Flaubert, viaggio in Puglia: «Strade bianche e tortuose, ipertofia di cuore»

12 gennaio, 18:00
«Penetranti» è l’aggettivo giusto per dare l’idea di occhi scuri, profondi e con uno sguardo serio e intenso. Occhi capaci di andare “oltre” ciò che guardano. Sono stati i suoi contemporanei a dire che Gustav Flaubert avesse «occhi scuri, profondi, dallo sguardo serio e intenso». «Penetranti» appunto, soprattutto se si pensa che qui si parla del celebre scrittore quando non aveva ancora 30 anni ed era a una svolta della sua vita, in un periodo complesso iniziato nel 1849 quando, «tra dubbi e rimorsi per aver lasciato la madre – hanno scritto i biografi -, viaggiò con Maxime Du Camp verso “oriente”; arrivando in Egitto, navigando sul Nilo, poi visitando Gerusalemme, Damasco, Tripoli, Beirut, Costantinopoli, Atene e il Peloponneso». Fulvia Fiorini, invece, che ha tradotto i suoi appunti di viaggio pubblicati nelle «Oeuvres complètes», ci ha ricordato che Flaubert viaggiò in Puglia nel febbraio del 1851, arrivando a Brindisi da Patrasso, Zacinto e Corfù…
La nave che riportò in Occidente Flaubert e Du Camp – che passerà alla storia non solo come scrittore, ma anche come fotografo celebre per i suoi reportage di viaggio e per essere stato tra i primi a documentare l’Egitto con la fotografia – attraccò a Brindisi lunedì 10 febbraio 1851 e lo scrittore, il giorno successivo, iniziò a risalire la Puglia lungo la dorsale adriatica per poi raggiungere Napoli e Roma. Doveva essere abbastanza poco curato nell’aspetto se i suoi biografi, ricordando il distacco dalla madre e descrivendo il reincontro hanno scritto: «Quindi Napoli (dove dopo molto tempo si taglia la barba) e Roma dove la madre, impaziente di aspettarlo, lo raggiunge». E allora, immaginiamolo, questo 29enne francese di buonissima famiglia e con la barba lunga, scendere dal traghetto, che attracca a Brindisi. Quindi leggiamo i suoi appunti tradotti in italiano: Flaubert dedicherà 196 parole a Brindisi, 7 a San Vito dei Normanni, 37 a Carovigno e 114 a Ostuni.
Gli appunti di viaggio
«Vista di Brindisi, costa basse, forte, porto», scrisse Flaubert fissando i momenti dell’attracco. Quindi aggiunse: «Attesa – I marinai in maglione – Stima della capote», appunto pensando al clima ed all’abbigliamento. E poi la prima frase completa: «Musicista ambulante e giovanotto rosso, in cappottino di velluto, basco calzato sull’orecchio», per definire un ambiente già descritto da altri viaggiatori. Dovevano essere davvero appunti, quelli di Flaubert, giusto per fissare immagini che poi, richiamate alla mente all’occorrenza, avrebbero potuto essere sviluppate nella loro descrizione. Fra gli altri appunti leggiamo ancora: «Ipertrofia di cuore – Dogana – Il commissario di polizia», quindi la prima fotografia di Brindisi: «Strade bianche e tortuose a Brindisi, teatro, albergo di Cupido – Il poliziotto francese – Cena». Probabilmente lo scrittore cenò assai presto e consumato il pasto si aggirò per le vie del centro cittadino quindi, verosimilmente, uscì da porta Mesagne per una «passeggiata fuori città, strada, aloe, angolo fortificato, colore arancio del sole, calma». Dovrebbe aver raggiunto l’attuale via provinciale San Vito nei pressi del castello svevo e lì probabilmente incontrò «contadini e contadine che ritornano dai campi: “- Buona sera!”».
Una scena di vita ordinaria – nei campi si lavorava “da sole a sole” – anticipa il «ritorno in albergo» che doveva essere in centro, probabilmente nei pressi dell’attuale via Ferrante Fornari, che all’epoca si chiamava via del Teatro perché il “Marco Pacuvio” era lì: «Teatro, La figlia del conte Orloff», leggiamo ancora negli appunti di Flaubert che, prima di iniziare a fissare su foglio ciò che accadde martedì 11 febbraio annotò: «Notte in grandi letti».
«La mattina aspetto Max, che è andato a fare il giro della città», scrisse ancora Flaubert citando l’illustre compagno di viaggio e poi ecco: «Polizia – Proprio a mezzogiorno partiti – Vecchia carrozza, tappezzata di rosso, su alte ruote; tre cavalli neri, piume di pavone sulla testa.
Il padrone, omone in berretto di seta sotto il cappello bianco, ci accompagna; dietro, oltre al cocchiere, c’è un ragazzo a cassetta». Quindi ancora: «Usciti per il luogo in cui ieri sera siamo stati a passeggio – Strada dritta, pianura piatta, molto verde, ben coltivata; il mare a destra, ben presto lo si perde di vista – Una fattoria – Passo falso, ci fermiamo, la terra è polverosa, friabile, spessa – Boschetto di quercioli – Operai lavorano per fare ponti sulle inondazioni». Come si fa a non immaginare l’attuale percorso della litoranea ed il bosco del Compare? E siamo già a «S. Vito, piccolo villaggio di poche case» e poi «Carovigno, che lasciamo a destra, è su un’altura. Continuando la strada che conduce qui, una strada putrida, case bianche, grigie, alte. Dopo Carovigno ci sono molti olivi; coltivazione di fave sotto gli alberi, appezzamenti quadrati di lino».
La vista di Ostuni
Muta il paesaggio, mutano i colori della natura in quel martedì che si conclude a Ostuni. Flaubert la vede «su un poggio che si eleva sulla pianura. La città è raggruppata intorno alla chiesa, che la domina; da questa al mare, a destra, grande pianura coperta di olivi di un solo colore, con alcune case bianche qua e là, che risaltano sul verde: il verde, poi il mare blu».
Basterebbero questi appunti, per delineare i toni di una stagione. E invece prosegue: «Al centro della città, una piazza quadrata, fontana con una statua di vescovo, col braccio alzato – Sant’Oronzo – L’albergo fuori città: a pianterreno, stanza in cui ci riscaldiamo, piccole lampade antiche appese al muro, fumose; un giovanotto che ci fa delle domande – Visita dei poliziotti – Difficoltà per procurarsi da mangiare, da due ore aspettiamo la cena, abbiamo adesso delle arance, dell’insalata e dei capperi». Non sappiamo a che ora sia partito da Ostuni per Monopoli mercoledì 12 febbraio. Alle 11 del mattino, però, il noto scrittore, con l’amico Du Camp, sarà lì «dove – annoterà – siamo scortati da tutta la popolazione del paese che si affretta per vederci», ma colpisce maggiormente l’osservazione iniziale agli appunti di quel mercoledì: «Tutta la giornata, ancora più olivi del giorno prima, bella campagna».
Servivano occhi «penetranti» per leggere una realtà, cogliere suoi elementi immortali (dagli ulivi della Piana, ai capperi, ai colori della natura) magari per anticipare le suggestioni che un luogo può offrire, nel contrasto tardo invernale del verde e del bianco, che sarebbero state sublimate da un altro grande osservatore, quale è stato il giornalista Ettore Della Giovanna, che chiamò Ostuni «il paese più bianco del mondo».
Ma questa è storia, che merita un racconto a sé, al pari delle impressioni di Maxime Du Camp.
Flaubert, viaggio in Puglia: «Strade bianche e tortuose, ipertofia di cuore»

12 gennaio, 18:00
«Penetranti» è l’aggettivo giusto per dare l’idea di occhi scuri, profondi e con uno sguardo serio e intenso. Occhi capaci di andare “oltre” ciò che guardano. Sono stati i suoi contemporanei a dire che Gustav Flaubert avesse «occhi scuri, profondi, dallo sguardo serio e intenso». «Penetranti» appunto, soprattutto se si pensa che qui si parla del celebre scrittore quando non aveva ancora 30 anni ed era a una svolta della sua vita, in un periodo complesso iniziato nel 1849 quando, «tra dubbi e rimorsi per aver lasciato la madre – hanno scritto i biografi -, viaggiò con Maxime Du Camp verso “oriente”; arrivando in Egitto, navigando sul Nilo, poi visitando Gerusalemme, Damasco, Tripoli, Beirut, Costantinopoli, Atene e il Peloponneso». Fulvia Fiorini, invece, che ha tradotto i suoi appunti di viaggio pubblicati nelle «Oeuvres complètes», ci ha ricordato che Flaubert viaggiò in Puglia nel febbraio del 1851, arrivando a Brindisi da Patrasso, Zacinto e Corfù…
La nave che riportò in Occidente Flaubert e Du Camp – che passerà alla storia non solo come scrittore, ma anche come fotografo celebre per i suoi reportage di viaggio e per essere stato tra i primi a documentare l’Egitto con la fotografia – attraccò a Brindisi lunedì 10 febbraio 1851 e lo scrittore, il giorno successivo, iniziò a risalire la Puglia lungo la dorsale adriatica per poi raggiungere Napoli e Roma. Doveva essere abbastanza poco curato nell’aspetto se i suoi biografi, ricordando il distacco dalla madre e descrivendo il reincontro hanno scritto: «Quindi Napoli (dove dopo molto tempo si taglia la barba) e Roma dove la madre, impaziente di aspettarlo, lo raggiunge». E allora, immaginiamolo, questo 29enne francese di buonissima famiglia e con la barba lunga, scendere dal traghetto, che attracca a Brindisi. Quindi leggiamo i suoi appunti tradotti in italiano: Flaubert dedicherà 196 parole a Brindisi, 7 a San Vito dei Normanni, 37 a Carovigno e 114 a Ostuni.
Gli appunti di viaggio
«Vista di Brindisi, costa basse, forte, porto», scrisse Flaubert fissando i momenti dell’attracco. Quindi aggiunse: «Attesa – I marinai in maglione – Stima della capote», appunto pensando al clima ed all’abbigliamento. E poi la prima frase completa: «Musicista ambulante e giovanotto rosso, in cappottino di velluto, basco calzato sull’orecchio», per definire un ambiente già descritto da altri viaggiatori. Dovevano essere davvero appunti, quelli di Flaubert, giusto per fissare immagini che poi, richiamate alla mente all’occorrenza, avrebbero potuto essere sviluppate nella loro descrizione. Fra gli altri appunti leggiamo ancora: «Ipertrofia di cuore – Dogana – Il commissario di polizia», quindi la prima fotografia di Brindisi: «Strade bianche e tortuose a Brindisi, teatro, albergo di Cupido – Il poliziotto francese – Cena». Probabilmente lo scrittore cenò assai presto e consumato il pasto si aggirò per le vie del centro cittadino quindi, verosimilmente, uscì da porta Mesagne per una «passeggiata fuori città, strada, aloe, angolo fortificato, colore arancio del sole, calma». Dovrebbe aver raggiunto l’attuale via provinciale San Vito nei pressi del castello svevo e lì probabilmente incontrò «contadini e contadine che ritornano dai campi: “- Buona sera!”».
Una scena di vita ordinaria – nei campi si lavorava “da sole a sole” – anticipa il «ritorno in albergo» che doveva essere in centro, probabilmente nei pressi dell’attuale via Ferrante Fornari, che all’epoca si chiamava via del Teatro perché il “Marco Pacuvio” era lì: «Teatro, La figlia del conte Orloff», leggiamo ancora negli appunti di Flaubert che, prima di iniziare a fissare su foglio ciò che accadde martedì 11 febbraio annotò: «Notte in grandi letti».
«La mattina aspetto Max, che è andato a fare il giro della città», scrisse ancora Flaubert citando l’illustre compagno di viaggio e poi ecco: «Polizia – Proprio a mezzogiorno partiti – Vecchia carrozza, tappezzata di rosso, su alte ruote; tre cavalli neri, piume di pavone sulla testa.
Il padrone, omone in berretto di seta sotto il cappello bianco, ci accompagna; dietro, oltre al cocchiere, c’è un ragazzo a cassetta». Quindi ancora: «Usciti per il luogo in cui ieri sera siamo stati a passeggio – Strada dritta, pianura piatta, molto verde, ben coltivata; il mare a destra, ben presto lo si perde di vista – Una fattoria – Passo falso, ci fermiamo, la terra è polverosa, friabile, spessa – Boschetto di quercioli – Operai lavorano per fare ponti sulle inondazioni». Come si fa a non immaginare l’attuale percorso della litoranea ed il bosco del Compare? E siamo già a «S. Vito, piccolo villaggio di poche case» e poi «Carovigno, che lasciamo a destra, è su un’altura. Continuando la strada che conduce qui, una strada putrida, case bianche, grigie, alte. Dopo Carovigno ci sono molti olivi; coltivazione di fave sotto gli alberi, appezzamenti quadrati di lino».
La vista di Ostuni
Muta il paesaggio, mutano i colori della natura in quel martedì che si conclude a Ostuni. Flaubert la vede «su un poggio che si eleva sulla pianura. La città è raggruppata intorno alla chiesa, che la domina; da questa al mare, a destra, grande pianura coperta di olivi di un solo colore, con alcune case bianche qua e là, che risaltano sul verde: il verde, poi il mare blu».
Basterebbero questi appunti, per delineare i toni di una stagione. E invece prosegue: «Al centro della città, una piazza quadrata, fontana con una statua di vescovo, col braccio alzato – Sant’Oronzo – L’albergo fuori città: a pianterreno, stanza in cui ci riscaldiamo, piccole lampade antiche appese al muro, fumose; un giovanotto che ci fa delle domande – Visita dei poliziotti – Difficoltà per procurarsi da mangiare, da due ore aspettiamo la cena, abbiamo adesso delle arance, dell’insalata e dei capperi». Non sappiamo a che ora sia partito da Ostuni per Monopoli mercoledì 12 febbraio. Alle 11 del mattino, però, il noto scrittore, con l’amico Du Camp, sarà lì «dove – annoterà – siamo scortati da tutta la popolazione del paese che si affretta per vederci», ma colpisce maggiormente l’osservazione iniziale agli appunti di quel mercoledì: «Tutta la giornata, ancora più olivi del giorno prima, bella campagna».
Servivano occhi «penetranti» per leggere una realtà, cogliere suoi elementi immortali (dagli ulivi della Piana, ai capperi, ai colori della natura) magari per anticipare le suggestioni che un luogo può offrire, nel contrasto tardo invernale del verde e del bianco, che sarebbero state sublimate da un altro grande osservatore, quale è stato il giornalista Ettore Della Giovanna, che chiamò Ostuni «il paese più bianco del mondo».
Ma questa è storia, che merita un racconto a sé, al pari delle impressioni di Maxime Du Camp.
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