Cervello umano e spazio, ecco cosa succede quando gli orologi cerebrali interni non rispondono

Cervello umano e spazio, ecco cosa succede quando gli orologi cerebrali interni non rispondono

La ricerca della Sapienza e della Fondazione Santa Lucia dimostra che il cervello umano ricorre allo spazio per rappresentare gli intervalli temporali come strategia compensativa quando gli orologi cerebrali interni sono poco efficienti

Come funziona lo spazio nel cervello? Ecco cosa succede quando gli orologi cerebrali interni non rispondono
Come funziona lo spazio nel cervello? Ecco cosa succede quando gli orologi cerebrali interni non rispondono
3 Minuti di Lettura
mercoledì 28 gennaio 2026, 18:44 – Ultimo aggiornamento: 19:04

Quando “l’orologio” del cervello non funziona, la mente usa lo spazio. Non è un caso che la rappresentazione spaziale del tempo è radicata in modi di dire come “lasciarsi il passato alle spalle” o per descrivere concetti complessi come la “curvatura dello spazio-tempo” nella teoria della relatività. A riverarlo è una ricerca condotta dall’Università Sapienza e della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma. Lo studio è pubblicato su ‘NeuroImage’.

Lo studio

L’esito di questa ricerca, pubblicata su “Neurolmage”, ha dimostrato come il cervello umano ricorre allo spazio per rappresentare gli intervalli temporali come strategia compensativa quando gli orologi cerebrali interni sono poco efficienti. Le persone ricorrono spesso a gesti spazialmente definiti, come il movimento delle mani da sinistra a destra o da dietro in avanti, per rappresentare e comunicare lo scorrere del tempo, spiegano i ricercatori.

Questi gesti accompagnano espressioni che appartengono al linguaggio quotidiano come ‘prima-dopo’, ‘ieri-domani’, ‘presto-tardi’. Lo studio, coordinato da Fabrizio Doricchi della Sapienza, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia Irccs, ha dimostrato che «nel cervello umano la rappresentazione spaziale del tempo non è primaria, ma è frutto di un meccanismo secondario che è innescato quando gli orologi cerebrali sono attivati in modo impreciso. In altre parole, quando i nostri timer cerebrali non sono attivati in modo ottimale il cervello chiede aiuto alle aree che elaborano le informazioni spaziali e inizia a visualizzare il tempo come se fosse una distanza», racconta il ricercatore.

L’esito dei test elettroencefalografici

Gli autori hanno messo in luce questo fenomeno studiando le risposte elettroencefalografiche (Eeg) registrate durante l’esecuzione di un compito. Dal test è emerso che le persone premono più velocemente il pulsante posto alla loro sinistra quando decidono che un intervallo di tempo è breve e, viceversa, premono più velocemente quello posto alla loro destra quando ritengono che l’intervallo sia lungo, proprio come se il tempo, cioè il passaggio da una durata breve a una più lunga, fluisse da sinistra a destra. Lo studio delle risposte Eeg ha rivelato inoltre «che la comparsa della rappresentazione spaziale del tempo nelle prove con decisioni lente era preceduta da un funzionamento non ottimale dei meccanismi cerebrali che calcolano in modo non spaziale le durate temporali, come ad esempio tramite l’accumulo dei battiti di un orologio». «In passato – concludono gli scienziati – non era chiaro se il cervello rappresentasse lo scorrere del tempo in modo intrinsecamente spaziale, lungo quella che comunemente è definita la ‘linea mentale del tempo’: questo studio chiarisce per la prima volta quando, come e perché il cervello ricorre allo spazio per aiutare l’elaborazione del tempo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La ricerca della Sapienza e della Fondazione Santa Lucia dimostra che il cervello umano ricorre allo spazio per rappresentare gli intervalli temporali come strategia compensativa quando gli orologi cerebrali interni sono poco efficienti

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Quando “l’orologio” del cervello non funziona, la mente usa lo spazio. Non è un caso che la rappresentazione spaziale del tempo è radicata in modi di dire come “lasciarsi il passato alle spalle” o per descrivere concetti complessi come la “curvatura dello spazio-tempo” nella teoria della relatività. A riverarlo è una ricerca condotta dall’Università Sapienza e della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma. Lo studio è pubblicato su ‘NeuroImage’.

Lo studio

L’esito di questa ricerca, pubblicata su “Neurolmage”, ha dimostrato come il cervello umano ricorre allo spazio per rappresentare gli intervalli temporali come strategia compensativa quando gli orologi cerebrali interni sono poco efficienti. Le persone ricorrono spesso a gesti spazialmente definiti, come il movimento delle mani da sinistra a destra o da dietro in avanti, per rappresentare e comunicare lo scorrere del tempo, spiegano i ricercatori.

Questi gesti accompagnano espressioni che appartengono al linguaggio quotidiano come ‘prima-dopo’, ‘ieri-domani’, ‘presto-tardi’. Lo studio, coordinato da Fabrizio Doricchi della Sapienza, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia Irccs, ha dimostrato che «nel cervello umano la rappresentazione spaziale del tempo non è primaria, ma è frutto di un meccanismo secondario che è innescato quando gli orologi cerebrali sono attivati in modo impreciso. In altre parole, quando i nostri timer cerebrali non sono attivati in modo ottimale il cervello chiede aiuto alle aree che elaborano le informazioni spaziali e inizia a visualizzare il tempo come se fosse una distanza», racconta il ricercatore.

L’esito dei test elettroencefalografici

Gli autori hanno messo in luce questo fenomeno studiando le risposte elettroencefalografiche (Eeg) registrate durante l’esecuzione di un compito. Dal test è emerso che le persone premono più velocemente il pulsante posto alla loro sinistra quando decidono che un intervallo di tempo è breve e, viceversa, premono più velocemente quello posto alla loro destra quando ritengono che l’intervallo sia lungo, proprio come se il tempo, cioè il passaggio da una durata breve a una più lunga, fluisse da sinistra a destra. Lo studio delle risposte Eeg ha rivelato inoltre «che la comparsa della rappresentazione spaziale del tempo nelle prove con decisioni lente era preceduta da un funzionamento non ottimale dei meccanismi cerebrali che calcolano in modo non spaziale le durate temporali, come ad esempio tramite l’accumulo dei battiti di un orologio». «In passato – concludono gli scienziati – non era chiaro se il cervello rappresentasse lo scorrere del tempo in modo intrinsecamente spaziale, lungo quella che comunemente è definita la ‘linea mentale del tempo’: questo studio chiarisce per la prima volta quando, come e perché il cervello ricorre allo spazio per aiutare l’elaborazione del tempo».

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Source URL: http://quotidianodipuglia.it/salute/ricerca/cervello_umano_usa_spazio_quando_orologio_cerebrale_non_funziona-9325506.html


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