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Lorena Paolini «non si è uccisa, siamo pronti a dimostrarlo»: la famiglia contro l’archiviazione del marito indagato
Vasto. Gli avvocati: “Abbiamo esaminato le carte, lo scenario ribalta la realtà”

ORTONA «Lorena non si è suicidata». Dopo il silenzio durato un anno e mezzo, gli avvocati Francesca Di Muzio e Nicola Rullo, legali che assistono rispettivamente la sorella e lo zio di Lorena Paolini, la casalinga di 53 anni trovata morta nella sua casa di contrada Casone il 18 agosto 2024, hanno rotto gli indugi. L’obiettivo è uno solo: opporsi con forza alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm Giuseppe Falasca nei confronti di Andrea Cieri, il marito della donna e unico indagato per omicidio aggravato.
Secondo l’avvocato Di Muzio, la Procura sarebbe caduta vittima di un “bias cognitivo”, condizionata dall’immagine della famiglia Cieri, apparentemente perfetta, che avrebbe influenzato il lavoro degli inquirenti. «In questo anno e mezzo nessuno ha avuto attenzione per questa donna. Non ha avuto voce attacca Di Muzio Abbiamo esaminato ogni carta del fascicolo e lo scenario emerso ribalta completamente la realtà dei fatti». Sotto la lente d’ingrandimento finiscono le ore successive al dramma e quel groviglio di “contraddizioni e silenzi” che caratterizzerebbe l’ambiente domestico dei Cieri. Un dettaglio, in particolare, viene ritenuto sospetto: un movimento della testa del marito verso il fratello, interpretato dall’avvocato Di Muzio come un segnale per occultare la corda con cui Lorena si sarebbe, secondo la Procura, impiccata al lampadario della veranda. «O erano confusi, o erano estremamente lucidi. Noi dimostreremo che sono persone lucidissime», incalza la legale. Altro aspetto la cronometria degli spostamenti da casa del marito il 18 agosto.
La figlia minore
Il sostituto procuratore Falasca, infatti, sostiene che Lorena si sia tolta la vita in un lasso di tempo troppo breve (circa due minuti) perché il marito potesse compiere un omicidio. Una ricostruzione definita “inverosimile” dalla difesa. «Due minuti sono ampiamente sufficienti per uno strangolamento da dietro – ribatte l’avvocato Di Muzio – Al contrario, sarebbero state proprio le manovre descritte dal marito e dalla figlia minore (trascinare il corpo e tentare il soccorso sul divano) a richiedere più tempo di quello effettivamente trascorso». Oltre ai dati tecnici, c’è il dolore umano. La famiglia Paolini si dice “indignata” per il ritratto di Lorena che emerge dalle 50 pagine delle motivazioni di archiviazione della Procura. Per sostenere la tesi del suicidio depressivo, gli inquirenti avrebbero scavato nei messaggi della donna, estrapolando frasi che, secondo l’avvocato Rullo, descriverebbero una realtà distorta. «Si è parlato di presunte storie clandestine prive di fondamento, distruggendo l’immagine di una moglie, madre e sorella esemplare – denuncia il legale – La Procura avrebbe cercato a tutti i costi un movente per il suicidio invece di indagare sull’impulso omicidiario, basandosi solo sulle testimonianze del marito e della sua cerchia ristretta.
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