Rachele Andrioli: «Il Coro è condivisione. Da piccola conservavo i soldi per il juke-box». L’intervista

29 gennaio, 18:37
Rachele Andrioli, cantante e ricercatrice salentina, è una delle figure più riconoscibili della nuova musica popolare del Mezzogiorno. Fuori da molti schemi, ha all’attivo vari progetti musicali tra cui Coro a coro, da lei ideato, e diventato negli anni un’esperienza collettiva che coinvolge centinaia di donne, tra canto, consapevolezza e azione condivisa.
Rachele, partiamo dalla fine: Coro a coro è ormai qualcosa che va oltre l’idea tradizionale di coro. Come lo definirebbe oggi?
«C’è chi tra noi lo chiama movimento, Ma lo chiamiamo anche coro in continua evoluzione, perché siamo un insieme di persone che hanno preso consapevolezza di sé all’interno di questo cerchio, proprio perché non lo definiamo mai davvero. È qualcosa di molto profondo per noi. E quando dico “noi” non so nemmeno bene a chi mi riferisco, perché siamo veramente tante, centinaia».
Eppure il progetto nasce da lei. Come si tiene insieme l’idea originaria con una pratica così collettiva?
«Sì, il coro è stato ideato da me, ma non sono io che muovo le cose. La forza vera è l’insieme. Dare una direzione è il mio compito, durante i laboratori. Ma il lavoro si fa in gruppo. Anche quando ci sono i concerti, che sono solo una parte del lavoro, quello che si vede sul palco è il risultato di un movimento molto più ampio. Si diviene, in ogni campo, il risultato di un lavoro collettivo in cui tutte siamo chiamate a partecipare, ma nessuna è obbligata a farlo».
C’è un’idea di condivisione che sembra andare contro una certa retorica dell’autosufficienza individuale.
«Sì, per me è stato fondamentale anche questo passaggio: smettere di dire “questa cosa la faccio da sola, perché posso farcela”, come se si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stessi. Oggi è diventato un fare reciproco: se le cose vanno male le condividiamo cercando di migliorarci, se vanno bene le celebriamo. Tutto qui. Ed è già tantissimo».
Il canto, in questo senso, sembra essere uno strumento di relazione più che un fine.
«Ci relazioniamo attraverso il canto, espressione prima di tutto emotiva e non convenzionale, come si fa dall’alba dei popoli, ma poi concretamente siamo molto altro. Questo dipende anche dal modo in cui lavoriamo, ad esempio. Ogni canto che arriva da una parte diversa del mondo ci fa entrare nei codici di una cultura che a volte non ci appartiene, sia dal punto di vista melodico che ritmico. Attraverso quel lavoro sentiamo il sapore di una cultura, perché la musica tradizionale è testimonianza storica dell’esistenza di un popolo».
Che idea di tradizione emerge da questo lavoro?
«La tradizione è rifare le cose. Rinnovare continuamente. Basandosi su un passato che non esiste più e proiettandosi verso un futuro che non esiste ancora. È quello che hanno sempre fatto i popoli: cantavano per esorcizzare la fatica, la sofferenza, l’oppressione. Il canto è sempre stato un mezzo di espressione e di resistenza. Noi lo facciamo oggi, quando le difficoltà assumono forme diverse, ma continuano a moltiplicarsi. Hai presente quando guardiamo le stelle, ci sentiamo ispirati, ma molte di quelle stelle sono già morte milioni di anni fa anche se possiamo vederne la luce residua? Ecco, per me questa è la tradizione».
Il coro sembra anche una risposta a una visione molto individualista del presente.
«Sì, serve anche a questo: ad avere una visione più ampia, a non avere l’obiettivo di superare a tutti i costi un limite ma semplicemente di riconoscerlo.
Con la condivisione, poi, tutto diventa più affrontabile».
Nel progetto emergono temi come la sostenibilità ambientale o la parità di genere, ma senza un’esplicita etichetta ideologica.
«Coro a coro è divenuta da qualche anno una associazione di promozione sociale, per questo aneliamo a sostenere i valori che più reputiamo urgenti e necessari. A partire dall’ambiente, la parità di genere, l’accoglienza, con il fine ultimo di voler dare voce a chi voce non ha».
Se torniamo indietro, all’inizio del suo percorso, la musica tradizionale non era una scelta teorica.
«No, per niente. Era semplicemente quello che mi piaceva. Andavo in giro con una bicicletta e il tamburello legato dietro, cantavo ovunque».
Una storia che col tempo si chiarisce.
«Sì, all’inizio è tutto un vortice. Solo dopo riesci a raccontarla davvero».
Ha mai sentito il desiderio di allontanarsi radicalmente da questo mondo musicale?
«Ho studiato, ascoltato anche molto altro. Ma quello che viene da dentro non si può negare, la mia vocazione non è “fare la cantante”, è cantare».
Eppure oggi molti musicisti attraversano generi diversi.
«Sì, ma se hai la fortuna miracolosa di poter fare questo mestiere seguendo quello che senti, allora segui la vocazione. Tutto il resto, se arriva, arriva».
Non ha mai partecipato alla Notte della Taranta.
«No».
Le pesa l’idea di non aver avuto quel tipo di “trampolino”?
«No. Sono molto grata alla vita per quello che mi ha concesso, nonostante non abbia mai sperimentato un “trampolino” come quello della taranta. Conservo l’impazienza di fare le cose belle, indipendentemente dal nome che hanno».
C’è anche un ricordo molto preciso legato all’ascolto.
«Pescoluse, anni Novanta. Mio padre dava una moneta a tutti – a me, alle mie sorelle, ai miei cugini – e loro correvano ai videogiochi. Io quella moneta la tenevo per il jukebox. C’era una cassetta di Terra degli Officina Zoè. Avevo sei o sette anni. Ogni sera mettevo un brano diverso, iniziavo a scegliere quelli che mi piacevano di più».
Una folgorazione per la pizzica pizzica?
«Non proprio: poco dopo mia madre mi regalò una cassetta di pizzica. Quando partì la musica capii che non era lo stesso gruppo musicale, dissi: “No, non è questa la musica che volevo ascoltare ma quell’altra”. Ricordo lo sguardo di mio padre, soddisfatto perché avevo iniziato a “scegliere”. Forse perché aveva capito che non era un capriccio ma una direzione che iniziava a prendere forma».
Riguardando oggi quella bambina cosa vede?
«Vedo una piccola me libera e piena di gioia, col vento tra i capelli, il tamburello che risuonava ogni volta che incontravo una buca. Il volersi spingere oltre, provocare un cambiamento senza conoscerne ancora bene le conseguenze. In una terra dove c’è sempre il sole, sopra uno scoglio che ci si può tuffare…».
Una curiosità. In una delle sue rare interviste qualche anno fa parlò del colore blu, il suo colore è ancora quello?
«Sì, ma c’è anche tanto verde».
Rachele Andrioli: «Il Coro è condivisione. Da piccola conservavo i soldi per il juke-box». L’intervista

29 gennaio, 18:37
Rachele Andrioli, cantante e ricercatrice salentina, è una delle figure più riconoscibili della nuova musica popolare del Mezzogiorno. Fuori da molti schemi, ha all’attivo vari progetti musicali tra cui Coro a coro, da lei ideato, e diventato negli anni un’esperienza collettiva che coinvolge centinaia di donne, tra canto, consapevolezza e azione condivisa.
Rachele, partiamo dalla fine: Coro a coro è ormai qualcosa che va oltre l’idea tradizionale di coro. Come lo definirebbe oggi?
«C’è chi tra noi lo chiama movimento, Ma lo chiamiamo anche coro in continua evoluzione, perché siamo un insieme di persone che hanno preso consapevolezza di sé all’interno di questo cerchio, proprio perché non lo definiamo mai davvero. È qualcosa di molto profondo per noi. E quando dico “noi” non so nemmeno bene a chi mi riferisco, perché siamo veramente tante, centinaia».
Eppure il progetto nasce da lei. Come si tiene insieme l’idea originaria con una pratica così collettiva?
«Sì, il coro è stato ideato da me, ma non sono io che muovo le cose. La forza vera è l’insieme. Dare una direzione è il mio compito, durante i laboratori. Ma il lavoro si fa in gruppo. Anche quando ci sono i concerti, che sono solo una parte del lavoro, quello che si vede sul palco è il risultato di un movimento molto più ampio. Si diviene, in ogni campo, il risultato di un lavoro collettivo in cui tutte siamo chiamate a partecipare, ma nessuna è obbligata a farlo».
C’è un’idea di condivisione che sembra andare contro una certa retorica dell’autosufficienza individuale.
«Sì, per me è stato fondamentale anche questo passaggio: smettere di dire “questa cosa la faccio da sola, perché posso farcela”, come se si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stessi. Oggi è diventato un fare reciproco: se le cose vanno male le condividiamo cercando di migliorarci, se vanno bene le celebriamo. Tutto qui. Ed è già tantissimo».
Il canto, in questo senso, sembra essere uno strumento di relazione più che un fine.
«Ci relazioniamo attraverso il canto, espressione prima di tutto emotiva e non convenzionale, come si fa dall’alba dei popoli, ma poi concretamente siamo molto altro. Questo dipende anche dal modo in cui lavoriamo, ad esempio. Ogni canto che arriva da una parte diversa del mondo ci fa entrare nei codici di una cultura che a volte non ci appartiene, sia dal punto di vista melodico che ritmico. Attraverso quel lavoro sentiamo il sapore di una cultura, perché la musica tradizionale è testimonianza storica dell’esistenza di un popolo».
Che idea di tradizione emerge da questo lavoro?
«La tradizione è rifare le cose. Rinnovare continuamente. Basandosi su un passato che non esiste più e proiettandosi verso un futuro che non esiste ancora. È quello che hanno sempre fatto i popoli: cantavano per esorcizzare la fatica, la sofferenza, l’oppressione. Il canto è sempre stato un mezzo di espressione e di resistenza. Noi lo facciamo oggi, quando le difficoltà assumono forme diverse, ma continuano a moltiplicarsi. Hai presente quando guardiamo le stelle, ci sentiamo ispirati, ma molte di quelle stelle sono già morte milioni di anni fa anche se possiamo vederne la luce residua? Ecco, per me questa è la tradizione».
Il coro sembra anche una risposta a una visione molto individualista del presente.
«Sì, serve anche a questo: ad avere una visione più ampia, a non avere l’obiettivo di superare a tutti i costi un limite ma semplicemente di riconoscerlo.
Con la condivisione, poi, tutto diventa più affrontabile».
Nel progetto emergono temi come la sostenibilità ambientale o la parità di genere, ma senza un’esplicita etichetta ideologica.
«Coro a coro è divenuta da qualche anno una associazione di promozione sociale, per questo aneliamo a sostenere i valori che più reputiamo urgenti e necessari. A partire dall’ambiente, la parità di genere, l’accoglienza, con il fine ultimo di voler dare voce a chi voce non ha».
Se torniamo indietro, all’inizio del suo percorso, la musica tradizionale non era una scelta teorica.
«No, per niente. Era semplicemente quello che mi piaceva. Andavo in giro con una bicicletta e il tamburello legato dietro, cantavo ovunque».
Una storia che col tempo si chiarisce.
«Sì, all’inizio è tutto un vortice. Solo dopo riesci a raccontarla davvero».
Ha mai sentito il desiderio di allontanarsi radicalmente da questo mondo musicale?
«Ho studiato, ascoltato anche molto altro. Ma quello che viene da dentro non si può negare, la mia vocazione non è “fare la cantante”, è cantare».
Eppure oggi molti musicisti attraversano generi diversi.
«Sì, ma se hai la fortuna miracolosa di poter fare questo mestiere seguendo quello che senti, allora segui la vocazione. Tutto il resto, se arriva, arriva».
Non ha mai partecipato alla Notte della Taranta.
«No».
Le pesa l’idea di non aver avuto quel tipo di “trampolino”?
«No. Sono molto grata alla vita per quello che mi ha concesso, nonostante non abbia mai sperimentato un “trampolino” come quello della taranta. Conservo l’impazienza di fare le cose belle, indipendentemente dal nome che hanno».
C’è anche un ricordo molto preciso legato all’ascolto.
«Pescoluse, anni Novanta. Mio padre dava una moneta a tutti – a me, alle mie sorelle, ai miei cugini – e loro correvano ai videogiochi. Io quella moneta la tenevo per il jukebox. C’era una cassetta di Terra degli Officina Zoè. Avevo sei o sette anni. Ogni sera mettevo un brano diverso, iniziavo a scegliere quelli che mi piacevano di più».
Una folgorazione per la pizzica pizzica?
«Non proprio: poco dopo mia madre mi regalò una cassetta di pizzica. Quando partì la musica capii che non era lo stesso gruppo musicale, dissi: “No, non è questa la musica che volevo ascoltare ma quell’altra”. Ricordo lo sguardo di mio padre, soddisfatto perché avevo iniziato a “scegliere”. Forse perché aveva capito che non era un capriccio ma una direzione che iniziava a prendere forma».
Riguardando oggi quella bambina cosa vede?
«Vedo una piccola me libera e piena di gioia, col vento tra i capelli, il tamburello che risuonava ogni volta che incontravo una buca. Il volersi spingere oltre, provocare un cambiamento senza conoscerne ancora bene le conseguenze. In una terra dove c’è sempre il sole, sopra uno scoglio che ci si può tuffare…».
Una curiosità. In una delle sue rare interviste qualche anno fa parlò del colore blu, il suo colore è ancora quello?
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