Organi instancabili, capaci di sopportare carichi di lavoro pesantissimi senza soffrirne: stiamo parlando dei reni, elementi principali del sistema urinario, fondamentali per mantenere l’equilibrio e il corretto funzionamento dell’organismo. Ma col passare del tempo anche i reni necessitano di ‘manutenzione’, per questo è essenziale fare prevenzione, attraverso alcuni esami alla portata di tutti. Conosciamoli meglio. Le loro caratteristiche Il pregio principale dei reni è la loro resistenza, ma che in alcune situazioni diventa un punto debole: essendo due, in caso di necessità hanno la capacità di svolgere il compito dell’altro, ma se presentano delle problematiche, la loro forza fa apparire sintomi molto in ritardo, quando la malattia renale è in stadio avanzato, dopo che si è perso anche l’80% della loro funzionalità. A tal proposito, secondo il Global Burden of Disease Study fino al 10% della popolazione mondiale adulta soffre di qualche deficienza renale senza esserne consapevole. Se fossero organi più delicati sarebbe più facile riconoscere la malattia renale nei primi stadi, e la dialisi, terapia a cui si approda quando ai reni resta circa il 15% della loro autonomia, potrebbe diventare un’eccezione. Prevenzione e anzianità  Per mantenere i reni in funzione più a lungo possibile bisogna seguire semplici norme, utili anche in altri campi riguardanti la nostra salute: non fumare, non consumare alcol, fare esercizio fisico con regolarità, seguire una dieta equilibrata non troppo ricca di sale e zuccheri, sono moniti che servono da base per rendere i due organi gemelli più longevi. Seguire queste indicazioni permette di allontanare obesità, diabete e pressione alta, che sono fra le peggiori minacce per la funzionalità dei reni. Col passare degli anni, la funzione renale è inevitabile e come spiega Luca De Nicola, presidente della Società Italiana di Nefrologia (SIN): «Da anziani la cosiddetta riserva renale si riduce: in pratica, la funzione renale risulta normale ai test ma ci sono meno nefroni (unità microscopiche che filtrano e ripuliscono il sangue ndr) che lavorano di più per sopperire alla perdita di funzionalità di altri nefroni, di conseguenza la capacità di adattarsi e far fronte a stimoli esterni diminuisce. Un esempio classico è l’insufficienza renale acuta degli anziani in estate o dopo un’influenza, quando si suda tanto per il caldo o per la febbre: i reni non più giovanissimi hanno una minore capacità di trattenere acqua e sale, così si perdono troppi liquidi e la pressione scende. Risultato: i due organi non ricevono abbastanza sangue e se sono già al limite della riserva renale, si finisce in ospedale con un’insufficienza d’organo. È bene quindi che gli anziani assumano più sale in estate o quando hanno un’influenza, ma anche che evitino l’abuso di farmaci antinfiammatori non steroidei (perché possono sovraccaricare reni non più giovani, ndr)».  Sintomi nascosti Il calo fisiologico delle prestazioni renali con l’età avanzata rende più difficile accorgersi della iper-filtrazione, sintomo principale della nefropatia grave presente nei diabetici: l’eccesso di zuccheri nel sangue danneggia i reni, che non trattengono più le proteine come dovrebbero. I due organi per riparare a questa limitazione si affidano alla loro super capacità di resistenza agli sforzi e per un certo periodo flitrano più di quanto potrebbero. L’eccessivo carico di lavoro però manda in crisi il sistema, che non regge e cessa di far filtrare il sangue, rendendo necessaria la dialisi. Dato che riconoscere l’iper-filtrazione in reni anziani non è impresa facile, i ricercatori dell’Università di Osaka, in Giappone, hanno messo a punto un algoritmo che «corregge» i valori tenendo conto dell’invecchiamento. Questa importante innovazione è però inficiata dalla bassa quantità di persone che sa di essere a rischio: «solo il 10-20% delle persone con malattia renale cronica sa di averla, anche perché sintomi come la stanchezza al mattino o la pressione un po’ alta sono poco specifici e i reni danno segno di deficit solo quando sono già molto compromessi e hanno perso come minimo metà della loro funzionalità» conclude De Nicola. Urina e sangue come metal detector Per capire se i reni godono di buona salute occorrono degli esami molto facili da attuare. Serve innanzitutto un esame delle urine per capire se ci sono tracce di albumina, una proteina fondamentale del sangue, prodotta dal fegato: se nella pipì compaiono sostanze come l’albumina, che non dovrebbe assolutamente essere espulsa, significa che i reni non svolgono più bene la loro funzione di setaccio. Il secondo test è un’analisi del sangue con una lente di ingrandimento sulla quantità di creatinina, un prodotto di scarto dell’attività muscolare: questa sostanza deve essere filtrata ed espulsa con le urine, perciò se nelle analisi viene evidenziato un accumulo di essa, significa che i reni hanno una ridotta capacità di filtrazione. La proposta di legge del SIN Il terzo esame possibile è lo screening, un esame poco costoso, che qualunque laboratorio può eseguire di routine. Per questo la SIN, in collaborazione con il Ministero della Salute, ha redatto un Percorso Preventivo Diagnostico Terapeutico Assistenziale (Ppdta) e sta portando avanti una proposta di legge per uno screening renale attraverso i medici di base: «Contiamo di arrivare all’approvazione entro l’anno, per diventare il primo Paese al mondo con una legge di questo tipo», afferma De Nicola. «L’idea è che i medici di famiglia valutino albuminuria, creatininemia e livelli di emoglobina nei loro assistiti fra i 55 e i 75 anni con almeno un fattore di rischio fra diabete, cardiopatie, obesità o ipertensione. Lo screening potrebbe individuare i casi di malattia renale cronica, consentendo una visita nefrologica tempestiva e risolvendo così il paradosso attuale per cui l’insufficienza renale è diffusa e pericolosa, visto che è una delle principali patologie cronico-degenerative al mondo e la mortalità sta superando quella di altre malattie come diabete e tumori, ma è anche facile da diagnosticare e relativamente semplice da curare, se la si individua presto».   I nefroni e la gestione dei tumori Ogni rene ha circa un milione di nefroni, piccole unità che filtrano il sangue in continuazione, come sottolinea Emanuele Montanari, direttore dell’Unità di Urologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano: «non lavorano tutti assieme, ma alternandosi come i turnisti. Quando sono danneggiati, quelli rimasti lavorano di più, ma peggio». Che cosa può far perdere nefroni? «Malattie che danneggiano i vasi sanguigni come il diabete o l’ipertensione, infezioni dell’apparato urinario ma anche patologie urologiche», risponde Montanari. «Il filtrato renale viene escreto attraverso le vie urinarie, che sono a bassa pressione. Tutto quello che crea ostacoli o aumenta la pressione nelle vie urinarie, per esempio nella vescica, può compromettere la funzione renale. È bene sottolinearlo perché molte condizioni urologiche facili da gestire, per esempio i calcoli, se trascurate possono far perdere la funzionalità di un rene». In caso di un intervento delicato come può essere un tumore, gli esperti hanno un obiettivo principale da perseguire: «Anche quando c’è un cancro al rene oggi si è più conservativi possibile, scegliendo la chirurgia robotica e operando dopo aver creato mappe tridimensionali molto precise del tumore e dei tessuti vicini: l’obiettivo è essere più accurati e rapidi, diminuendo così al minimo la perdita di tessuto e quindi di funzione», riprende Montanari. «Più si preserva una funzionalità renale normale, più l’aspettativa e la qualità di vita migliorano. Per questo anche l’ecografia è consigliabile fin da bambini, soprattutto se in famiglia si hanno casi di malattie renali: può essere molto utile: individuare un tumore al rene quando è piccolo significa poterlo gestire senza rischiare di intaccare la funzione di questi organi». Dialisi domiciliare: terapia utile per i più fragili La dialisi è una terapia che sostituisce in parte la funzione dei reni quando questi non riescono più a filtrare il sangue in modo adeguato: «Significa dover stare attaccati a un macchinario per 4 ore, 3 volte a settimana, con costi fino a 50 mila euro l’anno per paziente», specifica Luca De Nicola. «Dovremmo puntare sempre di più a quella domiciliare, la peritoneale, purché si tratta di pazienti fragili, ad alto rischio. Oggi la dialisi domiciliare è sicura ed efficace, consente ai malati di restare a casa in maggior sicurezza e permette risparmi notevoli per il SSN; va perciò incentivata, perché riguarda solo l’8-9 % dei pazienti».