Tratti che divorano il mondo: dieci anni senza Tapparini

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Tratti che divorano il mondo: dieci anni senza Tapparini

Tratti che divorano il mondo: dieci anni senza Tapparini
di Antonio ERRICO
4 Minuti di Lettura
venerdì 9 gennaio 2026, 05:00

In casa di persone che mi sono care c’è un dipinto di Ugo Tapparini. Ci sono anche altre opere appese alle pareti, ma ogni volta lo sguardo va su quella tela, quasi che sia una cosa naturale, quasi che quei colori appartengano al paesaggio del pensiero.

Di Ugo Tapparini mi aveva parlato Edoardo De Candia, una sera che si andava per quella strada che da Porta Napoli arriva a Piazza Duomo. Tapparini è geniale, diceva De Candia. Non era consueto, non era normale, che Edoardo parlasse in questo modo dei pittori. Quando parlava di pittori rideva e rideva, con la testa in alto e la bocca spalancata. Ma di Tapparini diceva: è geniale. Si riferiva a quell’universo di corpi che è la versione più conosciuta dell’opera di Tapparini, a quella folla di figure dalla fisicità dilatata, a quelle corporeità femminili che incombono, sovrastano, invadono (conquistano?) lo spazio, sorreggendo (proteggendo?) comparse di minuscoli uomini quasi privi di vitalità.

È probabilmente questo contrasto che costituisce la testimonianza di una visionarietà artistica che anticipa i tempi della Storia. È una proiezione dell’immaginario, uno sfondamento delle frontiere della mentalità, un ribaltamento dell’opinione comune, della vulgata. Le amplificazioni del corpo femminile raccontano il declino delle fonti di ispirazione provenienti dalla tradizione e l’insorgere di nuovi codici socioculturali dai quali l’arte può ricavare modelli.

Tapparini propone una sorta di immaginario alternativo. Non ci sono più eroi, non ci sono eroine. Ci sono soltanto figure che hanno divorato il mondo di prima e si ritrovano in un altrove nel quale la realtà è una caricatura. Le figure di Tapparini provengono da un mondo perduto, che ritorna soltanto nel sogno. Ma nel sogno la realtà ritorna deformata, con significati disarticolati, con forme destrutturate che si autoriproducono trasformandosi in una alterità che si colloca in una dimensione altra, ulteriore, in un contesto straniato, in una condizione spaziotemporale indecifrata.

È una visione del mondo quella che si manifesta nelle sue figure. Una visione che traduce il concetto o il sentimento o l’emozione di una sospensione tra la Storia e l’immaginazione, di una oscillazione tra la concretezza e l’astrazione. Quelle figurazioni che alle volte possono risultare bizzarre all’apparenza, nella sostanza sono una sfida ai significati del sociale stratificati e corrosi a tal punto da risultare inespressivi. Tapparini vuole rivitalizzare quei significati attraverso una manipolazione delle forme con le quali si rappresentano. Probabilmente in questo lavoro di desemantizzazione e risemantizzazione ha esercitato una considerevole funzione la sua esperienza di scrittura giornalistica e narrativa.

La biografia

La biografia di un artista è la sua opera, si dice. È vero. Ma a volte qualche riferimento è necessario, soprattutto quando le situazioni della biografia si costituiscono come elementi che attraversano l’opera e la improntano, determinandone la cifra originale.

Ugo Tapparini è andato via il 9 di gennaio del 2016. Dieci anni fa. Il pomeriggio dei funerali, nella chiesa di San Pio, a Lecce, il freddo illividiva le facce degli amici. Aveva 82 anni. Classe ’33. Aveva cominciato illustrando le traduzioni di Tristan Corbiére che faceva suo zio per parte di madre: Vittorio Pagano. Probabilmente i poeti francesi e lo stesso Pagano contagiano la prima fase della sua produzione. Poi, negli anni dell’università, stabilisce rapporti con gli ambienti artistici nazionali, prima a Milano e poi a Roma in particolare, al Caffè Rosati, ritrovo tra i ’50 e primi ’60 dei protagonisti culturali del ‘900.

In quegli anni inizia anche la sua storia giornalistica con l’amico Leo Longanesi a Milano: entrerà al Borghese restando anche dopo la scomparsa di Longanesi nel ’57. Con lo scrittore Vladimiro Greco, con cui Ugo lavora al Borghese, nel ’57 entra al “Pensiero Nazionale”, dove scrive un giovane Maurizio Costanzo. Con Rossana Rossanda e insieme a Piero Manzoni e Tonino Caputo fonda la redazione di “Nuovi racconti italiani”. Tra gli anni ‘60 e ‘70 firma su diversi periodici nazionali; nel frattempo scrive sedici romanzi con pseudonimi come Whisky (tra cui uno sulla nave Cavtat che denuncia i danni dell’inquinamento).

A Lecce, a metà degli anni Settanta, è alla direzione della prima televisione privata salentina e italiana, Telelecce Barbano. Ha avuto maestri che gli sono stati amici. Forse amici, soprattutto: di Leo Longanesi si è già detto; poi, Mino Maccari e Renato Guttuso che frequenta a Roma; Piero Manzoni con il quale divide una casa a Milano; frequenta Enrico Bay, Giacinto Spagnoletti, Lucio Fontana. Per due volte Carlo Giulio Argan scende a Lecce a cercarlo. Per due volte inutilmente. Tapparini è in viaggio.

Tapparini è geniale, diceva De Candia. Per lui, geniale probabilmente significava scavare nell’apparenza delle cose fino rintracciarne la radice, il lievito originario. Probabilmente significava osare lo sberleffo nei confronti della finzione, dell’ipocrisia. Oppure geniale significava semplicemente geniale, e basta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Tratti che divorano il mondo: dieci anni senza Tapparini

Tratti che divorano il mondo: dieci anni senza Tapparini
di Antonio ERRICO
4 Minuti di Lettura
venerdì 9 gennaio 2026, 05:00

In casa di persone che mi sono care c’è un dipinto di Ugo Tapparini. Ci sono anche altre opere appese alle pareti, ma ogni volta lo sguardo va su quella tela, quasi che sia una cosa naturale, quasi che quei colori appartengano al paesaggio del pensiero.

Di Ugo Tapparini mi aveva parlato Edoardo De Candia, una sera che si andava per quella strada che da Porta Napoli arriva a Piazza Duomo. Tapparini è geniale, diceva De Candia. Non era consueto, non era normale, che Edoardo parlasse in questo modo dei pittori. Quando parlava di pittori rideva e rideva, con la testa in alto e la bocca spalancata. Ma di Tapparini diceva: è geniale. Si riferiva a quell’universo di corpi che è la versione più conosciuta dell’opera di Tapparini, a quella folla di figure dalla fisicità dilatata, a quelle corporeità femminili che incombono, sovrastano, invadono (conquistano?) lo spazio, sorreggendo (proteggendo?) comparse di minuscoli uomini quasi privi di vitalità.

È probabilmente questo contrasto che costituisce la testimonianza di una visionarietà artistica che anticipa i tempi della Storia. È una proiezione dell’immaginario, uno sfondamento delle frontiere della mentalità, un ribaltamento dell’opinione comune, della vulgata. Le amplificazioni del corpo femminile raccontano il declino delle fonti di ispirazione provenienti dalla tradizione e l’insorgere di nuovi codici socioculturali dai quali l’arte può ricavare modelli.

Tapparini propone una sorta di immaginario alternativo. Non ci sono più eroi, non ci sono eroine. Ci sono soltanto figure che hanno divorato il mondo di prima e si ritrovano in un altrove nel quale la realtà è una caricatura. Le figure di Tapparini provengono da un mondo perduto, che ritorna soltanto nel sogno. Ma nel sogno la realtà ritorna deformata, con significati disarticolati, con forme destrutturate che si autoriproducono trasformandosi in una alterità che si colloca in una dimensione altra, ulteriore, in un contesto straniato, in una condizione spaziotemporale indecifrata.

È una visione del mondo quella che si manifesta nelle sue figure. Una visione che traduce il concetto o il sentimento o l’emozione di una sospensione tra la Storia e l’immaginazione, di una oscillazione tra la concretezza e l’astrazione. Quelle figurazioni che alle volte possono risultare bizzarre all’apparenza, nella sostanza sono una sfida ai significati del sociale stratificati e corrosi a tal punto da risultare inespressivi. Tapparini vuole rivitalizzare quei significati attraverso una manipolazione delle forme con le quali si rappresentano. Probabilmente in questo lavoro di desemantizzazione e risemantizzazione ha esercitato una considerevole funzione la sua esperienza di scrittura giornalistica e narrativa.

La biografia

La biografia di un artista è la sua opera, si dice. È vero. Ma a volte qualche riferimento è necessario, soprattutto quando le situazioni della biografia si costituiscono come elementi che attraversano l’opera e la improntano, determinandone la cifra originale.

Ugo Tapparini è andato via il 9 di gennaio del 2016. Dieci anni fa. Il pomeriggio dei funerali, nella chiesa di San Pio, a Lecce, il freddo illividiva le facce degli amici. Aveva 82 anni. Classe ’33. Aveva cominciato illustrando le traduzioni di Tristan Corbiére che faceva suo zio per parte di madre: Vittorio Pagano. Probabilmente i poeti francesi e lo stesso Pagano contagiano la prima fase della sua produzione. Poi, negli anni dell’università, stabilisce rapporti con gli ambienti artistici nazionali, prima a Milano e poi a Roma in particolare, al Caffè Rosati, ritrovo tra i ’50 e primi ’60 dei protagonisti culturali del ‘900.

In quegli anni inizia anche la sua storia giornalistica con l’amico Leo Longanesi a Milano: entrerà al Borghese restando anche dopo la scomparsa di Longanesi nel ’57. Con lo scrittore Vladimiro Greco, con cui Ugo lavora al Borghese, nel ’57 entra al “Pensiero Nazionale”, dove scrive un giovane Maurizio Costanzo. Con Rossana Rossanda e insieme a Piero Manzoni e Tonino Caputo fonda la redazione di “Nuovi racconti italiani”. Tra gli anni ‘60 e ‘70 firma su diversi periodici nazionali; nel frattempo scrive sedici romanzi con pseudonimi come Whisky (tra cui uno sulla nave Cavtat che denuncia i danni dell’inquinamento).

A Lecce, a metà degli anni Settanta, è alla direzione della prima televisione privata salentina e italiana, Telelecce Barbano. Ha avuto maestri che gli sono stati amici. Forse amici, soprattutto: di Leo Longanesi si è già detto; poi, Mino Maccari e Renato Guttuso che frequenta a Roma; Piero Manzoni con il quale divide una casa a Milano; frequenta Enrico Bay, Giacinto Spagnoletti, Lucio Fontana. Per due volte Carlo Giulio Argan scende a Lecce a cercarlo. Per due volte inutilmente. Tapparini è in viaggio.

Tapparini è geniale, diceva De Candia. Per lui, geniale probabilmente significava scavare nell’apparenza delle cose fino rintracciarne la radice, il lievito originario. Probabilmente significava osare lo sberleffo nei confronti della finzione, dell’ipocrisia. Oppure geniale significava semplicemente geniale, e basta.

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