Omicidio del carabiniere Legrottaglie, via al processo: parti civili ministeri dell’Interno e della Difesa
Fu ucciso durante un inseguimento a Francavilla Fontana

Ha preso il via questa mattina, 27 gennaio 2026, nell’aula Metrangolo del Tribunale di Brindisi, il processo che dovrà stabilire se Camillo Giannattasio, 57 anni, di Carosino (Taranto), sia stato responsabile dell’omicidio del brigadiere capo dei Carlo Legrottaglie, il carabiniere 59enne di Ostuni ma in servizio a Francavilla Fontana, ucciso in servizio nelle prime ore del mattino del 12 giugno dell’anno scorso.
In aula la moglie
La Corte d’Assise (presidente Maurizio Saso, a latere il giudice togato Ambrogio Colombo e la giuria popolare) ha ammesso la costituzione di parte civile dei ministeri della Difesa e dell’Interno, con l’istanza presentata dall’avvocatesa Angela Caprioli per l’Avvocatura dello Stato. Parti civili Eugenia Pastore, moglie del brigadiere Legrottaglie oggi in aula, con l’avvocato Stefano Andriola, e le due figlie con l’avvocato Giovanni Fiorino, nonchè il brigadiere Costanzo Garibaldi (con l’avvocato Donato Manelli), al volante della “gazzella” che si lanciò all’inseguimento Lancia Ypsilon, risultata rubata un mese prima nel Barese, che sfrecciava nell’agro di Francavilla con a bordo Giannattasio e Michele Mastropietro. In aula una folta rappresentanza dell’Arma dei carabinieri, fra cui anche il tenenete colonnello Marco Ancora comandante del Reparto operativo del comando provinciale di Brindisi. Il processo entrerà nel merito il 24 febbraio con l’ascolto dei primi testimoni.
Le accuse
Giannattasio, difeso dall’avvocato Luigi Danucci, dovrà rispondere non solo resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e detenzione di armi da guerra, ma soprattutto di concorso in omicidio.
La vicenda, che scosse profondamente l’intera comunità e l’Arma dei carabinieri, risale alla mattina del 12 giugno scorso. Tutto iniziò con l’intercettazione di una Lancia Ypsilon, risultata rubata un mese prima nel Barese, che sfrecciava nell’agro di Francavilla Fontana. A bordo c’erano Giannattasio e Michele Mastropietro. Ne scaturì un inseguimento serrato con la “gazzella” dei carabinieri – un’Alfa Romeo Tonale con le insegne d’istituto – guidata da Garibaldi, con Legrottaglie al suo fianco. Un inseguimento terminato nel sangue quando i fuggitivi, sentendosi in trappola, aprirono il fuoco. A premere il grilletto fu Michele Mastropietro (che morirà poche ore dopo in un secondo conflitto a fuoco con la polizia nelle campagne di Grottaglie), colpendo a morte il brigadiere Legrottaglie, un militare e un uomo stimato da tutti e ormai prossimo alla pensione. Sebbene non sia stato Giannattasio ad aver impugnato l’arma del delitto, la Procura con il pubblicvco ministero Livia Orlando gli contesta un ruolo determinante nella tragedia. Secondo l’impianto accusatorio, il l’imputato non si limitò a fare da passeggero passivo, ma avrebbe agito come “regista” morale della violenza. L’accusa sostiene che abbia “istigato Mastropietro a perseverare nella propria condotta violenta”, incitandolo esplicitamente a fare fuoco contro i militari per guadagnarsi la fuga. Per questo motivo, dovrà rispondere di concorso pieno nell’omicidio.
Le perquisizioni e le armi
La pericolosità del contesto criminale in cui maturò il delitto fu confermata dalle indagini successive. Nel negozio di ferramenta gestito da Giannattasio a San Giorgio Ionico, gli investigatori scoprirono un vero e proprio arsenale: armi clandestine, munizioni e strumentazione tecnologica avanzata, come decodificatori per immobilizer di automobili, strumenti del mestiere per una banda specializzata e – si suppose e suppone – pronta a tutto. Ora la parola passa alla Corte d’Assise, che dovrà valutare se quelle parole e quell’incitamento siano stati letali quanto i proiettili esplosi. Giannattasio, come ogni imputato, è da ritenersi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
Omicidio del carabiniere Legrottaglie, via al processo: parti civili ministeri dell’Interno e della Difesa
Fu ucciso durante un inseguimento a Francavilla Fontana

Ha preso il via questa mattina, 27 gennaio 2026, nell’aula Metrangolo del Tribunale di Brindisi, il processo che dovrà stabilire se Camillo Giannattasio, 57 anni, di Carosino (Taranto), sia stato responsabile dell’omicidio del brigadiere capo dei Carlo Legrottaglie, il carabiniere 59enne di Ostuni ma in servizio a Francavilla Fontana, ucciso in servizio nelle prime ore del mattino del 12 giugno dell’anno scorso.
In aula la moglie
La Corte d’Assise (presidente Maurizio Saso, a latere il giudice togato Ambrogio Colombo e la giuria popolare) ha ammesso la costituzione di parte civile dei ministeri della Difesa e dell’Interno, con l’istanza presentata dall’avvocatesa Angela Caprioli per l’Avvocatura dello Stato. Parti civili Eugenia Pastore, moglie del brigadiere Legrottaglie oggi in aula, con l’avvocato Stefano Andriola, e le due figlie con l’avvocato Giovanni Fiorino, nonchè il brigadiere Costanzo Garibaldi (con l’avvocato Donato Manelli), al volante della “gazzella” che si lanciò all’inseguimento Lancia Ypsilon, risultata rubata un mese prima nel Barese, che sfrecciava nell’agro di Francavilla con a bordo Giannattasio e Michele Mastropietro. In aula una folta rappresentanza dell’Arma dei carabinieri, fra cui anche il tenenete colonnello Marco Ancora comandante del Reparto operativo del comando provinciale di Brindisi. Il processo entrerà nel merito il 24 febbraio con l’ascolto dei primi testimoni.
Le accuse
Giannattasio, difeso dall’avvocato Luigi Danucci, dovrà rispondere non solo resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e detenzione di armi da guerra, ma soprattutto di concorso in omicidio.
La vicenda, che scosse profondamente l’intera comunità e l’Arma dei carabinieri, risale alla mattina del 12 giugno scorso. Tutto iniziò con l’intercettazione di una Lancia Ypsilon, risultata rubata un mese prima nel Barese, che sfrecciava nell’agro di Francavilla Fontana. A bordo c’erano Giannattasio e Michele Mastropietro. Ne scaturì un inseguimento serrato con la “gazzella” dei carabinieri – un’Alfa Romeo Tonale con le insegne d’istituto – guidata da Garibaldi, con Legrottaglie al suo fianco. Un inseguimento terminato nel sangue quando i fuggitivi, sentendosi in trappola, aprirono il fuoco. A premere il grilletto fu Michele Mastropietro (che morirà poche ore dopo in un secondo conflitto a fuoco con la polizia nelle campagne di Grottaglie), colpendo a morte il brigadiere Legrottaglie, un militare e un uomo stimato da tutti e ormai prossimo alla pensione. Sebbene non sia stato Giannattasio ad aver impugnato l’arma del delitto, la Procura con il pubblicvco ministero Livia Orlando gli contesta un ruolo determinante nella tragedia. Secondo l’impianto accusatorio, il l’imputato non si limitò a fare da passeggero passivo, ma avrebbe agito come “regista” morale della violenza. L’accusa sostiene che abbia “istigato Mastropietro a perseverare nella propria condotta violenta”, incitandolo esplicitamente a fare fuoco contro i militari per guadagnarsi la fuga. Per questo motivo, dovrà rispondere di concorso pieno nell’omicidio.
Le perquisizioni e le armi
La pericolosità del contesto criminale in cui maturò il delitto fu confermata dalle indagini successive. Nel negozio di ferramenta gestito da Giannattasio a San Giorgio Ionico, gli investigatori scoprirono un vero e proprio arsenale: armi clandestine, munizioni e strumentazione tecnologica avanzata, come decodificatori per immobilizer di automobili, strumenti del mestiere per una banda specializzata e – si suppose e suppone – pronta a tutto. Ora la parola passa alla Corte d’Assise, che dovrà valutare se quelle parole e quell’incitamento siano stati letali quanto i proiettili esplosi. Giannattasio, come ogni imputato, è da ritenersi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
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