Vaticano, riparte l’appello del maxi Processo Becciu con l’ombra degli strani dossieraggi di Striano, ora i legali chiedono di acquisire…

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Vaticano, riparte l’appello del maxi Processo Becciu con l’ombra degli strani dossieraggi di Striano, ora i legali chiedono di acquisire gli atti

credit photo VATICAN MEDIA
di Franca Giansoldati
6 Minuti di Lettura
martedì 3 febbraio 2026, 11:32 – Ultimo aggiornamento: 17:03

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Nella complessa, dibattuta (e per certi versi impenetrabile) vicenda giudiziaria del Palazzo di Londra i magistrati di Papa Prevost che formano il Collegio d’Appello dovranno prestare molta attenzione anche alle date visto che qualcosa di assai anomalo al di là del Tevere stava bollendo in pentola già prima che i dieci imputati fossero poi condannati in primo grado, tra cui il cardinale Angelo Becciu. Qualcosa nell’ombra si stava, infatti, muovendo ben prima che venissero formalmente indagati, quando non era emersa ancora alcuna evidenza di un coinvolgimento nell’acquisto del palazzo a Sloan Avenue, né tantomeno era noto – al di fuori del Vaticano – l’esistenza di un loro ruolo in una bruttissima storia da sei anni contraddistinta da colpi di scena, opacità, incongruenze, imbarazzanti silenzi e singolari decisioni. Al punto da far denunciare ad uno stuolo di illustri canonisti, giuristi, avvocati, osservatori vari che finora in aula sono mancate le basi per il cosiddetto «giusto processo».

Stamattina riprendono le udienze dopo la pausa per decidere le sorti del Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi. Il 12 gennaio scorso la Cassazione vaticana ha dichiarato inammissibile il ricorso del Promotore: si è trattato di un passaggio importante che ha indotto Alessandro Diddi ad uscire definitivamente di scena. Pur di non subire lo smacco di una formale ricusazione ha ripiegato su un passo indietro volontario. Di conseguenza la Corte d’Appello ora pronunciarsi esclusivamente sui capi di imputazione residui, così come riqualificati dal Tribunale, e non sulle otto accuse originarie, ormai definitivamente smentite, come insisteva Diddi in base al suo impianto accusatorio.

Le difese hanno chiesto alla Corte d’Appello che venga acquisita agli atti del processo di secondo grado anche tutta ladocumentazione del procedimento numero 6122/25 istruito dalla Procura di Roma nei confronti di Pasquale Striano, il funzionario della Guardia di Finanza che era in servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia ed è accusato di aver effettuato una raffica di accessi a vari registri informatici riservatissimi per fornire dati privati a terzi. Nello scandalo nazionale del dossieraggio – dove sono stati spiati almeno trecento tra politici del centrodestra, vip e imprenditori, trafugando dal sistema dati – risultano anche alcuni personalità vaticane, compreso visure su coloro che poi sarebbero diventati imputati nel Processo di Sloan Avenue.

Le date come si diceva all’inizio sono importanti e fanno affiorare non pochi dubbi. 

Se il 2 luglio 2019 fu depositata la denuncia dello IOR e un mese dopo il Revisore dei Conti vaticano, Cassinis Righini segnalava una certa «attività di intelligence» in base alla quale anche lui apriva un fascicolo, resta da capire per quale motivo Pasquale Striano – funzionario della Guardia di Finanza in Italia – consultava abusivamente in quel periodo banche dati riservatissime su persone che solo in seguito saranno poi oggetto di provvedimenti da parte della magistratura vaticana. L’elenco di chi fu spiato e oggetto di dossieraggi da Striano include, infatti, coloro che si ritroveranno molto in seguito indagati al di là del Tevere. In una memoria depositata stamattina dagli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi, difensori di Fabrizio Tirabassi (funzionario della Segreteria di Stato condannato in primo grado per estorsione e autoriciclaggio) ritengono si sia trattato di «una attività di vero e proprio spionaggio attraverso la commissione di reati in territorio italiano ai danni di numerosi imputati del presente procedimento, delle loro società e di soggetti che avevano rapporti economici con loro, iniziata quando l’esistenza stessa del procedimento era nota solo agli inquirenti». Gli avvocati Intrieri e Bassi annunciano che una analoga segnalazione verrà depositata anche alla Procura di Roma «per le valutazioni e gli approfondimenti di competenza». E’ l’ennesimo colpo si scena.

A loro dire vi sarebbe, infatti, una lesione giuridica talmente evidente e grave da «richiedere l’annullamento del capo di sentenza». Non solo. «In ragione delle nuove risultanze emerge tuttavia la radicale nullità del procedimento, introdotto da una serie di accertamenti di “intelligence” (come riferisce il Promotore Diddi nella sua nota di apertura fascicolo in data 23 settembre 2019) di cui non solo è opinabile la legittimità alla luce dell’indagine dell’autorità giudiziaria italiana, ma di cui non vi è traccia negli atti».

Da quando è scoppiato in Italia il caso Striano dopo la denuncia del ministro Crosetto in molti si interrogano come mai questo funzionario della Guardia di Finanza fosse così di ‘casa’ anche al di là del Tevere, fino da essere stato avvistato persino in Segreteria di Stato.

Nell’ambito della ripresa del processo di secondo grado sui fondi riservati della Segreteria di Stato, confluiti nell’operazione di compravendita di un palazzo a Londra saranno sollevate una miriade di questioni relative ad atti non depositati nonostante le ordinanze del tribunale in merito. Il dibattimento proseguirà fino a venerdì 6, per proseguire nelle settimane a venire, probabilmente prima di Pasqua il verdetto d’appello. 

Intanto stamattina al centro dell’attenzione delle difese, oltre al dossieraggio di Striano, ci sono stati i famosi quattro  Rescritti di papa Francesco, che hanno avuto un ruolo chiave nel processo poichè hanno esteso i poteri del Promotore di giustizia vaticano. A detta dei legali dovrebbero essere “annullati”. Di conseguenza, il processo di primo grado dovrebbe essere dichiarato “nullo”.

L’avvocato Mario Zanchetti, difensore di Gianluigi Torzi, per esempio, in aula ha sostenuto: “L’arresto del mio assistito e il sequestro dei suoi dispositivi sono stati illegali perché fatti sulla base di un provvedimento ignoto alla difesa, ossia il rescritto del 2 luglio 2019”. L’avvocato a suo dire, «fa diventare fascista il codice di procedura penale vaticano». Aggiungendo di non voler accusare papa Francesco, «non è stata colpa sua semmai è stato un problema informativo del Romano Pontefice», cioè che non sarebbe stato bene informato. Il presidente della Corte d’Appello, monsignor Arellano Cedillo lo ha interrotto dicendo: «Le chiederei di non nominare papa Francesco, capiamo tutti, si eviti il riferimento al Santo Padre».

L’avvocato, per spiegare perché -a suo avviso- l’arresto di Torzi fu fatto sulla base di un rescritto che aveva un’altra motivazione, ha osservato: «Nel momento in cui il 2 luglio è stata concessa udienza dal Romano Pontefice all’ufficio del Promotore di giustizia, (udienza all’esito della quale è stato emanato il primo Rescritto), la tematica in gioco era esclusivamente pratica, di necessaria e assoluta riservatezza rispetto a indagini che riguardavano temi molto delicati, ovverosia i rapporti tra lo Ior e la Segreteria di Stato; a quei fini di segretezza è stato concesso potere al Promotore di giustizia di procedere e applicare misure cautelari. Inoltre con tutta probabilità in quella udienza né lo Ior né il pm né il Sommo Pontefice avevano idea che a un anno di distanza la frase di quel rescritto sarebbe stata usata per arrestare Torzi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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