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Il Giappone compie un passo strategico verso una maggiore autonomia nelle forniture di terre rare, riuscendo a estrarre sedimenti ricchi di metalli critici a una profondità record di circa 5.600 metri nelle acque intorno all’isola di Minami Torishima, nel Pacifico a sud-est dell’arcipelago. La missione, condotta dalla nave da ricerca Chikyu dell’Agenzia giapponese per la scienza marina, rappresenta il primo tentativo al mondo di campionamento a tali profondità entro la propria zona economica esclusiva (Zee), riferiscono i media locali.
L’operazione assume una notevole rilevanza geopolitica, con la Cina che controlla il 92% della raffinazione globale di terre rare, e dopo il blocco recentemente adottato all’esportazione verso Tokyo di materiali a duplice uso, deciso dopo le dichiarazioni del premier Sanae Takaichi sulla difesa di Taiwan. Le riserve stimate attorno a Minami Torishima equivalgono a oltre 16 milioni di tonnellate, e includono quantità sufficienti di disprosio, un elemento chimico importantissimo nella tecnologia moderna, e ittrio, entrambi metalli di transizione essenziali per magneti ad alta resistenza in veicoli elettrici, medicina e dispositivi tecnologici. «Un risultato significativo per la sicurezza economica e lo sviluppo marittimo», ha commentato il portavoce governativo Kei Sato.
Un test su scala maggiore è previsto per febbraio 2027, con l’obiettivo di estrarre 350 tonnellate giornaliere di sedimenti; successivamente, entro marzo 2028, il governo deciderà se avviare una produzione stabile. Tuttavia, rimangono ostacoli economici, spiegano gli analisti: a partire dai costi di estrazione e il trasporto da aree remote – che restano elevati, mentre gli ambientalisti avvertono sui rischi per gli ecosistemi marini, esortando l’Autorità internazionale a definire un codice globale per regolare le attività estrattive in vista della corsa di molti Paesi verso l’indipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
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