Vestas, brandine, sdraie e attese. «Una vita intera in gioco. Resistiamo e diciamo no»
Viaggio tra i lavoratori che hanno deciso di occupare il magazzino per opporsi ai trasferimenti a Melfi. Ieri è arrivata la convocazione
della task force regionale. «Siamo stanchi, ma non molleremo»

È come fare un salto indietro nel tempo, quando le fabbriche venivano occupate e il conflitto sociale si misurava anche con la presenza fisica nei luoghi di lavoro. Nel magazzino Vestas di Taranto, oggi, ci sono brandine, sdraie e letti gonfiabili. Un mazzo di carte poggiato su una cassa di legno serve a ingannare l’attesa e tenere lontano lo sconforto. È il settimo giorno di sciopero e il terzo consecutivo di occupazione. Fuori ci sono freddo, pioggia e un gazebo come avamposto, mentre dentro regna un silenzio carico di tensione. Per ora, dall’azienda, non si è mosso nulla.
Resistenza contro i trasferimenti
La multinazionale danese dell’eolico resta ferma sulla sua decisione: trasferire, a partire dal primo marzo, il magazzino, il training center e il reparto di “reparation blades” da Taranto a San Nicola di Melfi.
Duecento chilometri che, per 32 lavoratori, non sono una semplice riorganizzazione logistica ma uno strappo netto con la propria vita. «Non ci arrendiamo – dice Pasquale Caniglia, uno dei lavoratori in presidio – perché qui è in gioco il nostro futuro. Oggi avremmo dovuto incontrare i dirigenti Vestas per discutere delle modalità operative del trasferimento, ma ovviamente non ci siamo presentati. Per noi questi sono licenziamenti mascherati».
Nel magazzino, l’organizzazione è diventata una necessità: squadre, turni, presidio h24. Giovanni Vitale racconta la quotidianità dell’occupazione: «Ci siamo organizzati per non lasciare mai scoperto il sito. Io vivo a Taranto, ho una compagna qui. Trasferirmi significherebbe stravolgere tutto: affittare una casa, sostenere costi enormi. L’azienda dice che potrebbe venirci incontro per il primo periodo, ma non è questo il punto. Qui si tratta di cambiare vita». La solidarietà diventa l’unico vero ammortizzatore. «Ognuno porta qualcosa da mangiare: teglie di pasta al forno, ciambelle preparate dalle mogli. E ci aiutiamo anche economicamente, soprattutto chi non può permettersi di perdere giorni di salario».
Un legame rafforzato dalla protesta
C’è un paradosso che emerge tra le corsie del magazzino occupato: «Metà di noi lavora spesso in trasferta – continua Vitale – e prima di questa vertenza non aveva nemmeno avuto modo di conoscersi davvero. In questi giorni stiamo creando un gruppo, ci stiamo affiatando. Ed è questo che ci rende più forti nel dire no». La protesta, oltre a bloccare simbolicamente il sito, incide direttamente sull’operatività dell’azienda: l’occupazione impedisce l’uso delle scorte e dei pezzi di ricambio, colpendo il cuore della catena logistica.
Per Alessandro Miccoli, questa vertenza ha il sapore amaro del déjà vu. «Nella prima vertenza Vestas Nacelles, tra il 2012 e il 2013, io fui tra quelli trasferiti – racconta –. Allora l’azienda chiuse il sito di Taranto per delocalizzare in Spagna. Avevo 38 anni e finii in Toscana. Con il tempo e con i livelli di carriera sono riuscito a tornare qui. Oggi mi sembra di rivivere un incubo». A 50 anni, con una moglie, due figli, di cui una all’università, il trasferimento non è un’opzione praticabile. «Ho responsabilità, spese, una vita costruita. Questa volta non posso ricominciare da capo. Per questo restiamo qui, in attesa, sostenendoci a vicenda».
Il fronte sindacale e le posizioni istituzionali
Sul fronte sindacale, Fiom e Uilm parlano apertamente di licenziamenti mascherati e hanno deciso di non partecipare agli incontri finché la procedura non verrà sospesa. La Fim Cisl ha scelto di restare al tavolo, criticando duramente le modalità aziendali e sottolineando come le motivazioni addotte – risparmi logistici, condizioni dell’immobile, minore impatto ambientale – ignorino completamente il valore umano. «Quello che viene presentato come un cambiamento organizzativo – sostiene il sindacato – è in realtà una rivoluzione nelle condizioni di vita delle persone».
Un primo spiraglio istituzionale è arrivato dalla Regione: la task force per le crisi industriali ha convocato un incontro per il 3 febbraio. Per Fiom e Uilm è «un primo passo in avanti», conquistato con lo sciopero e l’occupazione, ma non sufficiente a fermare la mobilitazione. Il presidio resta permanente, così come la sospensione di flessibilità, reperibilità e straordinari. Nel frattempo, tra le brandine del magazzino di Taranto, il tempo scorre lento. Le carte passano di mano in mano e le storie personali si intrecciano. Non è solo una vertenza sindacale: è un pezzo di vita collettiva che resiste, occupando uno spazio per ricordare che dietro ogni riorganizzazione ci sono persone, famiglie, radici difficili da sradicare con una semplice comunicazione via pec.
Vestas, brandine, sdraie e attese. «Una vita intera in gioco. Resistiamo e diciamo no»
Viaggio tra i lavoratori che hanno deciso di occupare il magazzino per opporsi ai trasferimenti a Melfi. Ieri è arrivata la convocazione
della task force regionale. «Siamo stanchi, ma non molleremo»

È come fare un salto indietro nel tempo, quando le fabbriche venivano occupate e il conflitto sociale si misurava anche con la presenza fisica nei luoghi di lavoro. Nel magazzino Vestas di Taranto, oggi, ci sono brandine, sdraie e letti gonfiabili. Un mazzo di carte poggiato su una cassa di legno serve a ingannare l’attesa e tenere lontano lo sconforto. È il settimo giorno di sciopero e il terzo consecutivo di occupazione. Fuori ci sono freddo, pioggia e un gazebo come avamposto, mentre dentro regna un silenzio carico di tensione. Per ora, dall’azienda, non si è mosso nulla.
Resistenza contro i trasferimenti
La multinazionale danese dell’eolico resta ferma sulla sua decisione: trasferire, a partire dal primo marzo, il magazzino, il training center e il reparto di “reparation blades” da Taranto a San Nicola di Melfi.
Duecento chilometri che, per 32 lavoratori, non sono una semplice riorganizzazione logistica ma uno strappo netto con la propria vita. «Non ci arrendiamo – dice Pasquale Caniglia, uno dei lavoratori in presidio – perché qui è in gioco il nostro futuro. Oggi avremmo dovuto incontrare i dirigenti Vestas per discutere delle modalità operative del trasferimento, ma ovviamente non ci siamo presentati. Per noi questi sono licenziamenti mascherati».
Nel magazzino, l’organizzazione è diventata una necessità: squadre, turni, presidio h24. Giovanni Vitale racconta la quotidianità dell’occupazione: «Ci siamo organizzati per non lasciare mai scoperto il sito. Io vivo a Taranto, ho una compagna qui. Trasferirmi significherebbe stravolgere tutto: affittare una casa, sostenere costi enormi. L’azienda dice che potrebbe venirci incontro per il primo periodo, ma non è questo il punto. Qui si tratta di cambiare vita». La solidarietà diventa l’unico vero ammortizzatore. «Ognuno porta qualcosa da mangiare: teglie di pasta al forno, ciambelle preparate dalle mogli. E ci aiutiamo anche economicamente, soprattutto chi non può permettersi di perdere giorni di salario».
Un legame rafforzato dalla protesta
C’è un paradosso che emerge tra le corsie del magazzino occupato: «Metà di noi lavora spesso in trasferta – continua Vitale – e prima di questa vertenza non aveva nemmeno avuto modo di conoscersi davvero. In questi giorni stiamo creando un gruppo, ci stiamo affiatando. Ed è questo che ci rende più forti nel dire no». La protesta, oltre a bloccare simbolicamente il sito, incide direttamente sull’operatività dell’azienda: l’occupazione impedisce l’uso delle scorte e dei pezzi di ricambio, colpendo il cuore della catena logistica.
Per Alessandro Miccoli, questa vertenza ha il sapore amaro del déjà vu. «Nella prima vertenza Vestas Nacelles, tra il 2012 e il 2013, io fui tra quelli trasferiti – racconta –. Allora l’azienda chiuse il sito di Taranto per delocalizzare in Spagna. Avevo 38 anni e finii in Toscana. Con il tempo e con i livelli di carriera sono riuscito a tornare qui. Oggi mi sembra di rivivere un incubo». A 50 anni, con una moglie, due figli, di cui una all’università, il trasferimento non è un’opzione praticabile. «Ho responsabilità, spese, una vita costruita. Questa volta non posso ricominciare da capo. Per questo restiamo qui, in attesa, sostenendoci a vicenda».
Il fronte sindacale e le posizioni istituzionali
Sul fronte sindacale, Fiom e Uilm parlano apertamente di licenziamenti mascherati e hanno deciso di non partecipare agli incontri finché la procedura non verrà sospesa. La Fim Cisl ha scelto di restare al tavolo, criticando duramente le modalità aziendali e sottolineando come le motivazioni addotte – risparmi logistici, condizioni dell’immobile, minore impatto ambientale – ignorino completamente il valore umano. «Quello che viene presentato come un cambiamento organizzativo – sostiene il sindacato – è in realtà una rivoluzione nelle condizioni di vita delle persone».
Un primo spiraglio istituzionale è arrivato dalla Regione: la task force per le crisi industriali ha convocato un incontro per il 3 febbraio. Per Fiom e Uilm è «un primo passo in avanti», conquistato con lo sciopero e l’occupazione, ma non sufficiente a fermare la mobilitazione. Il presidio resta permanente, così come la sospensione di flessibilità, reperibilità e straordinari. Nel frattempo, tra le brandine del magazzino di Taranto, il tempo scorre lento. Le carte passano di mano in mano e le storie personali si intrecciano. Non è solo una vertenza sindacale: è un pezzo di vita collettiva che resiste, occupando uno spazio per ricordare che dietro ogni riorganizzazione ci sono persone, famiglie, radici difficili da sradicare con una semplice comunicazione via pec.
Source URL: http://quotidianodipuglia.it/taranto/vestas_brandine_sdraie_attese_vita_intera_gioco_resistiamo_diciamo_no-9311672.html
