/ Il valore dei trattati

Narra la storia che, se non fosse stato per il blocco continentale del 1806 imposto da Napoleone alle merci trasportate dalle navi inglesi, probabilmente in Europa non si sarebbe mai coltivata intensamente la barbabietola saccarifera per sostituire lo zucchero di canna, peraltro ai tempi più economico, prodotto nei Caraibi e importato proprio dalla flotta britannica. E, visto il disagio e il malumore creati alla Francia e alle altre nazioni europee (dovuto certo non solo alla scarsità di dolcificante), forse anche le sorti di quell’impero sarebbero state diverse.
Questo episodio ci ricorda come non solo eventi tragici e coinvolgenti come le guerre ma anche delle (apparentemente) meno cruciali politiche commerciali possono avere effetti duraturi e rivoluzionari sul futuro. È sicuramente eccessivo catalogare i recenti accordi di scambio tra Unione europea e paesi dell’America latina da un lato (Mercosur) e tra Bruxelles e Nuova Delhi dall’altro come dirette conseguenze dell’aggressiva politica dei dazi di Trump: in entrambi i casi, infatti, le trattative andavano avanti ormai da decenni. Tuttavia, altrettanto innegabile è che la spinta alle recenti ratifiche si deve esattamente al cambio di prospettiva e di equilibri geopolitici che si sono sviluppati nel corso del 2025, anche a seguito del nuovo corso imposto dalla presidenza statunitense. Analogamente, è difficile pensare che, senza queste mosse strategiche da parte dell’Unione, Stati uniti e la stessa India avrebbero concluso proprio ieri un ulteriore accordo di diminuzione dei dazi. Ammettendo che i prossimi passaggi formali vengano svolti senza ritardi o intoppi, ci sono diverse ragioni per prevedere che entrambi gli accordi siglati da Bruxelles possano essere stabili e duraturi e quindi siano in grado di contribuire a disegnare una nuova geografia commerciale mondiale.
La prima è quella più intuitiva, già abbondantemente raccontata e su cui quindi non serve soffermarsi a lungo: nessuna delle parti coinvolte è stata costretta ad accettare i termini degli accordi. Se questi vengono sottoscritti, quindi, è perché, nel loro complesso, tutti i protagonisti si aspettano di guadagnare dall’ampliamento dei mercati. Chiaramente, in Europa, Commissione e governi nazionali dovranno essere molto abili ad attuare le opportune compensazioni a favore di quei settori che potrebbero risentirne (per esempio, quello agricolo nel caso dell’accordo con il Sudamerica e quello tessile in riferimento al trattato con l’India).
Ma, in termini di efficienza, si tratta di quello che gli economisti chiamano un “miglioramento paretiano”: staranno tutti meglio. La seconda ragione è che, in particolare tra Ue e India, l’accordo coinvolge due grandi democrazie in buono, se non ottimo, stato di salute. Ciò significa che ogni politica attuata è, per definizione, ampiamente discussa e non è determinata da interessi particolari, bensì dalla volontà di realizzare vantaggi condivisi. Sarà quindi difficile, se le premesse saranno realizzate, che venga fatto un passo indietro nel prossimo futuro rispetto a queste decisioni. L’ultima ragione è ancora economica: non di natura commerciale, in questo caso, bensì demografica.
L’Europa compra all’estero materie prime che non possiede. Una delle materie prime che più manca all’Europa non è una terra rara o una fonte energetica; e non è nemmeno un cereale o un altro bene alimentare, come lo zucchero ai tempi del Bonaparte. Oggi, e ancora di più domani, l’Europa ha assoluto bisogno di forza lavoro giovane e qualificata, che sappia arricchire il capitale umano delle nostre aziende per renderle più produttive e competitive nel mondo. E che sappia creare quelle risorse che servono a mantenere un sistema di welfare state che il mondo ci invidia (e che quindi ci rende una meta ambita) ma che ha le ore contate se non potremo più finanziarlo. L’economista francese Frederic Bastiat una volta scrisse che dove passano le merci non passano gli eserciti, a sostegno di una tesi per cui i giusti scambi commerciali garantiscono pace e prosperità. Dovremo augurarci che i nuovi trattati commerciali portino, insieme alle merci, ai profitti e ai capitali, anche lavoratori e competenze. Ne va della pace mondiale, naturalmente, ma anche dell’armonia sociale e generazionale nel nostro continente.
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