Massimo Pasin: «Le borse sono arte e noi una boutique»

Massimo Pasin: «Le borse sono arte e noi una boutique»

Tutte le shopper che escono dai grandi musei italiani sono create a Dosson di Casier

lunedì 15 dicembre 2025di Edoardo Pittalis

Massimo Pasin: «Le borse sono arte e noi una boutique»

CASIER (TREVISO) – Tutte le borse che escono dai grandi musei italiani sono fatte a Dosson di Casier, a metà strada tra Mestre e Treviso. Anche quelle dei musei europei, da Parigi alla più lontana Islanda. E pure quelle dei grandi teatri, dalla Scala alla Fenice. E quelle dei grandi marchi della moda, dalla A di Armani alla M di Antonio Marras. Borse piccole e altre enormi, colorate o semplicemente disegnate, in carta, tela, plastica, cotone. Tutte uscite, con altre 5 milioni, dalla “Pasin Bags” di Massimo Pasin, trevigiano, 60 anni.

Sul tetto dell’azienda ha fatto accendere ogni notte la scritta “Ecumenico”, non senza scatenare polemiche; un’installazione di light art realizzata da Andrea Bianconi. «Sono un provocatore, quella scritta vuole significare l’universalità dell’azienda. È un’opera artistica, sottolinea la capacità di mettersi in gioco con qualsiasi forma».

Per Pasin una borsa è arte, non un semplice portaoggetti: «È diventato quasi uno status symbol per le grandi firme, è un grande contenitore che è in grado di far passeggiare dei contenuti. Se hai una forma e un’immagine può essere importante, oltre che per comunicare anche per far esistere un brand». La “Pasin Bags” produce e commercializza milioni di shopper di ogni dimensione. Un fatturato di 2 milioni di euro, 25 dipendenti. Di recente è stata respinta una richiesta di acquisizione da parte di un grande concorrente tedesco. La lista dei clienti va dal museo Guggenheim a Palazzo Grassi, alla Triennale di Milano; dalla Scala di Milano al Teatro Massimo di Palermo; dalla Mondadori all’Einaudi; dalla Fincantieri alla Illy Caffè. Sino a Cinecittà e al Consorzio Cortina. Tanto per citarne alcuni. A far nascere l’azienda è stato Massimo Pasin, un figlio, Pietro, 23 anni, studente in giurisprudenza. Voleva fare il ristoratore, come il padre, o forse l’architetto come nei sogni, la vita lo ha presto costretto a fare i conti con la realtà.

Come ha iniziato signor Pasin?
«Vengo da una famiglia di ristoratori da generazioni a Roncade. Mio padre Tito era un grande cuoco, il loro ristorante era il “Galli”, c’è sempre ed è rimasto a gestirlo lo zio Antonio. Papà è morto a soli 45 anni, io a 21 mi sono ritrovato orfano e costretto a rivedere tutti i miei progetti. Speravo di diventare un grande ristoratore sulla sua scia, o forse un grande architetto, ho dovuto reinventarmi. Mi sono trasferito a New York e ho convissuto col mondo americano che è esplosivo. Per un anno ho fatto di tutto, lavorato per Merzario nei trasporti, il figlio era un famoso pilota della F1, Arturo, bravo ed eccentrico. Ho lavorato come cameriere, come facchino, ho studiato l’inglese e mi sono mescolato nella Grande Mela. Un mondo che mi affascinava perché esprimeva di continuo grandi movimenti. Quando sono rientrato e ho cercato lavoro sono finito a occuparmi per un bel po’ di tempo del mondo delle assicurazioni. Non era la mia vocazione, allora per anni ho venduto sacchetti per una grossa azienda. È stata un’esperienza costruttiva, si viaggiava in quel periodo a velocità altissima come l’economia e ho avuto la possibilità di confrontarmi con chi interpretava meglio lo spirito di quei tempi».

Quando è incominciata l’avventura di Pasin e delle borse?
«Mi sono messo in proprio nel 2009, esattamente quando la Lehman Brothers sembrava dovesse fermare il mondo e l’industria italiana un anno dopo era quasi ferma. Con negli occhi l’immagine delle funzionarie della banca che lasciavano i loro uffici per sempre con tutte le loro cose in una scatola di cartone, io decido di partire. Le grandi industrie che mi conoscono mi danno fiducia e la chiave del successo arriva da quello che avevo seminato prima. Mi confrontavo con Michelangelo Pistoletto, Giorgio Armani, Eric Clapton. Ero giovane, c’era questa grande curiosità dei pensieri di chi aveva una visione più alta. Allora il ministro Tremonti spingeva i piccoli imprenditori a diventare industriali col contributo dello Stato per non restare disintegrati dal sistema. Era il momento giusto per provarci».

Il segreto del suo successo?
«Ci definiamo una “superboutique” che lavora per la Libreria Umberto Saba o per il Consorzio dei Formaggi Svizzeri o per la Cooperativa di Cortina. In Italia siamo leader nei musei e in generale nel mondo culturale, come le Fondazioni, per esempio quella intitolata ad Arnaldo Pomodoro. Mi definisco un piccolo proiettile compresso: ragiono come un piccolo missile della Nasa che va sulla Luna, ma in realtà sono un proiettile. Sono una piccola impresa che cresce. È un prodotto povero il mio, dalla carta al cotone alla plastica. Siamo fatti di prodotti e di conoscenza, devi saper interpretare le richieste dei clienti, ho la fortuna di confrontarmi con le persone che capiscono subito le capacità dell’azienda. Cito la Cooperativa di Cortina, il Salone del Mobile che è l’evento più importante del settore e del quale siamo leader con 44 clienti. Per il Salone, il famoso designer francese Philippe Starck assieme a Dior ci hanno chiesto cinque contenitori esclusivi per accogliere le loro creazioni. Tutte le borse hanno un loro perché, a incominciare dal formato: come il packaging personalizzato per le confezioni di libri di Marina Berlusconi».

Gli influencer contano?
«Nel nostro settore no. In generale sì. Sono fondamentali per la società giovane».

Lei è anche un collezionista di arte moderna?
«In tutti questi anni la mia grande fortuna è di avere questa passione diretta del mondo dell’arte, mi permette di sviluppare un’azienda che richiede creatività quotidiana. A 20 anni frequentavo un gruppo di artisti di ogni campo, allora li chiamavano “matti”, io li studiavo. È stato allora che ho stabilito contatti con Lou Reed, David Byrne, Brian Eno, Eric Clapton col quale continuo a vedermi ogni anno. In quel periodo è nata la mia curiosità per l’arte contemporanea, una curiosità infame; l’artista ti racconta quello che non vedi, che non sai. Il mondo della cultura non è goloso del denaro o solo del denaro. Ho frequentato il Leoncavallo a Milano quando Sgarbi era assessore alla Cultura e immaginava di farlo diventare un museo a cielo aperto. Poi non se n’è fatto niente. Ho incominciato a collezionare arte degli anni ’70 e ’80, senza esasperazione. Contemporaneamente ero interessato a De Pisis, Guidi, Tancredi, Vedova, Paolo De Biasi, Basilico, Schifano. Mantengo contatti stretti con Maurizio Nannucci, uno dei grandi dell’arte contemporanea, ha 86 anni. Da dieci anni finanzio il “Premio Pasin” che cerca giovani talenti nel mondo della musica, ho premiato 9 conservatori in giro per l’Italia. L’intento è riuscire a estrapolare quell’urlo che oggi manca. Nel confronto con l’arte trovo continuamente l’ispirazione per il mio lavoro».

Il Veneto di oggi, visto da una borsa shopper?
«A livello industriale è molto silenzioso. Ha capito che c’è una sorta di rassegnazione, che determinate promesse non sono state mantenute, che la pressione fiscale ti penalizza. Contemporaneamente è sempre un popolo di grandi lavoratori, ha un equilibrio che gli permette di partecipare alle grandi sfide globali. Ma si avverte la necessità di garantire la parte brillante delle piccole imprese che sono la forza del tessuto. Un problema c’è ed è evidente: il personale, l’educazione del personale che non abbiamo. Formare il personale, pagarli quello che meritano, la sfida e il confronto è competere con le multinazionali che ti rubano i dipendenti, specie quelli che hai appena formato. Noi non abbiamo la ruota di scorta che altri hanno».

Dice Pasin che, però, gli altri non hanno la bag che trasporta il futuro.

Ultimo aggiornamento: 09:29
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Massimo Pasin: «Le borse sono arte e noi una boutique»

Tutte le shopper che escono dai grandi musei italiani sono create a Dosson di Casier

lunedì 15 dicembre 2025di Edoardo Pittalis

Massimo Pasin: «Le borse sono arte e noi una boutique»

CASIER (TREVISO) – Tutte le borse che escono dai grandi musei italiani sono fatte a Dosson di Casier, a metà strada tra Mestre e Treviso. Anche quelle dei musei europei, da Parigi alla più lontana Islanda. E pure quelle dei grandi teatri, dalla Scala alla Fenice. E quelle dei grandi marchi della moda, dalla A di Armani alla M di Antonio Marras. Borse piccole e altre enormi, colorate o semplicemente disegnate, in carta, tela, plastica, cotone. Tutte uscite, con altre 5 milioni, dalla “Pasin Bags” di Massimo Pasin, trevigiano, 60 anni.

Sul tetto dell’azienda ha fatto accendere ogni notte la scritta “Ecumenico”, non senza scatenare polemiche; un’installazione di light art realizzata da Andrea Bianconi. «Sono un provocatore, quella scritta vuole significare l’universalità dell’azienda. È un’opera artistica, sottolinea la capacità di mettersi in gioco con qualsiasi forma».

Per Pasin una borsa è arte, non un semplice portaoggetti: «È diventato quasi uno status symbol per le grandi firme, è un grande contenitore che è in grado di far passeggiare dei contenuti. Se hai una forma e un’immagine può essere importante, oltre che per comunicare anche per far esistere un brand». La “Pasin Bags” produce e commercializza milioni di shopper di ogni dimensione. Un fatturato di 2 milioni di euro, 25 dipendenti. Di recente è stata respinta una richiesta di acquisizione da parte di un grande concorrente tedesco. La lista dei clienti va dal museo Guggenheim a Palazzo Grassi, alla Triennale di Milano; dalla Scala di Milano al Teatro Massimo di Palermo; dalla Mondadori all’Einaudi; dalla Fincantieri alla Illy Caffè. Sino a Cinecittà e al Consorzio Cortina. Tanto per citarne alcuni. A far nascere l’azienda è stato Massimo Pasin, un figlio, Pietro, 23 anni, studente in giurisprudenza. Voleva fare il ristoratore, come il padre, o forse l’architetto come nei sogni, la vita lo ha presto costretto a fare i conti con la realtà.

Come ha iniziato signor Pasin?
«Vengo da una famiglia di ristoratori da generazioni a Roncade. Mio padre Tito era un grande cuoco, il loro ristorante era il “Galli”, c’è sempre ed è rimasto a gestirlo lo zio Antonio. Papà è morto a soli 45 anni, io a 21 mi sono ritrovato orfano e costretto a rivedere tutti i miei progetti. Speravo di diventare un grande ristoratore sulla sua scia, o forse un grande architetto, ho dovuto reinventarmi. Mi sono trasferito a New York e ho convissuto col mondo americano che è esplosivo. Per un anno ho fatto di tutto, lavorato per Merzario nei trasporti, il figlio era un famoso pilota della F1, Arturo, bravo ed eccentrico. Ho lavorato come cameriere, come facchino, ho studiato l’inglese e mi sono mescolato nella Grande Mela. Un mondo che mi affascinava perché esprimeva di continuo grandi movimenti. Quando sono rientrato e ho cercato lavoro sono finito a occuparmi per un bel po’ di tempo del mondo delle assicurazioni. Non era la mia vocazione, allora per anni ho venduto sacchetti per una grossa azienda. È stata un’esperienza costruttiva, si viaggiava in quel periodo a velocità altissima come l’economia e ho avuto la possibilità di confrontarmi con chi interpretava meglio lo spirito di quei tempi».

Quando è incominciata l’avventura di Pasin e delle borse?
«Mi sono messo in proprio nel 2009, esattamente quando la Lehman Brothers sembrava dovesse fermare il mondo e l’industria italiana un anno dopo era quasi ferma. Con negli occhi l’immagine delle funzionarie della banca che lasciavano i loro uffici per sempre con tutte le loro cose in una scatola di cartone, io decido di partire. Le grandi industrie che mi conoscono mi danno fiducia e la chiave del successo arriva da quello che avevo seminato prima. Mi confrontavo con Michelangelo Pistoletto, Giorgio Armani, Eric Clapton. Ero giovane, c’era questa grande curiosità dei pensieri di chi aveva una visione più alta. Allora il ministro Tremonti spingeva i piccoli imprenditori a diventare industriali col contributo dello Stato per non restare disintegrati dal sistema. Era il momento giusto per provarci».

Il segreto del suo successo?
«Ci definiamo una “superboutique” che lavora per la Libreria Umberto Saba o per il Consorzio dei Formaggi Svizzeri o per la Cooperativa di Cortina. In Italia siamo leader nei musei e in generale nel mondo culturale, come le Fondazioni, per esempio quella intitolata ad Arnaldo Pomodoro. Mi definisco un piccolo proiettile compresso: ragiono come un piccolo missile della Nasa che va sulla Luna, ma in realtà sono un proiettile. Sono una piccola impresa che cresce. È un prodotto povero il mio, dalla carta al cotone alla plastica. Siamo fatti di prodotti e di conoscenza, devi saper interpretare le richieste dei clienti, ho la fortuna di confrontarmi con le persone che capiscono subito le capacità dell’azienda. Cito la Cooperativa di Cortina, il Salone del Mobile che è l’evento più importante del settore e del quale siamo leader con 44 clienti. Per il Salone, il famoso designer francese Philippe Starck assieme a Dior ci hanno chiesto cinque contenitori esclusivi per accogliere le loro creazioni. Tutte le borse hanno un loro perché, a incominciare dal formato: come il packaging personalizzato per le confezioni di libri di Marina Berlusconi».

Gli influencer contano?
«Nel nostro settore no. In generale sì. Sono fondamentali per la società giovane».

Lei è anche un collezionista di arte moderna?
«In tutti questi anni la mia grande fortuna è di avere questa passione diretta del mondo dell’arte, mi permette di sviluppare un’azienda che richiede creatività quotidiana. A 20 anni frequentavo un gruppo di artisti di ogni campo, allora li chiamavano “matti”, io li studiavo. È stato allora che ho stabilito contatti con Lou Reed, David Byrne, Brian Eno, Eric Clapton col quale continuo a vedermi ogni anno. In quel periodo è nata la mia curiosità per l’arte contemporanea, una curiosità infame; l’artista ti racconta quello che non vedi, che non sai. Il mondo della cultura non è goloso del denaro o solo del denaro. Ho frequentato il Leoncavallo a Milano quando Sgarbi era assessore alla Cultura e immaginava di farlo diventare un museo a cielo aperto. Poi non se n’è fatto niente. Ho incominciato a collezionare arte degli anni ’70 e ’80, senza esasperazione. Contemporaneamente ero interessato a De Pisis, Guidi, Tancredi, Vedova, Paolo De Biasi, Basilico, Schifano. Mantengo contatti stretti con Maurizio Nannucci, uno dei grandi dell’arte contemporanea, ha 86 anni. Da dieci anni finanzio il “Premio Pasin” che cerca giovani talenti nel mondo della musica, ho premiato 9 conservatori in giro per l’Italia. L’intento è riuscire a estrapolare quell’urlo che oggi manca. Nel confronto con l’arte trovo continuamente l’ispirazione per il mio lavoro».

Il Veneto di oggi, visto da una borsa shopper?
«A livello industriale è molto silenzioso. Ha capito che c’è una sorta di rassegnazione, che determinate promesse non sono state mantenute, che la pressione fiscale ti penalizza. Contemporaneamente è sempre un popolo di grandi lavoratori, ha un equilibrio che gli permette di partecipare alle grandi sfide globali. Ma si avverte la necessità di garantire la parte brillante delle piccole imprese che sono la forza del tessuto. Un problema c’è ed è evidente: il personale, l’educazione del personale che non abbiamo. Formare il personale, pagarli quello che meritano, la sfida e il confronto è competere con le multinazionali che ti rubano i dipendenti, specie quelli che hai appena formato. Noi non abbiamo la ruota di scorta che altri hanno».

Dice Pasin che, però, gli altri non hanno la bag che trasporta il futuro.

Ultimo aggiornamento: 09:29
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