Tre episodi: se si incrina la relazione Meloni-Usa
MONDO. Roma-Washington: si avvertono gli scricchiolii. Hanno nomi, frasi, dossier.
Persino atti formali come la lettera ufficiale inviata ieri dal ministro della Difesa Crosetto al suo omologo Usa Pete Hagset e al segretario della Nato Mark Rutte per protestare per le parole del presidente americano sui nostri soldati in Afghanistan. Destinato a restare riservato, il contenuto della lettera è stato diffuso dal tg de La7: è evidente che Crosetto non voleva dare pubblicità allo screzio con Washington. Ma del resto, a difesa dei nostri 53 caduti e 700 feriti, è stata la stessa Giorgia Meloni, a parlare senza limitarsi a dissentire: ha parlato di frasi «inaccettabili», chiedendo rispetto per i militari italiani e per il contributo dei Paesi Nato. Qui lo scontro è diventato simbolico: perché tocca l’onore delle Forze armate, il tema della credibilità internazionale e il nervo scoperto dell’Alleanza atlantica.
I superdazi di Trump
Ma prima ancora c’era stato il caso dei superdazi minacciati da Trump contro i Paesi europei che avevano mandato militari in Groenlandia. Meloni, dalla Corea del Sud, ha scelto una linea che in altre fasi non avrebbe adottato: netta, pubblica, non eludibile. «Non condivido», ha detto, definendo «un errore» l’ipotesi di colpire con i dazi gli alleati. È stato un passaggio significativo: se la Casa Bianca cambia registro, anche l’Italia non può stare nel limbo delle ambiguità.
La presenza dell’Ice alle Olimpiadi
Infine il caso più recente e più «italiano» scoppiato nelle ultime ore: le polemiche sulla possibile presenza durante le Olimpiadi di Milano-Cortina di agenti della Ice, la violenta polizia anti-immigrati di Trump che sta suscitando proteste in tutta l’America. Dal ministro degli Interni e anche dagli Usa è arrivata la smentita di un loro ruolo operativo ma la discussione ha già fatto rumore: per la sensibilità del tema migratorio, per la percezione di una «milizia» americana sul suolo nazionale e perché l’Italia non può permettersi un cortocircuito istituzionale proprio in un evento globale.
Il difficile posizionamento della Meloni
Tre episodi diversi, un unico filo: la difficoltà progressiva di Meloni nel destreggiarsi tra Trump e l’Europa. Perché la premier si è costruita in questi due anni un profilo di «affidabilità» europea: non sempre amata, ma considerata prevedibile. Trump, al contrario, è l’imprevedibilità elevata a sistema. Ed è qui che nasce il paradosso: la relazione che doveva rafforzare la leadership internazionale dell’Italia rischia di rivelarsi un boomerang. Se Meloni sceglie il riavvicinamento pieno, rischia di irritare Bruxelles e le principali capitali europee, oltre a esporre l’Italia a scelte troppo sbilanciate. Se prende le distanze, perde un simbolo identitario e apre una frattura nel campo conservatore. Se prova a restare nel mezzo, appare ambigua: e in politica estera l’ambiguità è spesso il nome elegante della debolezza. Meloni sta scoprendo ciò che ogni leader italiano prima o poi impara: l’America conta sempre, ma l’Europa, per l’Italia, non è un’opzione.
L’atteggiamento di Salvini
C’è poi da aggiungere che a queste difficoltà della premier corrisponde un atteggiamento sempre più spregiudicato di Matteo Salvini proprio sui temi della politica estera: non esita a maltrattare verbalmente Volodymyr Zelensky («amico mio, hai perso la guerra, almeno evita la disfatta») e fa spallucce alle polemiche di Antonio Tajani e di Carlo Calenda sul suo incontro con un esponente neonazista, e quando si parla di Ice in Italia allarga le braccia: «Non vedo quale sia il problema». A dimostrazione che Salvini spera di ricavare voti dall’elettorato di destra deluso da una linea sempre meno trumpiana della premier. Ormai le elezioni del 2027 sono proprio dietro l’angolo.
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Persino atti formali come la lettera ufficiale inviata ieri dal ministro della Difesa Crosetto al suo omologo Usa Pete Hagset e al segretario della Nato Mark Rutte per protestare per le parole del presidente americano sui nostri soldati in Afghanistan. Destinato a restare riservato, il contenuto della lettera è stato diffuso dal tg de La7: è evidente che Crosetto non voleva dare pubblicità allo screzio con Washington. Ma del resto, a difesa dei nostri 53 caduti e 700 feriti, è stata la stessa Giorgia Meloni, a parlare senza limitarsi a dissentire: ha parlato di frasi «inaccettabili», chiedendo rispetto per i militari italiani e per il contributo dei Paesi Nato. Qui lo scontro è diventato simbolico: perché tocca l’onore delle Forze armate, il tema della credibilità internazionale e il nervo scoperto dell’Alleanza atlantica.
I superdazi di Trump
Ma prima ancora c’era stato il caso dei superdazi minacciati da Trump contro i Paesi europei che avevano mandato militari in Groenlandia. Meloni, dalla Corea del Sud, ha scelto una linea che in altre fasi non avrebbe adottato: netta, pubblica, non eludibile. «Non condivido», ha detto, definendo «un errore» l’ipotesi di colpire con i dazi gli alleati. È stato un passaggio significativo: se la Casa Bianca cambia registro, anche l’Italia non può stare nel limbo delle ambiguità.
La presenza dell’Ice alle Olimpiadi
Infine il caso più recente e più «italiano» scoppiato nelle ultime ore: le polemiche sulla possibile presenza durante le Olimpiadi di Milano-Cortina di agenti della Ice, la violenta polizia anti-immigrati di Trump che sta suscitando proteste in tutta l’America. Dal ministro degli Interni e anche dagli Usa è arrivata la smentita di un loro ruolo operativo ma la discussione ha già fatto rumore: per la sensibilità del tema migratorio, per la percezione di una «milizia» americana sul suolo nazionale e perché l’Italia non può permettersi un cortocircuito istituzionale proprio in un evento globale.
Il difficile posizionamento della Meloni
Tre episodi diversi, un unico filo: la difficoltà progressiva di Meloni nel destreggiarsi tra Trump e l’Europa. Perché la premier si è costruita in questi due anni un profilo di «affidabilità» europea: non sempre amata, ma considerata prevedibile. Trump, al contrario, è l’imprevedibilità elevata a sistema. Ed è qui che nasce il paradosso: la relazione che doveva rafforzare la leadership internazionale dell’Italia rischia di rivelarsi un boomerang. Se Meloni sceglie il riavvicinamento pieno, rischia di irritare Bruxelles e le principali capitali europee, oltre a esporre l’Italia a scelte troppo sbilanciate. Se prende le distanze, perde un simbolo identitario e apre una frattura nel campo conservatore. Se prova a restare nel mezzo, appare ambigua: e in politica estera l’ambiguità è spesso il nome elegante della debolezza. Meloni sta scoprendo ciò che ogni leader italiano prima o poi impara: l’America conta sempre, ma l’Europa, per l’Italia, non è un’opzione.
L’atteggiamento di Salvini
C’è poi da aggiungere che a queste difficoltà della premier corrisponde un atteggiamento sempre più spregiudicato di Matteo Salvini proprio sui temi della politica estera: non esita a maltrattare verbalmente Volodymyr Zelensky («amico mio, hai perso la guerra, almeno evita la disfatta») e fa spallucce alle polemiche di Antonio Tajani e di Carlo Calenda sul suo incontro con un esponente neonazista, e quando si parla di Ice in Italia allarga le braccia: «Non vedo quale sia il problema». A dimostrazione che Salvini spera di ricavare voti dall’elettorato di destra deluso da una linea sempre meno trumpiana della premier. Ormai le elezioni del 2027 sono proprio dietro l’angolo.
Persino atti formali come la lettera ufficiale inviata ieri dal ministro della Difesa Crosetto al suo omologo Usa Pete Hagset e al segretario della Nato Mark Rutte per protestare per le parole del presidente americano sui nostri soldati in Afghanistan. Destinato a restare riservato, il contenuto della lettera è stato diffuso dal tg de La7: è evidente che Crosetto non voleva dare pubblicità allo screzio con Washington. Ma del resto, a difesa dei nostri 53 caduti e 700 feriti, è stata la stessa Giorgia Meloni, a parlare senza limitarsi a dissentire: ha parlato di frasi «inaccettabili», chiedendo rispetto per i militari italiani e per il contributo dei Paesi Nato. Qui lo scontro è diventato simbolico: perché tocca l’onore delle Forze armate, il tema della credibilità internazionale e il nervo scoperto dell’Alleanza atlantica.
I superdazi di Trump
Ma prima ancora c’era stato il caso dei superdazi minacciati da Trump contro i Paesi europei che avevano mandato militari in Groenlandia. Meloni, dalla Corea del Sud, ha scelto una linea che in altre fasi non avrebbe adottato: netta, pubblica, non eludibile. «Non condivido», ha detto, definendo «un errore» l’ipotesi di colpire con i dazi gli alleati. È stato un passaggio significativo: se la Casa Bianca cambia registro, anche l’Italia non può stare nel limbo delle ambiguità.
La presenza dell’Ice alle Olimpiadi
Infine il caso più recente e più «italiano» scoppiato nelle ultime ore: le polemiche sulla possibile presenza durante le Olimpiadi di Milano-Cortina di agenti della Ice, la violenta polizia anti-immigrati di Trump che sta suscitando proteste in tutta l’America. Dal ministro degli Interni e anche dagli Usa è arrivata la smentita di un loro ruolo operativo ma la discussione ha già fatto rumore: per la sensibilità del tema migratorio, per la percezione di una «milizia» americana sul suolo nazionale e perché l’Italia non può permettersi un cortocircuito istituzionale proprio in un evento globale.
Il difficile posizionamento della Meloni
Tre episodi diversi, un unico filo: la difficoltà progressiva di Meloni nel destreggiarsi tra Trump e l’Europa. Perché la premier si è costruita in questi due anni un profilo di «affidabilità» europea: non sempre amata, ma considerata prevedibile. Trump, al contrario, è l’imprevedibilità elevata a sistema. Ed è qui che nasce il paradosso: la relazione che doveva rafforzare la leadership internazionale dell’Italia rischia di rivelarsi un boomerang. Se Meloni sceglie il riavvicinamento pieno, rischia di irritare Bruxelles e le principali capitali europee, oltre a esporre l’Italia a scelte troppo sbilanciate. Se prende le distanze, perde un simbolo identitario e apre una frattura nel campo conservatore. Se prova a restare nel mezzo, appare ambigua: e in politica estera l’ambiguità è spesso il nome elegante della debolezza. Meloni sta scoprendo ciò che ogni leader italiano prima o poi impara: l’America conta sempre, ma l’Europa, per l’Italia, non è un’opzione.
L’atteggiamento di Salvini
C’è poi da aggiungere che a queste difficoltà della premier corrisponde un atteggiamento sempre più spregiudicato di Matteo Salvini proprio sui temi della politica estera: non esita a maltrattare verbalmente Volodymyr Zelensky («amico mio, hai perso la guerra, almeno evita la disfatta») e fa spallucce alle polemiche di Antonio Tajani e di Carlo Calenda sul suo incontro con un esponente neonazista, e quando si parla di Ice in Italia allarga le braccia: «Non vedo quale sia il problema». A dimostrazione che Salvini spera di ricavare voti dall’elettorato di destra deluso da una linea sempre meno trumpiana della premier. Ormai le elezioni del 2027 sono proprio dietro l’angolo.
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