Un’alleanza tra le università per lo sviluppo delle Marche

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Un’alleanza tra le università per lo sviluppo delle Marche

Un’alleanza tra le università per lo sviluppo delle Marche

di John Mc Court
4 Minuti di Lettura
lunedì 2 febbraio 2026, 05:00

Ogni inaugurazione dell’anno accademico porta con sé un rischio: rivolgersi solo “agli addetti ai lavori”. Eppure c’è un tema che riguarda tutti, non solo gli Atenei: il futuro che un Paese decide di costruire. È il tema dell’autonomia dell’università e della ricerca, spesso fraintesa come rivendicazione corporativa. In realtà, si tratta di una questione di interesse pubblico. L’autonomia è una condizione di libertà e una garanzia per la democrazia. Senza autonomia, la ricerca può diventare compiacente; la didattica ridursi a un addestramento; la verità venire derubricata a una semplice opinione.

L’università, invece, deve poter dire anche ciò che non conviene; cercare anche ciò che non produce risultati immediati; formare anche su ciò che non rientra in un grafico trimestrale. Queste capacità rendono il sistema universitario un’infrastruttura civile essenziale. La Costituzione fornisce una cornice chiara: l’articolo 9 impegna la Repubblica a promuovere “lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”; l’articolo 33 tutela la libertà di “arte e scienza” e del loro insegnamento. Sono parole che nascono da una storia europea che ha imparato, a caro prezzo, come la libertà della ricerca e dell’insegnamento non tutela pochi: tutela tutti.

Ma la libertà va custodita e rinnovata con rigore, correttezza scientifica, responsabilità. E —fatto non meno importante — con condizioni materiali adeguate. Nel 2026, mentre ricordiamo gli 80 anni della Repubblica, sappiamo bene cosa accade quando la libertà della ricerca viene limitata o soppressa: lo abbiamo visto con la lunga ferita rappresentata dal fascismo. Oggi, però, le minacce possono essere più sottili: non solo pressioni dirette, ma deficit di finanziamento e precarietà che indeboliscono didattica, ricerca e amministrazione. L’autonomia, senza risorse, rischia di ridursi a una parola nobile ma fragile. È giusto riconoscere che quest’anno i fondi ministeriali hanno registrato un lieve incremento rispetto al precedente.

È un segnale importante, che va letto come attenzione verso il sistema. C’è un punto, però, che merita di essere spiegato con chiarezza: i costi corrono più velocemente delle risorse. Gli automatismi contrattuali, gli scatti stipendiali e gli adeguamenti legati ai rinnovi, insieme all’aumento dei costi di servizi e funzionamento, producono una crescita della spesa che grava in modo diretto sui bilanci dei singoli Atenei. In altre parole, anche quando il finanziamento viene potenziato, se esso non cresce in maniera almeno proporzionale alla spesa e ai nuovi costi incomprimibili, è comunque minata la possibilità di progettare. E la programmazione è la condizione essenziale per assumere, stabilizzare, investire, innovare. I numeri aiutano a mettere a fuoco le priorità.

Secondo l’Ocse, in Italia la spesa per le istituzioni universitarie è circa l’1% del Pil, contro una media Ocse dell’1,4%.

Tale scarto significa meno margini per reclutare, competere a livello internazionale, sostenere la ricerca e ridurre le disuguaglianze. E quando le risorse scarseggiano, ne risentono maggiormente le fasce sociali più fragili e i territori più periferici. Alla fine il prezzo lo paga un’intera generazione, lo paga il Paese. Non a caso, come ha ricordato Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, una formazione universitaria di alto livello “stimola lo sviluppo locale”: nelle scelte di insediamento, le imprese di successo tendono a privilegiare territori dotati di un sistema universitario di qualità, capace di formare competenze e di alimentare innovazione. L’università non è un costo accessorio, ma una leva di crescita e attrattività.

Un Paese che ha ambizioni investe nel proprio sistema universitario, perché ciò equivale ad investire in produttività di lungo periodo, coesione sociale, cittadinanza critica, classi dirigenti competenti capaci di interpretare fenomeni complessi e vedere nuove opportunità. Significa non lasciare il futuro al caso, né consegnarlo al solo mercato. Questa riflessione vale anche sul piano regionale. La crescita non si produce per frammenti: richiede coordinamento e obiettivi condivisi. Come nuovo Presidente del Comitato Regionale di Coordinamento delle Università Marchigiane, credo che vada rafforzato il confronto tra Atenei e Istituzioni per orientare scelte strategiche in grado di rimettere al centro dell’interesse comune offerta formativa, ricerca, servizi agli studenti, attrattività internazionale.

Non in una logica di competitiva tra università — che peraltro nelle Marche, come altrove, svolgono spesso funzioni complementari piuttosto che analoghe — ma in un orizzonte di alleanza cooperativa. Un ultimo elemento va affrontato con serietà: il sistema universitario cambia anche per effetto del digitale. Non si tratta di contrapporre pubblico e privato, presenza e distanza, ma di garantire standard, trasparenza e responsabilità comparabili, perché la formazione superiore non è una merce qualunque, è un investimento pubblico nel capitale umano e nel futuro del Paese.

Autonomia, risorse, programmazione, cooperazione: parole che possono sembrare tecniche, ma che incidono sulla vita concreta e sulla qualità dello sviluppo delle persone. L’università può creare valore quotidianamente, aumentare la capacità di creare idee a beneficio di tutti, ma perché questo valore possa essere davvero espresso e riconosciuto è necessaria una scelta pubblica chiara e lungimirante. E questa scelta interpella la responsabilità sia personale sia collettiva, una scelta che riguarda il futuro di tutti e tutte.

* Rettore dell’Università di Macerata

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Un’alleanza tra le università per lo sviluppo delle Marche

Un’alleanza tra le università per lo sviluppo delle Marche

di John Mc Court
4 Minuti di Lettura
lunedì 2 febbraio 2026, 05:00

Ogni inaugurazione dell’anno accademico porta con sé un rischio: rivolgersi solo “agli addetti ai lavori”. Eppure c’è un tema che riguarda tutti, non solo gli Atenei: il futuro che un Paese decide di costruire. È il tema dell’autonomia dell’università e della ricerca, spesso fraintesa come rivendicazione corporativa. In realtà, si tratta di una questione di interesse pubblico. L’autonomia è una condizione di libertà e una garanzia per la democrazia. Senza autonomia, la ricerca può diventare compiacente; la didattica ridursi a un addestramento; la verità venire derubricata a una semplice opinione.

L’università, invece, deve poter dire anche ciò che non conviene; cercare anche ciò che non produce risultati immediati; formare anche su ciò che non rientra in un grafico trimestrale. Queste capacità rendono il sistema universitario un’infrastruttura civile essenziale. La Costituzione fornisce una cornice chiara: l’articolo 9 impegna la Repubblica a promuovere “lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”; l’articolo 33 tutela la libertà di “arte e scienza” e del loro insegnamento. Sono parole che nascono da una storia europea che ha imparato, a caro prezzo, come la libertà della ricerca e dell’insegnamento non tutela pochi: tutela tutti.

Ma la libertà va custodita e rinnovata con rigore, correttezza scientifica, responsabilità. E —fatto non meno importante — con condizioni materiali adeguate. Nel 2026, mentre ricordiamo gli 80 anni della Repubblica, sappiamo bene cosa accade quando la libertà della ricerca viene limitata o soppressa: lo abbiamo visto con la lunga ferita rappresentata dal fascismo. Oggi, però, le minacce possono essere più sottili: non solo pressioni dirette, ma deficit di finanziamento e precarietà che indeboliscono didattica, ricerca e amministrazione. L’autonomia, senza risorse, rischia di ridursi a una parola nobile ma fragile. È giusto riconoscere che quest’anno i fondi ministeriali hanno registrato un lieve incremento rispetto al precedente.

È un segnale importante, che va letto come attenzione verso il sistema. C’è un punto, però, che merita di essere spiegato con chiarezza: i costi corrono più velocemente delle risorse. Gli automatismi contrattuali, gli scatti stipendiali e gli adeguamenti legati ai rinnovi, insieme all’aumento dei costi di servizi e funzionamento, producono una crescita della spesa che grava in modo diretto sui bilanci dei singoli Atenei. In altre parole, anche quando il finanziamento viene potenziato, se esso non cresce in maniera almeno proporzionale alla spesa e ai nuovi costi incomprimibili, è comunque minata la possibilità di progettare. E la programmazione è la condizione essenziale per assumere, stabilizzare, investire, innovare. I numeri aiutano a mettere a fuoco le priorità.

Secondo l’Ocse, in Italia la spesa per le istituzioni universitarie è circa l’1% del Pil, contro una media Ocse dell’1,4%.

Tale scarto significa meno margini per reclutare, competere a livello internazionale, sostenere la ricerca e ridurre le disuguaglianze. E quando le risorse scarseggiano, ne risentono maggiormente le fasce sociali più fragili e i territori più periferici. Alla fine il prezzo lo paga un’intera generazione, lo paga il Paese. Non a caso, come ha ricordato Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, una formazione universitaria di alto livello “stimola lo sviluppo locale”: nelle scelte di insediamento, le imprese di successo tendono a privilegiare territori dotati di un sistema universitario di qualità, capace di formare competenze e di alimentare innovazione. L’università non è un costo accessorio, ma una leva di crescita e attrattività.

Un Paese che ha ambizioni investe nel proprio sistema universitario, perché ciò equivale ad investire in produttività di lungo periodo, coesione sociale, cittadinanza critica, classi dirigenti competenti capaci di interpretare fenomeni complessi e vedere nuove opportunità. Significa non lasciare il futuro al caso, né consegnarlo al solo mercato. Questa riflessione vale anche sul piano regionale. La crescita non si produce per frammenti: richiede coordinamento e obiettivi condivisi. Come nuovo Presidente del Comitato Regionale di Coordinamento delle Università Marchigiane, credo che vada rafforzato il confronto tra Atenei e Istituzioni per orientare scelte strategiche in grado di rimettere al centro dell’interesse comune offerta formativa, ricerca, servizi agli studenti, attrattività internazionale.

Non in una logica di competitiva tra università — che peraltro nelle Marche, come altrove, svolgono spesso funzioni complementari piuttosto che analoghe — ma in un orizzonte di alleanza cooperativa. Un ultimo elemento va affrontato con serietà: il sistema universitario cambia anche per effetto del digitale. Non si tratta di contrapporre pubblico e privato, presenza e distanza, ma di garantire standard, trasparenza e responsabilità comparabili, perché la formazione superiore non è una merce qualunque, è un investimento pubblico nel capitale umano e nel futuro del Paese.

Autonomia, risorse, programmazione, cooperazione: parole che possono sembrare tecniche, ma che incidono sulla vita concreta e sulla qualità dello sviluppo delle persone. L’università può creare valore quotidianamente, aumentare la capacità di creare idee a beneficio di tutti, ma perché questo valore possa essere davvero espresso e riconosciuto è necessaria una scelta pubblica chiara e lungimirante. E questa scelta interpella la responsabilità sia personale sia collettiva, una scelta che riguarda il futuro di tutti e tutte.

* Rettore dell’Università di Macerata

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