I mercati guardano al futuro della Fed

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I mercati guardano al futuro della Fed

Le economie globali si fanno più forti. Per gli Stati Uniti è un banco di prova. Tra le misure per competere i tagli alle tasse e al costo del denaro

Il 2 novembre 2017 il presidente Usa Donald J. Trump cede il posto a Jerome Powell dopo averlo annunciato come suo candidato alla presidenza del consiglio dei governatori del Federal Reserve System
di Angelo Paura
8 Minuti di Lettura
martedì 23 dicembre 2025, 09:24
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Per l’economia e la finanza americane quello che sta per iniziare sarà un anno molto particolare. E c’è forse una notizia, che è soprattutto simbolica, in grado di descrivere l’insieme di confusione e speranza che coinvolge i mercati, gli economisti e gli analisti: la decisione di Warren Buffett, 95 anni compiuti, di sospendere l’invio della sua lettera agli investitori, che per quasi sessant’anni è stata una certezza e un oracolo per migliaia di persone. Il ritiro di Buffett ci ricorda che non c’è nulla di eterno anche in economia. Nel 2026 gli Stati Uniti dovranno sempre più confrontarsi con economie più forti e competitive, come per esempio la Cina, che sta investendo in energie rinnovabili, auto elettriche e nelle tecnologie del futuro come nessun altro Paese al mondo.

Sarà un anno di risvegli e cambiamenti: da gennaio iniziano i tagli alle tasse promessi da Donald Trump con il suo One Big Beautiful Bill Act, la legge finanziaria approvata lo scorso luglio dal Congresso. I dazi inizieranno a mostrare effetti più tangibili, mentre i vertici della Federal Reserve vedranno un cambiamento epocale, visto che dopo sette anni, alla fine di maggio, Jerome Powell lascerà la presidenza per un candidato molto vicino alle posizioni di Trump.

Si attendono nuovi tagli al costo del denaro, anche se la battaglia interna al Federal Open Market Committee, il braccio che si occupa di politiche monetarie della Banca centrale americana, potrebbe rendere impossibile anche a un presidente più avventuroso la possibilità di nuovi ribassi. Ci sono poi i dati macroeconomici, che in questi ultimi mesi sono stati un po’ confusi a causa dello shutdown, ma che dovrebbero dare un’idea più chiara sull’andamento dell’economia: dove andrà l’inflazione che in questo momento continua a essere vicina al 3%? E la disoccupazione continuerà a salire come negli ultimi mesi superando il 4,6% dell’ultima lettura di novembre?

Tutto questo darà alla Fed gli elementi per decidere se continuare sulla strada dei ribassi o prendersi una pausa. C’è poi l’intelligenza artificiale che, usando due metafore un po’ consumate, potrebbe essere definita l’elefante nella stanza oppure uno scheletro nell’armadio, a seconda di come si voglia affrontare l’argomento: scoppierà una bolla e i mercati vedranno un crollo simile a quello delle dotcom di fine millennio o l’IA porterà benessere distribuito e ci libererà da compiti ripetitivi che possiamo affidare a una macchina? 

Insomma, l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro rendendoci sempre più poveri o ci aiuterà a pensare sempre di più a quello che ci piace? E infine c’è l’economia vera, quella percepita dalle persone che da mesi si lamentano per il rialzo dei prezzi e l’impossibilità di condurre una vita dignitosa come promesso dal sogno americano.

Il 2025 ci ha fatto conoscere il concetto di affordability, una parola intraducibile che descrive la possibilità di avere una vita dignitosa, ma questo stesso concetto potrebbe nascondere rischi sia politici sia economici nel 2026. 

Secondo l’economista Nouriel Roubini ci sono tre possibili scenari: il primo prevede una crescita del Pil sotto la media, che Roubini definisce “growth recession”. «Dopo alcuni mesi, ci sarebbe una ripresa e un lento calo dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve. È lo scenario ideale, il cosiddetto scenario “Goldilocks”, né troppo caldo né troppo freddo». Nel secondo scenario, «l’economia entra in una leggera recessione per alcuni trimestri, seguita da una ripresa più lenta rispetto al primo caso». Il terzo scenario, conclude l’economista, è quello del “no-landing”: «la crescita resta forte, ma l’inflazione non scende come previsto. In questo caso, la Fed potrebbe trovarsi costretta a intervenire ulteriormente, con nuovi rialzi dei tassi». Ma proviamo a vedere i macrotrend del 2026.

UN NUOVO INIZIO 

Una delle principali certezze sarà l’arrivo di un nuovo presidente della Fed, che andrà a sostituire Powell, che pur essendo stato nominato da Trump, non ha mai avuto un buon rapporto con il presidente. In questo momento, dopo i tre tagli consecutivi di settembre, novembre e dicembre, il costo del denaro si trova nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%, dopo aver superato il 5% per far fronte alla crisi causata dalla pandemia e dall’instabilità internazionale. Il nuovo presidente dovrebbe continuare con i ribassi, accontentando Trump che vorrebbe portare la percentuale sotto il 3%. Ma qui ci sono diversi problemi: quando inizieranno a essere pubblicati dati precisi sull’andamento dell’economia, sul mercato del lavoro e sull’inflazione, a questo punto si avranno elementi più chiari per trovare una strategia. Nonostante un taglio dei tassi possa fare bene alle aziende e a Wall Street, ci porteremo nel 2026 gli stessi rischi illustrati da Powell quest’anno: agire troppo in fretta potrebbe portare instabilità nei prezzi, facendo salire ancora una volta l’inflazione che nel luglio del 2022 aveva superato il 9%. In quel caso la Fed aveva continuato ad aumentare il costo del denaro, dal quasi zero del 2020, per far scendere il costo della vita, portandolo sotto il 3% già lo scorso gennaio. Sarà quindi un anno di attese e speranze per la Fed, ma anche di scontri: in questo momento i falchi e i governatori più prudenti e vicini alle posizioni di Powell sono molto divisi e non è detto che la nuova guida riesca a far digerire a tutti i consigli di Trump. Secondo una proiezione di Goldman Sachs nel 2026 l’economia americana dovrebbe espandersi del 2,6% (la Cina crescerà invece del 4,8%, mentre a livello globale si prevede il 2,8%) grazie a tre elementi: «Tagli fiscali, condizioni finanziarie più favorevoli e minore impatto negativo dai dazi». I dazi si faranno sentire? Se il 2025 è stato l’anno dei dazi di Trump, il 2026 potrebbe iniziare a subire alcuni contraccolpi proprio a causa delle tariffe, sebbene siano state ridimensionate dopo un esordio molto forte lo scorso aprile.  I timori degli analisti che si aspettavano un aumento dell’inflazione non si sono avverati ed è molto probabile che non ci sia una crescita esponenziale dell’inflazione per colpa dei dazi. Ma oltre a questo dato positivo, è importante ricordare che a novembre sono state bloccate diverse imposte sull’importazione di prodotti alimentari, questo per fermare la crescita dei prezzi nei supermercati. In totale sono stati raccolti 230 miliardi di dollari che Trump ha promesso di distribuire nel 2026, iniziando con un premio di 1.776 dollari a tutti i membri dell’esercito. 

IL RISCHIO BOLLA
È la parola più ripetuta del 2025 e ci accompagnerà anche nel 2026, soprattutto in economia e finanza. Le principali analisi sostengono che non ci sarà un collasso e che il settore continuerà ad attirare la maggior parte degli investimenti negli Stati Uniti. Si metteranno capitali in nuove start-up e in data center e arriveranno le Ipo di OpenAI e di Anthropic. «Riteniamo che i timori di un crollo della narrativa sull’intelligenza artificiale siano esagerati e ci aspettiamo che l’espansione economica continui ancora per un altro anno», hanno detto gli analisti di Barclays.
Un sondaggio di Reuters prevede che l’S&P 500 – l’indice che include Nvidia, Apple, Microsoft, Alphabet e Amazon – possa crescere del 12% e raggiungere i 7.490 punti entro la fine del 2026, dopo tre anni di fila di rialzi. 

PER LE FAMIGLIE
Nel 2026 entrerà in vigore la nuova legge finanziaria voluta da Trump che, secondo il presidente, porterà a uno dei più grandi tagli delle tasse della storia. Un’analisi del Budget Lab di Yale sostiene che circa la metà delle famiglie americane l’anno prossimo vedrà un risparmio inferiore a 100 dollari, escludendo i tagli già presenti. Trump ha più volte insistito sul fatto che le mance non saranno più tassate, insieme anche agli straordinari e ai prestiti per acquistare un’auto. Nonostante questo, secondo la Tax Foundation le regole sono molto complesse e difficili da comprendere. Inoltre la non profit sostiene che la nuova legge darà alle aziende la possibilità di continuare a scaricare subito, dalle tasse, le spese fatte per macchinari, attrezzature e ricerca. Si calcola che potrebbe aumentare il Pil di lungo periodo dello 0,7%, grazie alla maggiore certezza per gli investitori e allo stimolo diretto alla crescita economica.

L’AFFORDABILITY
In vista delle elezioni di Midterm del novembre 2026, i democratici stanno usando il problema dell’affordability nella loro campagna elettorale. Il nuovo sindaco di New York, il socialdemocratico Zohran Mamdani, ha vinto parlando di affordability. Donald Trump sostiene di aver usato per primo questa parola, nonostante, dice, oggi venga bistrattata dall’opposizione. Nelle ultime settimane, temendo una perdita di consensi proprio sulla questione dell’aumento del costo della vita, ha pronunciato tre discorsi, uno di questi davanti alla nazione, per parlare dell’economia, che continuerebbe a reggere, anzi sarebbe addirittura «migliorata grazie alle sue misure» e nonostante «quello che ha ereditato dall’amministrazione precedente». Il test del 2026 per Trump in questo contesto sarà evitare il fenomeno che in passato ha creato non pochi problemi ad altri presidenti: non riuscire a convincere i propri elettori, nonostante i dati positivi, che l’economia stia andando bene e che l’aumento dei prezzi o le difficoltà del mercato del lavoro siano solo momentanee, un boccone amaro da ingoiare per un futuro migliore. 
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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