Canfora e l’Occidente: «Concetto inventato»
Oggi l’incontro alla Laterza

La storia parla chiaro: il concetto di Occidente è «assolutamente prescientifico», nasce non da una descrizione oggettiva del mondo, piuttosto dal racconto che di quel mondo viene elaborato e diffuso. Un racconto incoerente, se è vero che, nei secoli, ci ritroviamo di fronte, per esempio, a una Grecia considerata Oriente dai Romani e poi definita culla della civiltà occidentale. O a una Francia protagonista conclamata del fronte occidentale che si trasforma in nemico in occasione della Rivoluzione Francese, un po’ come capiterà poco più di un secolo dopo alla Germania della Prima Guerra Mondiale.
«La verità è che quello di Occidente è un concetto usato volta per volta da parte di chi intende aggredire», tuona Luciano Canfora, che a questa categoria del linguaggio – prima ancora che politica – dedica il suo ultimo pamphlet, “Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto” (Laterza), al centro del dialogo con Alessandro Laterza che inaugura oggi a Bari (ore 18.30) il nuovo ciclo di incontri nella libreria di via Dante Alighieri. Un’indagine storiografica che documenta la natura eminentemente narrativa e strumentale del concetto di Occidente, utilizzato, più che per descrivere la complessità della storia, per ordinarla in modo funzionale al conflitto di turno, dalle antiche guerre in Anatolia fino all’Ucraina.
Partiamo dal linguaggio, professore. Alla base degli assetti geopolitici del mondo odierno c’è dunque un concetto creato a tavolino?
«In realtà il fenomeno dell’uso distorto e tendenzioso delle parole è molto antico. Già nel quinto secolo avanti Cristo, Tucidide lo descrive come inerente ai conflitti. Quello che dà più fastidio è però il senso di superiorità implicito in queste operazioni. Si vuole far passare il concetto che il cosiddetto Occidente è portatore di valori superiori, mentre tutti gli altri delirano, o non sono all’altezza. Certamente l’Occidente possiede una certa ricchezza in termini di idee, di iniziative, che a volte però sono state adoperate anche contro di esso. D’altronde, quando si dà assalto al mondo, ci si deve aspettare che il mondo reagisca».
L’Occidente ha dunque costruito nel tempo una rappresentazione distorta dell’Oriente, oltre che di se stesso, dando vita a una gerarchia valoriale che giustificherebbe qualunque aggressione.
«È così. Quando i nostri organi di stampa evidenziano che l’Occidente è la parte migliore del mondo, mentono. Ci sono elementi dello stile di vita occidentale che si sono diffusi altrove, certo; ci sono larghe aree dell’Asia che sono state “americanizzate”, sì. Ma questo non basta a creare un primato. Esistono civiltà diverse, nelle quali si praticano stili di vita differenti, sulla base di altri valori, ma nessuno può affermare che si tratti di civiltà e di stili inferiori. Basta pensare all’India».
Restiamo sul linguaggio. Lei insiste molto sul lessico: “interventi”, “missioni”, “difesa dei valori” sono espressioni ormai inflazionate. Stiamo assistendo a una militarizzazione a mezzo stampa?
«Siccome vari paesi, compresa l’Italia, hanno deciso di entrare in guerra senza dichiarare guerra, tutti vengono trattati come cittadini di un paese in guerra. La stiamo facendo e ci comportiamo di conseguenza».
Ancora linguaggio: lei mostra nel libro come l’Occidente applichi i propri valori in modo selettivo. La democrazia, quando diventa strumento identitario, si trasforma in oggetto di commerci?
«Cerco di evitare l’uso della parola democrazia perché non si sa cosa voglia dire concretamente. Si dice identifichi sistemi politici elettivi e rappresentativi, ma in Grecia, per esempio, era tutt’altra cosa, per Rousseau invece era l’assemblea di tutti i cittadini. È molto facile pretendere di esportarla perché non si sa cos’è. Sono parole prive di corrispondenza nella realtà».
Negli ultimi anni assistiamo a una crescente delegittimazione del dissenso, anche accademico. Quando una civiltà comincia ad aver paura dei propri intellettuali, che cosa sta cercando di nascondere a se stessa?
«Vale anche per questo la risposta che le ho dato prima. Visto che ci comportiamo come un paese in guerra, il dissenso non è tollerato. Dovrebbero dire apertamente che siamo in guerra, allora ce ne faremmo una ragione».
Non crede però che gli intellettuali possano avere un ruolo dirimente in un mondo sempre più polarizzato? In fondo il nemico è uno solo: la guerra.
«Gli intellettuali non hanno mai avuto ruolo determinante, a volte se lo sono attribuito o qualcuno gli ha fatto credere di averne uno per tenerseli buoni. Platone pensava ai filosofi reggitori, un’idea brillante, ma utopistica».
Posso farle almeno un’ultima domanda sull’Europa?
«Quando nasce ne riparliamo».
Canfora e l’Occidente: «Concetto inventato»
Oggi l’incontro alla Laterza

La storia parla chiaro: il concetto di Occidente è «assolutamente prescientifico», nasce non da una descrizione oggettiva del mondo, piuttosto dal racconto che di quel mondo viene elaborato e diffuso. Un racconto incoerente, se è vero che, nei secoli, ci ritroviamo di fronte, per esempio, a una Grecia considerata Oriente dai Romani e poi definita culla della civiltà occidentale. O a una Francia protagonista conclamata del fronte occidentale che si trasforma in nemico in occasione della Rivoluzione Francese, un po’ come capiterà poco più di un secolo dopo alla Germania della Prima Guerra Mondiale.
«La verità è che quello di Occidente è un concetto usato volta per volta da parte di chi intende aggredire», tuona Luciano Canfora, che a questa categoria del linguaggio – prima ancora che politica – dedica il suo ultimo pamphlet, “Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto” (Laterza), al centro del dialogo con Alessandro Laterza che inaugura oggi a Bari (ore 18.30) il nuovo ciclo di incontri nella libreria di via Dante Alighieri. Un’indagine storiografica che documenta la natura eminentemente narrativa e strumentale del concetto di Occidente, utilizzato, più che per descrivere la complessità della storia, per ordinarla in modo funzionale al conflitto di turno, dalle antiche guerre in Anatolia fino all’Ucraina.
Partiamo dal linguaggio, professore. Alla base degli assetti geopolitici del mondo odierno c’è dunque un concetto creato a tavolino?
«In realtà il fenomeno dell’uso distorto e tendenzioso delle parole è molto antico. Già nel quinto secolo avanti Cristo, Tucidide lo descrive come inerente ai conflitti. Quello che dà più fastidio è però il senso di superiorità implicito in queste operazioni. Si vuole far passare il concetto che il cosiddetto Occidente è portatore di valori superiori, mentre tutti gli altri delirano, o non sono all’altezza. Certamente l’Occidente possiede una certa ricchezza in termini di idee, di iniziative, che a volte però sono state adoperate anche contro di esso. D’altronde, quando si dà assalto al mondo, ci si deve aspettare che il mondo reagisca».
L’Occidente ha dunque costruito nel tempo una rappresentazione distorta dell’Oriente, oltre che di se stesso, dando vita a una gerarchia valoriale che giustificherebbe qualunque aggressione.
«È così. Quando i nostri organi di stampa evidenziano che l’Occidente è la parte migliore del mondo, mentono. Ci sono elementi dello stile di vita occidentale che si sono diffusi altrove, certo; ci sono larghe aree dell’Asia che sono state “americanizzate”, sì. Ma questo non basta a creare un primato. Esistono civiltà diverse, nelle quali si praticano stili di vita differenti, sulla base di altri valori, ma nessuno può affermare che si tratti di civiltà e di stili inferiori. Basta pensare all’India».
Restiamo sul linguaggio. Lei insiste molto sul lessico: “interventi”, “missioni”, “difesa dei valori” sono espressioni ormai inflazionate. Stiamo assistendo a una militarizzazione a mezzo stampa?
«Siccome vari paesi, compresa l’Italia, hanno deciso di entrare in guerra senza dichiarare guerra, tutti vengono trattati come cittadini di un paese in guerra. La stiamo facendo e ci comportiamo di conseguenza».
Ancora linguaggio: lei mostra nel libro come l’Occidente applichi i propri valori in modo selettivo. La democrazia, quando diventa strumento identitario, si trasforma in oggetto di commerci?
«Cerco di evitare l’uso della parola democrazia perché non si sa cosa voglia dire concretamente. Si dice identifichi sistemi politici elettivi e rappresentativi, ma in Grecia, per esempio, era tutt’altra cosa, per Rousseau invece era l’assemblea di tutti i cittadini. È molto facile pretendere di esportarla perché non si sa cos’è. Sono parole prive di corrispondenza nella realtà».
Negli ultimi anni assistiamo a una crescente delegittimazione del dissenso, anche accademico. Quando una civiltà comincia ad aver paura dei propri intellettuali, che cosa sta cercando di nascondere a se stessa?
«Vale anche per questo la risposta che le ho dato prima. Visto che ci comportiamo come un paese in guerra, il dissenso non è tollerato. Dovrebbero dire apertamente che siamo in guerra, allora ce ne faremmo una ragione».
Non crede però che gli intellettuali possano avere un ruolo dirimente in un mondo sempre più polarizzato? In fondo il nemico è uno solo: la guerra.
«Gli intellettuali non hanno mai avuto ruolo determinante, a volte se lo sono attribuito o qualcuno gli ha fatto credere di averne uno per tenerseli buoni. Platone pensava ai filosofi reggitori, un’idea brillante, ma utopistica».
Posso farle almeno un’ultima domanda sull’Europa?
«Quando nasce ne riparliamo».
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