Dialetto, anticorpo della lingua madre: la rinascita tra web, musica e teatro

Dialetto, anticorpo della lingua madre: la rinascita tra web, musica e teatro

Dialetto, anticorpo della lingua madre: la rinascita tra web, musica e teatro
di Alessandra LUPO
5 Minuti di Lettura
sabato 17 gennaio 2026, 17:38 – Ultimo aggiornamento: 18:02

Il dialetto non è mai sparito. È stato dato per superato, corretto a scuola, limato in televisione, relegato a residuo. Ma non se n’è andato. Ha cambiato postura, si è spostato di lato, ha trovato altri spazi. Oggi riemerge dove meno ce lo aspettiamo: nella musica che ha saputo farsi globale senza perdere timbro, nel teatro che continua a usarlo come lingua dell’urgenza, nel web dove diventa parodia, memoria condivisa, segno di riconoscimento immediato.
Il 17 gennaio, in Italia, si celebra la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali. Una ricorrenza che rischia sempre la forma della targa, del premio alla carriera, del patrimonio messo in bacheca. Eppure, se la si guarda dalla Puglia, questa giornata somiglia meno a una commemorazione e più a una radiografia: non del passato, ma del presente.
Perché qui il dialetto non è mai stato solo un fatto di cucina e cortile. È diventato, da decenni, un dispositivo culturale, un linguaggio vivo che ha attraversato arti, musica, teatro, web, fino ai menù dei ristoranti. E sì, anche un fattore di marketing territoriale che funziona proprio perché non finge: intercetta una domanda di verità, di timbro, di appartenenza. Non necessariamente nostalgica. Spesso, al contrario, combattiva.
La Puglia ha imparato presto che la “veracità” poteva essere una risorsa. Dalla codifica dei modi di dire esperienze come Inchiostro di Puglia hanno messo in pagina l’intera regione fino alla musica, dove il dialetto è diventato veicolo di modernità.
L’esempio più eclatante resta la Notte della Taranta, che ha trasformato una tradizione locale in un evento internazionale, riportando al centro non solo il patrimonio musicale e orale del Salento, ma anche il grico, lingua minoritaria della Grecìa salentina, aprendo la strada a fenomeni di riscoperta analoghi nel Mezzogiorno e oltre.
Ma negli anni Novanta ci fu un altro scarto decisivo: sull’onda del fenomeno delle Posse, i Sud Sound System furono pionieri nell’innestare il dialetto salentino sui ritmi giamaicani e sulle vibrazioni urbane, portando quella lingua fino ad allora percepita come marginale in tutta Italia. Una scelta che allora sembrava quasi una provocazione. «Il ritorno al dialetto è stato una sorta di anticorpo racconta Nandu Popu, leader e tra i fondatori della band . Negli anni dell’omologazione forzata, del linguaggio uniforme imposto dal mercato, usare il dialetto era una trincea di resistenza. Ci dicevano che eravamo ignoranti? E noi rivendicavamo quella lingua come orgoglio». Un gesto politico prima ancora che culturale.
Dal rap al teatro il passo è breve. Il dialetto, in scena, non ha mai davvero abbandonato il palco, soprattutto nel Barese, che non lo ha mai del tutto relegato a vernacolo, facendone piuttosto una lingua immediata: quella della battuta irresistibile e della saggezza popolare levantina. Dalla comicità di Mudù a Gianni Ciardo, fino al fenomeno intramontabile di Toti e Tata, capace ancora oggi di riempire i teatri, come dimostrano i sold out e i raddoppi della reunion degli Oesais, parodia barese degli Oasis. Un sostrato cui deve molto anche la baresità da record di Checco Zalone.
Sul fronte della ricerca teatrale, Vito Signorile che al dialetto ha dedicato traduzioni, insegnamenti e una sorta di archivio vivente parla senza indulgenze: «Il dialetto è una lingua che permette mille sfumature emotive in più rispetto all’italiano. Ma attenzione: oggi vive su un doppio binario. Da una parte la verità espressiva, dall’altra l’uso superficiale, promozionale, spesso maldestro». E avverte: «Celebrarlo va bene, ma non deve sembrare un accompagnarlo alla porta. È ancora lingua madre, lingua matrice».
Una posizione che dialoga con l’analisi del linguista Marcello Aprile, docente di Linguistica a Unisalento e con radici familiari nella cultura grica: «Quello di oggi non è il dialetto dei nostri nonni. È una lingua che ha cambiato pelle, si è italianizzata, ha perso pezzi di cultura materiale ma ha trovato nuovi spazi». Eppure ritorna sempre. «Sì, il dialetto è stato cacciato dalla porta ed è rientrato dalla finestra. Resiste negli accenti, nel nuovo uso che se ne fa».
E infatti il dialetto oggi vive anche e forse soprattutto sul web. Meme, parodie, sketch. Il brindisino Mandrake ha fatto della veracità una cifra comica riconoscibile, con riscontri fino a pochi anni fa impensabili. La salentina Sabina Blasi, comica dei Malfattori, ha costruito un personaggio che mescola ironia feroce e identità locale, conquistando decine di migliaia di follower con dialoghi senza una sola sillaba in italiano. E poi c’è Jalisse Bascià, giovanissima che rilegge i grandi successi pop in chiave dialettale: 35mila follower su Instagram e, nel 2023, la finale di All Together Now su Mediaset, cantando in inglese. Anche questo è il segno dei tempi: identità multiple, non contraddittorie.
Nel frattempo, la Giornata nazionale del dialetto si traduce in una costellazione di eventi che attraversa tutta la regione. A Bisceglie, al Teatro Garibaldi, la serata è dedicata a teatro, poesia e memoria: saggi scenici in dialetto, letture poetiche, musica dal vivo e un forte accento sul passaggio generazionale, con il coinvolgimento delle scuole e delle associazioni culturali locali.
A Lecce, alla Biblioteca Bernardini, negli spazi della Fabbrica delle Parole, La voce dei poeti nella lingua madre intreccia omaggi alle grandi figure della poesia dialettale salentina e letture contemporanee, in un dialogo tra oralità, stampa e memoria.
A Scorrano, con l’ottava edizione di Cuntala comu la sai, la parola dialettale diventa racconto collettivo: poesie, tiritere e testi in vernacolo provenienti da tutta la provincia, a ribadire che non esiste “il” dialetto salentino, ma una costellazione di varianti, spesso diverse da paese a paese, talvolta da quartiere a quartiere.
E c’è anche Toritto, nel Barese, dove il 17 gennaio l’Aula consiliare ospita un incontro di poesie, letture e racconti affidati alle Pro Loco della Delegazione Peucetia Sud. Non folklore, insomma, ma una rete di pratiche e di resistenze culturali che attraversa grandi città e piccoli centri.
La domanda, allora, resta aperta. Siamo tutti figli del dialetto? Forse sì, ma non nello stesso modo. Non è più la lingua esclusiva della necessità, né quella della vergogna. È diventato un campo di gioco, di conflitto, di reinvenzione. Un luogo dove il passato non viene imbalsamato, ma rimesso in circolo. E se torna, ciclicamente, non è per nostalgia. È perché come ogni lingua viva continua a dire cose che altrove non sapremmo dire.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dialetto, anticorpo della lingua madre: la rinascita tra web, musica e teatro

Dialetto, anticorpo della lingua madre: la rinascita tra web, musica e teatro
di Alessandra LUPO
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sabato 17 gennaio 2026, 17:38 – Ultimo aggiornamento: 18:02

Il dialetto non è mai sparito. È stato dato per superato, corretto a scuola, limato in televisione, relegato a residuo. Ma non se n’è andato. Ha cambiato postura, si è spostato di lato, ha trovato altri spazi. Oggi riemerge dove meno ce lo aspettiamo: nella musica che ha saputo farsi globale senza perdere timbro, nel teatro che continua a usarlo come lingua dell’urgenza, nel web dove diventa parodia, memoria condivisa, segno di riconoscimento immediato.
Il 17 gennaio, in Italia, si celebra la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali. Una ricorrenza che rischia sempre la forma della targa, del premio alla carriera, del patrimonio messo in bacheca. Eppure, se la si guarda dalla Puglia, questa giornata somiglia meno a una commemorazione e più a una radiografia: non del passato, ma del presente.
Perché qui il dialetto non è mai stato solo un fatto di cucina e cortile. È diventato, da decenni, un dispositivo culturale, un linguaggio vivo che ha attraversato arti, musica, teatro, web, fino ai menù dei ristoranti. E sì, anche un fattore di marketing territoriale che funziona proprio perché non finge: intercetta una domanda di verità, di timbro, di appartenenza. Non necessariamente nostalgica. Spesso, al contrario, combattiva.
La Puglia ha imparato presto che la “veracità” poteva essere una risorsa. Dalla codifica dei modi di dire esperienze come Inchiostro di Puglia hanno messo in pagina l’intera regione fino alla musica, dove il dialetto è diventato veicolo di modernità.
L’esempio più eclatante resta la Notte della Taranta, che ha trasformato una tradizione locale in un evento internazionale, riportando al centro non solo il patrimonio musicale e orale del Salento, ma anche il grico, lingua minoritaria della Grecìa salentina, aprendo la strada a fenomeni di riscoperta analoghi nel Mezzogiorno e oltre.
Ma negli anni Novanta ci fu un altro scarto decisivo: sull’onda del fenomeno delle Posse, i Sud Sound System furono pionieri nell’innestare il dialetto salentino sui ritmi giamaicani e sulle vibrazioni urbane, portando quella lingua fino ad allora percepita come marginale in tutta Italia. Una scelta che allora sembrava quasi una provocazione. «Il ritorno al dialetto è stato una sorta di anticorpo racconta Nandu Popu, leader e tra i fondatori della band . Negli anni dell’omologazione forzata, del linguaggio uniforme imposto dal mercato, usare il dialetto era una trincea di resistenza. Ci dicevano che eravamo ignoranti? E noi rivendicavamo quella lingua come orgoglio». Un gesto politico prima ancora che culturale.
Dal rap al teatro il passo è breve. Il dialetto, in scena, non ha mai davvero abbandonato il palco, soprattutto nel Barese, che non lo ha mai del tutto relegato a vernacolo, facendone piuttosto una lingua immediata: quella della battuta irresistibile e della saggezza popolare levantina. Dalla comicità di Mudù a Gianni Ciardo, fino al fenomeno intramontabile di Toti e Tata, capace ancora oggi di riempire i teatri, come dimostrano i sold out e i raddoppi della reunion degli Oesais, parodia barese degli Oasis. Un sostrato cui deve molto anche la baresità da record di Checco Zalone.
Sul fronte della ricerca teatrale, Vito Signorile che al dialetto ha dedicato traduzioni, insegnamenti e una sorta di archivio vivente parla senza indulgenze: «Il dialetto è una lingua che permette mille sfumature emotive in più rispetto all’italiano. Ma attenzione: oggi vive su un doppio binario. Da una parte la verità espressiva, dall’altra l’uso superficiale, promozionale, spesso maldestro». E avverte: «Celebrarlo va bene, ma non deve sembrare un accompagnarlo alla porta. È ancora lingua madre, lingua matrice».
Una posizione che dialoga con l’analisi del linguista Marcello Aprile, docente di Linguistica a Unisalento e con radici familiari nella cultura grica: «Quello di oggi non è il dialetto dei nostri nonni. È una lingua che ha cambiato pelle, si è italianizzata, ha perso pezzi di cultura materiale ma ha trovato nuovi spazi». Eppure ritorna sempre. «Sì, il dialetto è stato cacciato dalla porta ed è rientrato dalla finestra. Resiste negli accenti, nel nuovo uso che se ne fa».
E infatti il dialetto oggi vive anche e forse soprattutto sul web. Meme, parodie, sketch. Il brindisino Mandrake ha fatto della veracità una cifra comica riconoscibile, con riscontri fino a pochi anni fa impensabili. La salentina Sabina Blasi, comica dei Malfattori, ha costruito un personaggio che mescola ironia feroce e identità locale, conquistando decine di migliaia di follower con dialoghi senza una sola sillaba in italiano. E poi c’è Jalisse Bascià, giovanissima che rilegge i grandi successi pop in chiave dialettale: 35mila follower su Instagram e, nel 2023, la finale di All Together Now su Mediaset, cantando in inglese. Anche questo è il segno dei tempi: identità multiple, non contraddittorie.
Nel frattempo, la Giornata nazionale del dialetto si traduce in una costellazione di eventi che attraversa tutta la regione. A Bisceglie, al Teatro Garibaldi, la serata è dedicata a teatro, poesia e memoria: saggi scenici in dialetto, letture poetiche, musica dal vivo e un forte accento sul passaggio generazionale, con il coinvolgimento delle scuole e delle associazioni culturali locali.
A Lecce, alla Biblioteca Bernardini, negli spazi della Fabbrica delle Parole, La voce dei poeti nella lingua madre intreccia omaggi alle grandi figure della poesia dialettale salentina e letture contemporanee, in un dialogo tra oralità, stampa e memoria.
A Scorrano, con l’ottava edizione di Cuntala comu la sai, la parola dialettale diventa racconto collettivo: poesie, tiritere e testi in vernacolo provenienti da tutta la provincia, a ribadire che non esiste “il” dialetto salentino, ma una costellazione di varianti, spesso diverse da paese a paese, talvolta da quartiere a quartiere.
E c’è anche Toritto, nel Barese, dove il 17 gennaio l’Aula consiliare ospita un incontro di poesie, letture e racconti affidati alle Pro Loco della Delegazione Peucetia Sud. Non folklore, insomma, ma una rete di pratiche e di resistenze culturali che attraversa grandi città e piccoli centri.
La domanda, allora, resta aperta. Siamo tutti figli del dialetto? Forse sì, ma non nello stesso modo. Non è più la lingua esclusiva della necessità, né quella della vergogna. È diventato un campo di gioco, di conflitto, di reinvenzione. Un luogo dove il passato non viene imbalsamato, ma rimesso in circolo. E se torna, ciclicamente, non è per nostalgia. È perché come ogni lingua viva continua a dire cose che altrove non sapremmo dire.
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