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POTENZA – “L’individuazione della ricorrente quale corresponsabile dell’inquinamento risulta contraddistinta da contenuto meramente congettuale e ipotetico e sprovvista di adeguati riscontri probatori”. E’ questa la motivazione che ha portato il Tar di Basilicata ad accogliere i ricorsi di Eni ed Enea contro l’ordinanza con cui, la scorsa primavera, la Provincia di Matera aveva circoscritto il perimetro degli obblighi di bonifica dell’area sotto il sito nucleare in dismissione dell’Itrec di Rotondella diffidando, citando, dopo Enea (che ha sempre escluso una responsabilità diretta nella contaminazione della falda, precisando di aver avviato la bonifica dell’area volontoriamente solo per evitare peggioramenti ambientali), anche la Combustibili Nucleari Spa, società all’epoca dei fatti controllata proprio dalla compagnia petrolifera. All’ente provinciale resta la possibilità di emanare un nuovo provvedimento, assicurando però – questa la prescrizione che arriva dai giudici amministrativi – “lo svolgimento del previo contraddittorio procedimentale”.

Per ricostruire la vicenda bisogna tornare indietro fino alla fine degli anni ‘80. La Provincia di Matera ha tirato in ballo la Combustibili Nucleari “per le pregresse attività industriali di produzione di barre di combustibile nucleare ad Uranio naturale metallico destinate alla centrale elettronucleare Magnox di Latina, nel periodo compreso tra il 1969 e il 1988”. Attività portate avanti all’interno di un fabbricato di proprietà Enea e locato dalla stessa Eni. Alla società la Provincia di Matera additava il superamento delle Csc (Concentrazioni soglia di contaminazione) in acque sotterranee interne al centro Enea degli analiti “trielina, 1,1-dicloroetilene, tetracloroetilene e Cromo IV”, limitando l’attribuzione di responsabilità alle aree interne al perimetro del Cre Trisaia Enea”. Enea che per la Provincia di Matera resta corresponsabile “per le pregresse attività di smontaggio dell’impianto Magnox della Combustibili Nucleari nel periodo compreso tra il 10 ottobre e il 15 dicembre del 1988, condotte in aree limitrofe al fabbricato e ai piazzali tra tale fabbricato e il perimetro dell’impianto Itrec, sussistendo il nesso di causalità nell’utilizzo di trielina per lo sgrassaggio degli impianti smontati, temporaneamente abbancati in sito e il rilevato superamento delle Csc in acque sotterranee interne al centro Enea dei composti denominati Trielina, 1,1-Dicloroetiliene e Tetracloroetilene”. La “storia” della contaminazione viene così ricostruita nel documento: la Combustibili Nucleari operava all’interno di un’area di circa 30mila metri quadrati nell’ambito del più ampio perimetro del Centro di Ricerca dal 1968 al 1985, poi ridotta a 10mila metri quadrati dal 1985 al 1988. La Co.Nu si insediò nel cosiddetto fabbricato “R21”, tuttora presente nel centro Enea, installando un impianto industriale denominato Magnox, lo stesso nome del reattore nucleare di Latina, per il quale produceva elementi di combustibile ad uranio naturale metallico contenuti in una guaina in lega di magnesio. Il 30 giugno del 1988, alla scadenza del contratto ventennale di locazione, Co.Nu consegna l’intero fabbricato e gli impianti fissi ad Enea. Cento giorni dopo, nell’ottobre del 1988, partono i lavori di smontaggio dell’impianto industriale, periodo nel quale – si legge nell’ordinanza di diffida della Provincia – “vi è certezza dell’utilizzo di Trielina per lo sgrassaggio dei macchinari”. Dalla documentazione agli atti dell’iter di bonifica risulta che “siano state adottate tutte le precauzioni (con esclusione dei rifiuti solidi a bassa attività per i quali era previsto l’interramento in sito), nella gestione del rischio radiologico. Mentre non risultano similarmente adottate opportune precauzioni nei confronti del rischio di contaminazione ambientale della matrice terreno ed acque sotterranee ad opera di sostanze non attive (radiologicamente). Per i giudici del Tar sia “l’iter procedimentale che lo spettro motivazionale” utilizzati nell’ambito dell’individuazione di Enea e della Co.Nu come corresponsabile della contaminazione si prestano “a una molteplicità di rilievi”.
IL PROCESSO – Il prossimo 19 febbraio, intanto, davanti al collegio A del tribunale di Matera, prenderà il via il processo a carico di sei persone e della Sogin per presunto disastro ambientale, accusa contestata a uno dei rappresentanti legali dell’Itrec, Vincenzo Stigliano, all’ex direttore Giulio Maria Citterio e all’ex responsabile della gestione del centro Enea, Giambattista La Battaglia. Per la Procura avrebbero omesso consapevolmente di comunicare lo stato di contaminazione del sito di cui erano consapevoli dal 2014 non attuando operazioni di messa in sicurezza, per evitare costi aziendali e danni d’immagine. Un’inerzia che, secondo l’accusa, avrebbe aggravato l’inquinamento e configurato l’ipotesi di reato in disastro ambientale. Agli ex dirigenti dell’Ufficio Ambiente della Provincia di Matera, Salvatore Valentino ed Enrico De Capua, viene contestata l’omissione di atti d’ufficio per non aver avviato le procedure per individuare il responsabile della contaminazione, questione al centro dell’ordinanza impugnata dall’Eni davanti al Tar.
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