Tra le startup gli “unicorni” non sono più una rarità

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Tra le startup gli “unicorni” non sono più una rarità

Le aziende non quotate in borsa a raggiungere un miliardo di dollari di valutazione sono centinaia ogni anno, tanto che si sono aggiunte altre creature mitologiche

La statua di un unicorno fuori da Buckingham Palace a Londra. (Robert Alexander/Getty Images)
La statua di un unicorno fuori da Buckingham Palace a Londra. (Robert Alexander/Getty Images)
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«Un milione di dollari non è fico. Sai cos’è fico? Un miliardo di dollari» è una celebre battuta di The Social Network, il film del 2010 che racconta la nascita di Facebook. La pronuncia il cofondatore di Napster Sean Parker, interpretato da Justin Timberlake, parlando con un giovane Mark Zuckerberg, a cui sta facendo da mentore. Oggi per una startup non è più così fico nemmeno un miliardo di dollari di valutazione, come ha raccontato la rivista di tecnologia Rest of World.

Negli anni Duemila era un traguardo talmente ambizioso da risultare assurdo. Anche negli anni successivi, l’idea che una startup arrivasse a valere un miliardo era ritenuta così straordinaria da meritarsi un soprannome, unicorn, reso popolare dall’investitrice Aileen Lee nel 2013, che scelse un animale mitico e leggendario proprio per sottolineare l’eccezionalità che a raggiungere quella valutazione fosse un’azienda non quotata in borsa, indipendentemente che si occupasse di tecnologia o meno.

Da allora, però, gli “unicorni” sono molto aumentati. Secondo la società di consulenza finanziaria PitchBook, oggi nel mondo ce ne sono 1.569. Questa cifra è cresciuta costantemente nel corso degli anni Dieci, con una forte accelerazione durante il periodo della pandemia. Soltanto nel 2021, per esempio, hanno raggiunto questo risultato 630 startup, con un incremento di circa il 200 percento rispetto all’anno precedente. Per fare un confronto, nel 2015 la rivista Fortune stimava che gli “unicorni” fossero poco più di 80 in tutto.

Anche le valutazioni di queste startup sono cresciute, seguendo l’andamento delle aziende tecnologiche negli ultimi quindici anni. Per questa ragione, sono stati coniati nuovi termini per identificare le startup di maggior valore: quelle con valutazioni superiori ai dieci miliardi di dollari vengono anche dette decacorn, mentre quelle che superano i dodici miliardi di dollari vengono definite dragon. Tuttavia, nemmeno queste nuove categorie sono sufficienti a descrivere gli unicorni più grandi del mondo, ormai su una scala del tutto diversa, come SpaceX (la cui valutazione è di 800 miliardi di dollari), OpenAI (500 miliardi di dollari), Anthropic (350 miliardi di dollari) e ByteDance (330 miliardi di dollari).

Lo sviluppo di questo tipo di startup fu favorito dai cambiamenti tecnologici e sociali, come la diffusione dei social media e dei dispositivi mobili, ma anche dalle politiche monetarie dei singoli paesi. Nel corso degli anni Dieci, infatti, gran parte delle banche centrali dei paesi più ricchi mantenne bassi i tassi di interesse, rendendo gli investimenti più facili da finanziare. Questo favorì in particolare le operazioni dei venture capitalist, ovvero gli investitori che puntano sulle startup con l’obiettivo di trovare le future Facebook o Google.

– Leggi anche:OpenAI si è fatta rimontare

La pandemia accelerò ulteriormente il fenomeno, spingendo molti investitori a finanziare aziende tecnologiche, con valutazioni spesso gonfiate, che non si rivelarono sostenibili dopo la fine dell’emergenza sanitaria. La conseguenza fu un drastico calo degli investimenti, tale da alimentare nel 2022 il timore di una bolla delle startup.

A partire dal 2023, il mercato ha subito un’ulteriore trasformazione, innescata dagli investimenti nell’intelligenza artificiale, che si concentrano in particolare sui data center. Il grande interesse per questo settore ha fatto salire il numero di investimenti, e quindi anche di “unicorni”. Secondo un’analisi condotta lo scorso anno dalla società di ricerche di mercato CB Insights, il settore dell’AI ne conta ben 498, dal valore complessivo di 2.700 miliardi di dollari. Di queste startup, ben 100 sono state fondate dopo il 2023.

Tra gli esempi più notevoli di questa corsa agli investimenti c’è Thinking Machines Lab, una startup fondata da Mira Murati, ex dirigente di OpenAI, che lo scorso luglio ha ottenuto due miliardi di dollari di investimenti e una valutazione di dodici miliardi di dollari, pur non avendo ancora un prodotto disponibile.

Anche per questo, nel settore dell’intelligenza artificiale, la categoria dell’unicorno e la soglia del miliardo di dollari, un tempo considerate traguardi ambiziosi, sembrano ormai superate. La nuova misura di riferimento nel campo tecnologico sembra invece essere il trillion (un migliaio di miliardi, o bilione in italiano), cifra precedentemente associata perlopiù al PIL di alcune nazioni. Sam Altman, capo di OpenAI, ha detto di aver assunto impegni per circa 1.400 miliardi di dollari per procurarsi l’energia e la capacità di calcolo necessarie ad alimentare le proprie operazioni.

– Leggi anche:La Silicon Valley vuole accumulare soldi finché si può

Qualcosa di simile sta avvenendo anche con il patrimonio personale dei singoli. Secondo alcune previsioni, per esempio, Elon Musk potrebbe essere la prima persona a superare il migliaio di miliardi di dollari, dopo la quotazione in borsa di SpaceX, prevista per quest’anno.

A ulteriore conferma del fatto che il miliardo di dollari non sia più considerato una soglia eccezionale nel settore tecnologico, alcuni osservatori sostengono che in futuro potrebbero nascere aziende con valutazioni simili composte da una sola persona. Ciò sarebbe reso possibile dall’intelligenza artificiale, che consente di sviluppare codice informatico in tempi molto rapidi. Come ha scritto l’Economist, si può immaginare un imprenditore che, grazie alle AI, porti una startup a valutazioni da unicorno lavorando da solo.

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«Un milione di dollari non è fico. Sai cos’è fico? Un miliardo di dollari» è una celebre battuta di The Social Network, il film del 2010 che racconta la nascita di Facebook. La pronuncia il cofondatore di Napster Sean Parker, interpretato da Justin Timberlake, parlando con un giovane Mark Zuckerberg, a cui sta facendo da mentore. Oggi per una startup non è più così fico nemmeno un miliardo di dollari di valutazione, come ha raccontato la rivista di tecnologia Rest of World.

Negli anni Duemila era un traguardo talmente ambizioso da risultare assurdo. Anche negli anni successivi, l’idea che una startup arrivasse a valere un miliardo era ritenuta così straordinaria da meritarsi un soprannome, unicorn, reso popolare dall’investitrice Aileen Lee nel 2013, che scelse un animale mitico e leggendario proprio per sottolineare l’eccezionalità che a raggiungere quella valutazione fosse un’azienda non quotata in borsa, indipendentemente che si occupasse di tecnologia o meno.

Da allora, però, gli “unicorni” sono molto aumentati. Secondo la società di consulenza finanziaria PitchBook, oggi nel mondo ce ne sono 1.569. Questa cifra è cresciuta costantemente nel corso degli anni Dieci, con una forte accelerazione durante il periodo della pandemia. Soltanto nel 2021, per esempio, hanno raggiunto questo risultato 630 startup, con un incremento di circa il 200 percento rispetto all’anno precedente. Per fare un confronto, nel 2015 la rivista Fortune stimava che gli “unicorni” fossero poco più di 80 in tutto.

Anche le valutazioni di queste startup sono cresciute, seguendo l’andamento delle aziende tecnologiche negli ultimi quindici anni. Per questa ragione, sono stati coniati nuovi termini per identificare le startup di maggior valore: quelle con valutazioni superiori ai dieci miliardi di dollari vengono anche dette decacorn, mentre quelle che superano i dodici miliardi di dollari vengono definite dragon. Tuttavia, nemmeno queste nuove categorie sono sufficienti a descrivere gli unicorni più grandi del mondo, ormai su una scala del tutto diversa, come SpaceX (la cui valutazione è di 800 miliardi di dollari), OpenAI (500 miliardi di dollari), Anthropic (350 miliardi di dollari) e ByteDance (330 miliardi di dollari).

Lo sviluppo di questo tipo di startup fu favorito dai cambiamenti tecnologici e sociali, come la diffusione dei social media e dei dispositivi mobili, ma anche dalle politiche monetarie dei singoli paesi. Nel corso degli anni Dieci, infatti, gran parte delle banche centrali dei paesi più ricchi mantenne bassi i tassi di interesse, rendendo gli investimenti più facili da finanziare. Questo favorì in particolare le operazioni dei venture capitalist, ovvero gli investitori che puntano sulle startup con l’obiettivo di trovare le future Facebook o Google.

– Leggi anche:OpenAI si è fatta rimontare

La pandemia accelerò ulteriormente il fenomeno, spingendo molti investitori a finanziare aziende tecnologiche, con valutazioni spesso gonfiate, che non si rivelarono sostenibili dopo la fine dell’emergenza sanitaria. La conseguenza fu un drastico calo degli investimenti, tale da alimentare nel 2022 il timore di una bolla delle startup.

A partire dal 2023, il mercato ha subito un’ulteriore trasformazione, innescata dagli investimenti nell’intelligenza artificiale, che si concentrano in particolare sui data center. Il grande interesse per questo settore ha fatto salire il numero di investimenti, e quindi anche di “unicorni”. Secondo un’analisi condotta lo scorso anno dalla società di ricerche di mercato CB Insights, il settore dell’AI ne conta ben 498, dal valore complessivo di 2.700 miliardi di dollari. Di queste startup, ben 100 sono state fondate dopo il 2023.

Tra gli esempi più notevoli di questa corsa agli investimenti c’è Thinking Machines Lab, una startup fondata da Mira Murati, ex dirigente di OpenAI, che lo scorso luglio ha ottenuto due miliardi di dollari di investimenti e una valutazione di dodici miliardi di dollari, pur non avendo ancora un prodotto disponibile.

Anche per questo, nel settore dell’intelligenza artificiale, la categoria dell’unicorno e la soglia del miliardo di dollari, un tempo considerate traguardi ambiziosi, sembrano ormai superate. La nuova misura di riferimento nel campo tecnologico sembra invece essere il trillion (un migliaio di miliardi, o bilione in italiano), cifra precedentemente associata perlopiù al PIL di alcune nazioni. Sam Altman, capo di OpenAI, ha detto di aver assunto impegni per circa 1.400 miliardi di dollari per procurarsi l’energia e la capacità di calcolo necessarie ad alimentare le proprie operazioni.

– Leggi anche:La Silicon Valley vuole accumulare soldi finché si può

Qualcosa di simile sta avvenendo anche con il patrimonio personale dei singoli. Secondo alcune previsioni, per esempio, Elon Musk potrebbe essere la prima persona a superare il migliaio di miliardi di dollari, dopo la quotazione in borsa di SpaceX, prevista per quest’anno.

A ulteriore conferma del fatto che il miliardo di dollari non sia più considerato una soglia eccezionale nel settore tecnologico, alcuni osservatori sostengono che in futuro potrebbero nascere aziende con valutazioni simili composte da una sola persona. Ciò sarebbe reso possibile dall’intelligenza artificiale, che consente di sviluppare codice informatico in tempi molto rapidi. Come ha scritto l’Economist, si può immaginare un imprenditore che, grazie alle AI, porti una startup a valutazioni da unicorno lavorando da solo.

Source URL: https://www.ilpost.it/2026/02/02/unicorni-startup/


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