Centrale “Federico II”, via al riesame Aia. E sulla vertenza Decaro tranquillo: «Enel non ha mai licenziato»

Potrebbe essere l’ultimo riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale della centrale Enel “Federico II” quello avviato nei giorni scorsi dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il precedente riesame dell’Aia 2020 risale al 2021 ed è quello il cui parere istruttorio conclusivo prendeva atto del piano di dismissione della centrale, che comportava la richiesta di messa fuori servizio delle unità al ministero dell’Ambiente entro il 30 giugno 2025 e la vera e propria messa fuori servizio delle ultime tre unità funzionali all’interno dell’impianto entro il 31 dicembre 2025.
Il Piano di dismissione
“Non essendo ad oggi noti – scriveva Enel nella documentazione richiesta dal ministero – l’istante T0 di messa fuori servizio per ciascuna delle unità di produzione, il presente Piano di Dismissione è strutturato riportando le attività necessarie per la dismissione e messa in sicurezza di ciascuna unità produttiva e quelle relative ai sistemi comuni. Il Piano di dismissione avrà pertanto una durata variabile in funzione degli scenari e delle tempistiche di dismissione delle singole unità di produzione. Qualora l’istante T0 sia comune per tutte le unità di produzione, le attività della seconda e terza unità dovranno intendersi sfalsate di almeno 6 mesi”. Nel frattempo, tuttavia, è cambiato il governo in carica e sono, di conseguenza, cambiati i programmi, anche alla luce delle contingenze internazionali. Il governo Meloni, infatti, con il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha chiarito diverse volte di voler tenere l’impianto di Brindisi, così come quello di Civitavecchia, in “riserva fredda”, dunque sostanzialmente fermo ma pronto a produrre in caso di problemi di approvvigionamento del gas naturale dovuti proprio alla complessa situazione internazionale.
La riserva fredda
Il problema, però, è che nel frattempo il termine del 31 dicembre 2025 previsto come data di uscita dal carbone dal Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima è trascorso e, ad oggi, la centrale è in effetti sostanzialmente ferma. «Diciamo così, in riserva fredda», ha confermato il ministro rispondendo all’interrogazione dei deputati di Forza Italia Mauro D’Attis e Alessandro Battilocchio. Ma a pagare il personale e tutte le spese necessarie per il mantenimento degli impianti in modo che questi siano pronti, eventualmente, a produrre di nuovo è, allo stato attuale, Enel. Che, al contrario, aveva chiarito proprio al governo di non volere più gestire le centrali. Intenzione rispetto alla quale non è stata trovata una soluzione, considerato che la Commissione europea ha già chiarito che qualsiasi regime di compensazione economica in favore di Enel va considerato come una violazione delle norme sugli aiuti di Stato.
La vertenza occupazionale
A tremare, in questo momento, più che i lavoratori diretti di Enel sono quelli dell’indotto. E proprio riguardo alla vertenza, il neo presidente della Regione Antonio Decaro si è detto sostanzialmente tranquillo. «Non sono preoccupato per il destino dei lavoratori perché Enel – ha fatto notare – non ha mai lasciato nessun lavoratore nel nostro Paese, il tema sono i posti di lavoro.
Oggi ci sono dei progetti arrivati per quei terreni che saranno dismessi quando sarà chiusa la centrale di Cerano. Dobbiamo vedere insieme ad Enel e al governo per cercare di ricollocare quelle persone in nuove attività per tutelare i posti di lavoro». Il riferimento è alle aziende, circa 50, che hanno partecipato alla manifestazione d’interesse bandita dal ministero nell’ambito del tavolo per la decarbonizzazione e la reindustrializzazione di Brindisi, guidato dal commissario Luigi Carnevale, che fino a qualche settimana fa era anche il prefetto del capoluogo messapico.
Centrale “Federico II”, via al riesame Aia. E sulla vertenza Decaro tranquillo: «Enel non ha mai licenziato»

Potrebbe essere l’ultimo riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale della centrale Enel “Federico II” quello avviato nei giorni scorsi dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il precedente riesame dell’Aia 2020 risale al 2021 ed è quello il cui parere istruttorio conclusivo prendeva atto del piano di dismissione della centrale, che comportava la richiesta di messa fuori servizio delle unità al ministero dell’Ambiente entro il 30 giugno 2025 e la vera e propria messa fuori servizio delle ultime tre unità funzionali all’interno dell’impianto entro il 31 dicembre 2025.
Il Piano di dismissione
“Non essendo ad oggi noti – scriveva Enel nella documentazione richiesta dal ministero – l’istante T0 di messa fuori servizio per ciascuna delle unità di produzione, il presente Piano di Dismissione è strutturato riportando le attività necessarie per la dismissione e messa in sicurezza di ciascuna unità produttiva e quelle relative ai sistemi comuni. Il Piano di dismissione avrà pertanto una durata variabile in funzione degli scenari e delle tempistiche di dismissione delle singole unità di produzione. Qualora l’istante T0 sia comune per tutte le unità di produzione, le attività della seconda e terza unità dovranno intendersi sfalsate di almeno 6 mesi”. Nel frattempo, tuttavia, è cambiato il governo in carica e sono, di conseguenza, cambiati i programmi, anche alla luce delle contingenze internazionali. Il governo Meloni, infatti, con il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha chiarito diverse volte di voler tenere l’impianto di Brindisi, così come quello di Civitavecchia, in “riserva fredda”, dunque sostanzialmente fermo ma pronto a produrre in caso di problemi di approvvigionamento del gas naturale dovuti proprio alla complessa situazione internazionale.
La riserva fredda
Il problema, però, è che nel frattempo il termine del 31 dicembre 2025 previsto come data di uscita dal carbone dal Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima è trascorso e, ad oggi, la centrale è in effetti sostanzialmente ferma. «Diciamo così, in riserva fredda», ha confermato il ministro rispondendo all’interrogazione dei deputati di Forza Italia Mauro D’Attis e Alessandro Battilocchio. Ma a pagare il personale e tutte le spese necessarie per il mantenimento degli impianti in modo che questi siano pronti, eventualmente, a produrre di nuovo è, allo stato attuale, Enel. Che, al contrario, aveva chiarito proprio al governo di non volere più gestire le centrali. Intenzione rispetto alla quale non è stata trovata una soluzione, considerato che la Commissione europea ha già chiarito che qualsiasi regime di compensazione economica in favore di Enel va considerato come una violazione delle norme sugli aiuti di Stato.
La vertenza occupazionale
A tremare, in questo momento, più che i lavoratori diretti di Enel sono quelli dell’indotto. E proprio riguardo alla vertenza, il neo presidente della Regione Antonio Decaro si è detto sostanzialmente tranquillo. «Non sono preoccupato per il destino dei lavoratori perché Enel – ha fatto notare – non ha mai lasciato nessun lavoratore nel nostro Paese, il tema sono i posti di lavoro.
Oggi ci sono dei progetti arrivati per quei terreni che saranno dismessi quando sarà chiusa la centrale di Cerano. Dobbiamo vedere insieme ad Enel e al governo per cercare di ricollocare quelle persone in nuove attività per tutelare i posti di lavoro». Il riferimento è alle aziende, circa 50, che hanno partecipato alla manifestazione d’interesse bandita dal ministero nell’ambito del tavolo per la decarbonizzazione e la reindustrializzazione di Brindisi, guidato dal commissario Luigi Carnevale, che fino a qualche settimana fa era anche il prefetto del capoluogo messapico.
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