Stefania Sandrelli, l’antidiva che non vuole monumenti

Stefania Sandrelli, l’antidiva che non vuole monumenti

Al Sudestival di Monopoli l’attrice ripercorre “Novecento”, l’incontro con Bertolucci e una carriera attraversata con leggerezza, memoria e jazz

Stefania Sandrelli, l’antidiva che non vuole monumenti
di Rossella TRABACE
4 Minuti di Lettura
sabato 17 gennaio 2026, 04:20 – Ultimo aggiornamento: 17:40

L’arrivo è da diva malgré soi. L’attendono fuori dal Teatro. «Signora Sandrelli, una foto», «Signora Sandrelli, un autografo», «Signora Sandrelli, sono qui dalle 4, la prego». Lei è bellissima e lieve come sempre. Si sottrae alle foto: «Mi spiace, non posso, è per gli occhi», spiega, «il flash mi fa male», giustifica. Ma non nega l’ascolto e neanche la firma.
Arriva così nella hall del Teatro Radar di Monopoli, nel suo bel vestito blu, i capelli rossi, il viso truccato, ma non troppo. E trova anche il tempo, prima di entrare in sala, dove è l’ospite d’onore della serata inaugurale del Sudestival, per incontrare i giornalisti, rispondere a qualche domanda, scavare nei ricordi, quando le si chiede qualcosa di più sul suo rapporto con la Puglia, a quanto pare antichissimo. Nel vasto affresco umano e politico di “Novecento”, il film che inaugura la ventiseiesima edizione del festival, Stefania Sandrelli è Anita, una delle figure più potenti e al tempo stesso più fragili dell’intero primo atto: una donna che porta nel film la forza delle idee e la semplicità degli umili, la passione civile e la tenerezza quotidiana.
Non è un caso che Bernardo Bertolucci abbia voluto proprio lei, per animare quella figura materica e sfumata a un tempo: «Mi ha telefonato per dirmi che c’era un ruolo per me. Gli ho risposto: arrivo subito, quando? Domani? Per me è stata una sorpresa, sapevo che stava lavorando a un film gigantesco, mesi di lavorazione, lui era già sul set», racconta al giornalista Fabrizio Corallo sul palcoscenico del Radar, masticando una gomma americana che conserverà fino alla fine, piccola concessione a un’ansia da palcoscenico che non risparmia, evidentemente, neanche chi alle ribalte è abituato da almeno 65 anni.
«L’autista mi ha lasciata al cancello, ho attraversato a piedi un grande giardino seguendo la musica che sentivo arrivare da lontano. Quella musica mi ha portata da lui, che stava ascoltando del jazz. Siamo restati in silenzio per un po’, anche io amo il jazz, è stata la cosa più naturale del mondo. Poi abbiamo parlato del film, poco, per la verità».
Stefania Sandrelli è, in questa serata monopolitana, memoria vivente del primo atto di “Novecento”, proiettato poco prima che lei arrivasse; il secondo atto – per un totale di cinque ore e venti minuti – seguirà questa intervista al Teatro Radar di Monopoli, in apertura della ventiseiesima edizione del festival del cinema italiano che fino al 14 marzo ospiterà proiezioni, laboratori, masterclass, registi, attori e professionisti del cinema.
Quando il direttore artistico Michele Suma, chiamandola in palcoscenico, la definisce «un’icona del cinema italiano», lei si schernisce e rilancia: «Purché non mi si dia del monumento, monumento no!», ironizza. Prima di ricevere il Premio Eccellenti Visioni, un ricordo di questa terra e dei suoi artigiani, intitolato “Raffa la Caraffa”: un nome che la fa ridere tantissimo, la sorpresa è autentica, la gioia anche.
Poi arriva il tempo dei ricordi: il bellissimo Dépardieu e «il ritroso De Niro». E quel regista così accogliente da consentirle di fidarsi e affidarsi, sempre. E poi quel mare di bandiere rosse, «erano tantissime ed erano belle. La scena sotto quella enorme bandiera rossa è stata meravigliosa. E irripetibile».
Come la maggior parte dei film girati nel corso di quel Novecento che Sandrelli ha attraversato sotto braccio ai più grandi registi italiani, da Germi che la scelse nel lontano 1961, a Monicelli, a Scola. «C’erano tante ragazze carine al provino per “Divorzio all’italiana”. Io ero caruccia, ma lui capì che avevo anche una certa sostanza. Conoscevo tutto del cinema, grazie a mio fratello, che era un cinéphile e mi spiegava tutto. Facevamo insieme anche dei piccoli film, io e lui. Mai però avrei pensato che avrei fatto questa carriera».
 

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Stefania Sandrelli, l’antidiva che non vuole monumenti

Al Sudestival di Monopoli l’attrice ripercorre “Novecento”, l’incontro con Bertolucci e una carriera attraversata con leggerezza, memoria e jazz

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di Rossella TRABACE
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sabato 17 gennaio 2026, 04:20 – Ultimo aggiornamento: 17:40

L’arrivo è da diva malgré soi. L’attendono fuori dal Teatro. «Signora Sandrelli, una foto», «Signora Sandrelli, un autografo», «Signora Sandrelli, sono qui dalle 4, la prego». Lei è bellissima e lieve come sempre. Si sottrae alle foto: «Mi spiace, non posso, è per gli occhi», spiega, «il flash mi fa male», giustifica. Ma non nega l’ascolto e neanche la firma.
Arriva così nella hall del Teatro Radar di Monopoli, nel suo bel vestito blu, i capelli rossi, il viso truccato, ma non troppo. E trova anche il tempo, prima di entrare in sala, dove è l’ospite d’onore della serata inaugurale del Sudestival, per incontrare i giornalisti, rispondere a qualche domanda, scavare nei ricordi, quando le si chiede qualcosa di più sul suo rapporto con la Puglia, a quanto pare antichissimo. Nel vasto affresco umano e politico di “Novecento”, il film che inaugura la ventiseiesima edizione del festival, Stefania Sandrelli è Anita, una delle figure più potenti e al tempo stesso più fragili dell’intero primo atto: una donna che porta nel film la forza delle idee e la semplicità degli umili, la passione civile e la tenerezza quotidiana.
Non è un caso che Bernardo Bertolucci abbia voluto proprio lei, per animare quella figura materica e sfumata a un tempo: «Mi ha telefonato per dirmi che c’era un ruolo per me. Gli ho risposto: arrivo subito, quando? Domani? Per me è stata una sorpresa, sapevo che stava lavorando a un film gigantesco, mesi di lavorazione, lui era già sul set», racconta al giornalista Fabrizio Corallo sul palcoscenico del Radar, masticando una gomma americana che conserverà fino alla fine, piccola concessione a un’ansia da palcoscenico che non risparmia, evidentemente, neanche chi alle ribalte è abituato da almeno 65 anni.
«L’autista mi ha lasciata al cancello, ho attraversato a piedi un grande giardino seguendo la musica che sentivo arrivare da lontano. Quella musica mi ha portata da lui, che stava ascoltando del jazz. Siamo restati in silenzio per un po’, anche io amo il jazz, è stata la cosa più naturale del mondo. Poi abbiamo parlato del film, poco, per la verità».
Stefania Sandrelli è, in questa serata monopolitana, memoria vivente del primo atto di “Novecento”, proiettato poco prima che lei arrivasse; il secondo atto – per un totale di cinque ore e venti minuti – seguirà questa intervista al Teatro Radar di Monopoli, in apertura della ventiseiesima edizione del festival del cinema italiano che fino al 14 marzo ospiterà proiezioni, laboratori, masterclass, registi, attori e professionisti del cinema.
Quando il direttore artistico Michele Suma, chiamandola in palcoscenico, la definisce «un’icona del cinema italiano», lei si schernisce e rilancia: «Purché non mi si dia del monumento, monumento no!», ironizza. Prima di ricevere il Premio Eccellenti Visioni, un ricordo di questa terra e dei suoi artigiani, intitolato “Raffa la Caraffa”: un nome che la fa ridere tantissimo, la sorpresa è autentica, la gioia anche.
Poi arriva il tempo dei ricordi: il bellissimo Dépardieu e «il ritroso De Niro». E quel regista così accogliente da consentirle di fidarsi e affidarsi, sempre. E poi quel mare di bandiere rosse, «erano tantissime ed erano belle. La scena sotto quella enorme bandiera rossa è stata meravigliosa. E irripetibile».
Come la maggior parte dei film girati nel corso di quel Novecento che Sandrelli ha attraversato sotto braccio ai più grandi registi italiani, da Germi che la scelse nel lontano 1961, a Monicelli, a Scola. «C’erano tante ragazze carine al provino per “Divorzio all’italiana”. Io ero caruccia, ma lui capì che avevo anche una certa sostanza. Conoscevo tutto del cinema, grazie a mio fratello, che era un cinéphile e mi spiegava tutto. Facevamo insieme anche dei piccoli film, io e lui. Mai però avrei pensato che avrei fatto questa carriera».
 

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