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Fa freddo perché fa più caldo? No, ecco cosa dice veramente la scienza: il caso dell’Artico ai Caraibi
La scienza del clima mira a sfatare un mito antico come il mondo attraverso esempi e dati empirici

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Il paradosso apparente che accompagna le ondate di gelo in un’epoca di riscaldamento globale genera spesso confusione, alimentando il mito secondo cui “fa più freddo perché fa più caldo“.
La scienza del clima, tuttavia, offre una lettura molto più precisa: il riscaldamento globale non crea freddo, né lo elimina del tutto, ma ne altera profondamente la distribuzione e la dinamica.
Sebbene la tendenza statistica mostri una chiara diminuzione della frequenza e dell’intensità degli estremi freddi a livello globale, l’atmosfera sta cambiando il proprio modo di funzionare, rendendo possibili incursioni gelide in aree geograficamente insolite.
L’amplificazione artica e la dinamica delle correnti
Uno dei concetti chiave per comprendere queste anomalie è la cosiddetta amplificazione artica. Poiché l’Artico si sta scaldando a una velocità doppia o tripla rispetto al resto del pianeta, il contrasto termico tra il Polo e le medie latitudini si sta riducendo.
Questo gradiente di temperatura è il motore che tiene compatto il Vortice Polare; quando il contrasto diminuisce, la corrente a getto tende a diventare più “ondulata” e meno tesa.
Queste ampie oscillazioni atmosferiche permettono all’aria calda di risalire verso nord e, per compensazione, spingono masse d’aria polare a scivolare molto più a sud di quanto farebbero normalmente.
Il caso record del 2026: gelo ai Caraibi e in Centro America
Un esempio concreto di questa dinamica si è verificato proprio in questi giorni di febbraio 2026, quando un’irruzione di aria fredda di origine nordamericana ha letteralmente scavalcato la Florida per tuffarsi verso i Caraibi e lo Yucatán.
A Cuba si sono registrati valori termici sbalorditivi per la latitudine: ben 28 stazioni hanno rilevato minime inferiori ai 10 °C, con un picco record di 1,4 °C a Indio Hatuey.
Si tratta di temperature assolutamente invernali per un’isola dove le medie notturne dovrebbero oscillare tra i 15 e i 20 °C.
Il freddo, accompagnato da forti mareggiate e venti intensi, ha dimostrato come la “permeabilità” delle barriere atmosferiche possa portare il gelo a baciare i tropici.
Anomalie nello Yucatán e in Guatemala
Il fenomeno ha colpito duramente anche il Messico e il Guatemala, dove le popolazioni locali hanno dovuto affrontare temperature a una sola cifra. Nella Penisola dello Yucatán, località come Muna e Hunucmá hanno visto il termometro scendere fino a 3-5 °C nelle zone interne, contro una media stagionale di circa 18 °C.
Anche a Città del Messico e nelle aree montuose del Guatemala, come a Coban, l’aria fredda ha abbattuto le medie stagionali, stabilizzandosi su valori che raramente si riscontrano in questo periodo dell’anno.
Queste temperature “fuori posto” non smentiscono il riscaldamento globale, ma ne confermano gli effetti dinamici: un clima più caldo è anche un clima più instabile e imprevedibile.
Conclusioni: un freddo diverso in un mondo più caldo
In definitiva, non stiamo andando verso un futuro più freddo, ma verso una diversa distribuzione temporale e spaziale del gelo.
Gli episodi di freddo intenso restano statisticamente meno probabili nel complesso, ma quando si verificano possono risultare paradossalmente più traumatici perché colpiscono aree non abituate o impreparate a tali estremi.
Il riscaldamento globale agisce come un palcoscenico che si scalda costantemente: gli attori sono meno numerosi di un tempo, ma le loro entrate in scena possono essere più erratiche e teatrali a causa del disordine atmosferico generato dall’eccesso di energia nel sistema.
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