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Trump ed Europa, pensiamo a noi

Pensiamo a noi europei e smettiamola di guardare solo agli Stati Uniti. Per una volta pensiamo, prima di tutto e tutti, a noi. A ciò di cui abbiamo bisogno, al molto che possiamo (e dobbiamo) fare in modo autonomo invece di versare fiumi di chiacchiere e di inchiostro su Trump. Per inseguire, come succede, le sue alzate di sopracciglia e i suoi proclami quotidiani che si traducono in guerre lampo reali, tregue finte e nuove minacce belliche dentro un disordine globale senza precedenti. Denunce, posizionamenti strategici ed operativi sono sacrosanti ma si mescolano a provincialismi di vario genere e, soprattutto, impegnano quotidianamente la pubblica opinione e la classe dirigente europee su parole svalutate e fatti gravi. Il risultato finale è che si perde tempo, si sprecano energie, non ci si concentra su che cosa è davvero importante per noi. Dobbiamo imitare i cinesi. Si sono chiesti: chi siamo, che cosa vogliamo essere, dove vogliamo andare? Soprattutto, si sono dati una risposta e hanno fatto quello che andava fatto.
Punto uno. Sfruttiamo il potenziale di crescita interno europeo puntando sui mercati dell’energia, delle telecomunicazioni, della sanità e della finanza. Rafforziamo i pilastri che ci fanno crescere con una maggiore integrazione dal lato dell’economia reale e finanziaria. Aboliamo i vincoli ideologici che ci siamo autoimposti e decidiamo a maggioranza. Facciamo le cose. Se cominciamo a crescere di più con la nostra domanda interna si attenuano, peraltro, anche le preoccupazioni americane, esasperate arbitrariamente dalla versione trumpiana dei cosiddetti global imbalances e, cioè, quegli squilibri globali che significano essenzialmente una cosa: Europa e Cina hanno un surplus di bilancia dei pagamenti e gli Stati Uniti hanno invece un disavanzo. Se l’Europa cresce di più internamente significa che i nostri risparmi vengono investiti di più in Europa e vanno meno all’estero. Significa che avremo più risorse da mettere negli armamenti per fare la difesa comune. Significa che avremo più capitali che servono a fare crescere la nostra base industriale nei settori più innovativi: quantistica, cybersicurezza, cloud e layout di rete, potenza di calcolo, biotecnologie e così via, insomma, nei settori all’avanguardia. Avendo la consapevolezza, e questo vale per l’Europa come per l’Italia, che non siamo indietro nella ricerca, ma nella base industriale che consente di sfruttarla. Vale a dire: trasformare queste idee in prodotti e miglioramento degli standard di di vita.
Punto due. Prima l’accordo con il Mercosur, che andrà avanti nonostante il voto negativo dell’Europarlamento, e poi quello con l’India che vale quasi un quarto del Pil globale, dimostrano che sui mercati del nuovo mondo l’Europa c’è e vuole crescere. Significa che, con tutte le sue lentezze e distorsioni, l’Europa ha fatto in poche settimane quello che non riusciva a fare da decenni. Vuol dire che quando le cose si vogliono fare, si fanno. Rafforzarsi economicamente significa guadagnare peso geopolitico e sedersi al tavolo della nuova governance globale con in mano carte all’altezza della nostra storia e del nostro presente. Significa che siamo in partita e che gli altri, a partire da Trump, devono prendere le misure con le loro esasperazioni e fare i conti con un’Europa diventata finalmente adulta. Se, nel frattempo, questo vale per l’Europa e ancora di più per l’Italia, si riuscisse a fare anche una piccola riforma della statistica, ne avremmo tutti un vantaggio. Non dovrebbe essere così difficile capire che la statistica previsionale non può più essere basata nelle dimensioni di una volta sulla produzione industriale, ma serve una ricomposizione a favore dei servizi, delle tecnologie, dell’agricoltura e di altro ancora. Questa piccola operazione di verità permetterebbe di non incorrere ormai sistematicamente in una sottostima della crescita del Pil almeno nella prima fase perché gli indicatori di breve periodo sono legati di più alla produzione industriale. In questo modo, di errore previsionale in errore previsionale con annesse lezioncine, si incide sulla fiducia e si abbassano le aspettative. Si fa male all’economia e si contribuisce a quella cultura del piagnisteo che porta solo a recriminazioni e immobilismo. L’esatto opposto di ciò che serve.
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