Nel gioco del calcio, il colpo di testa è uno dei fondamentali, utile sia in ambito difensivo che offensivo. Tuttavia, nel corso degli anni stanno aumentando gli studi che provano la pericolosità di tale pratica, poiché la ripetizione per tutto l’arco della carriera può causare danni cerebrali che si manifestano decenni dopo, anche sotto forma di Alzheimer, Parkinson e sclerosi multipla.
I primi riscontri: la demenza pugilistica
Già negli anni ’20 del secolo scorso, il patologo statunitense Harrison Martland pubblicò un articolo scientifico in cui sosteneva che i pugili professionisti, in seguito a forti colpi alla testa, subivano quello che nel gergo del ring prendeva il nome di “ubriachezza da pugni“. I sintomi di questa peculiare condizione includevano un’andatura barcollante e confusione mentale. In alcuni casi, l’ubriachezza da pugni si evolveva in demenza, in seguito classificata come “dementia pugilistica“, a evidenziare la connessione tra lo sport e la patologia.

L’evoluzione in altri sport: la CTE
Inizialmente si pensava che il problema fosse limitato alla boxe, per via della sua durezza. Ma con l’avvento del nuovo secolo questa convinzione è cambiata. Nel 2002 infatti, il calciatore professionista Jeff Astle morì all’età di 59 anni a seguito di una diagnosi di demenza precoce. Nello stesso anno, negli Stati Uniti, il giocatore di football americano Mike Webster morì all’età di 50 anni dopo aver manifestato un declino cognitivo improvviso e altri sintomi simili al Parkinson. In entrambi i casi, l’esame del cervello dei due ex atleti mostrò che erano morti per encefalopatia traumatica cronica (CTE) , un termine più moderno che sostituì la diagnosi di demenza pugilistica. Ma da cosa è determinata questa particolare condizione? «La CTE è una forma molto specifica di patologia cerebrale degenerativa, osservata solo in persone con una storia di traumi cranici o impatti alla testa» afferma Willie Stewart, neuropatologo presso l’Università di Glasgow.
La CTE: il ruolo della proteina tau
Il problema della CTE è il modo per riconoscerla: si ha la certezza che un individuo l’abbia contratta solo dopo la morte di quest’ultimo. La malattia è dovuta a un accumulo di tau, una proteina naturale dei neuroni, estremamente utile al funzionamento del cervello. Tuttavia, quando la tau subisce modifiche chimiche anomale sorgono dei probemi. La più comune di queste complicanze è l’accumulo della proteina, una condizione che prende il nome di groviglio neurofibrillare, che può portare alla morte delle cellule nervose, alla disfunzione neuronale e all’atrofia cerebrale progressiva. Tra le varie malattie legate all’accumuli di tau (tauopatie) vi è anche l’Alzheimer e la già citata CTE.
Il tasso di CTE nel Football americano
Con l’intensificarsi dei casi, dal 2008 la neurologa Ann McKee, professoressa presso la Boston University, invita ex atleti a partecipare a studi di ricerca per apprendere come diagnosticare e trattare la CTE. Stando ai dati raccolti fino al 2023, McKee e colleghi hanno analizzato i cervelli donati di 376 ex giocatori della National Football League (la Serie A di Football americano ndr), scoprendo che ben il 91,7% di loro era affetto da CTE. Per sottolineare l’importanza del dato, l’incidenza di CTE nella popolazione generale è inferiore all’1%. La dottoressa McKee ha diagnosticato la CTE anche in ex giocatori di baseball, di hockey su ghiaccio e ciclisti In tutti i casi, il denominatore comune erano i ripetuti colpi alla testa.

Il calcio come fattore di rischio
Nel 2019, con lo studio “Football’s influence on lifelong health and dementia risk“, il neuropatologo Willie Stewart ha esaminato le cartelle cliniche di quasi 8.000 ex calciatori professionisti scozzesi e le ha confrontate con quelle di 23.000 membri della popolazione comune: «abbiamo abbinto calciatori a persone della comunità nate nello stesso anno e residenti più o meno nelle stesse zone. Per ogni atleta avevamo tre gruppi di controllo connessi, in modo da avere un’idea precisa di come dovrebbero essere la salute e l’invecchiamento normali». Lo studio ha rilevato che gli ex calciatori professionisti hanno una probabilità cinque volte maggiore di sviluppare l’Alzheimer, quattro volte maggiore di soffrire di sclerosi multipla, e il doppio di sviluppare il morbo di Parkinson rispetto alle persone della stessa età nella popolazione generale. Nel complesso, gli ex calciatori professionisti hanno una probabilità 3,5 volte maggiore di morire a causa di malattie neurodegenerative rispetto al previsto.

Perché colpire di testa è così dannoso?
Michael Lipton, professore di radiologia presso il Columbia University Irving Medical Center, ha utilizzato la risonanza magnetica cerebrale per individuare i primi segni della condizione in giovani calciatori dilettanti. La sua ricerca ha dimostrato che i giocatori che colpiscono la palla di testa più frequentemente non solo ottengono punteggi peggiori nei test di apprendimento e memoria, ma mostrano anche chiari segni di danni nella parte del cervello nota come corteccia orbitofrontale, situata appena dietro la fronte.
Questa parte del cervello è compota da materia bianca, fondamentale per la comunicazione tra le diverse aree cerebrali. Per permettere la connessione fra i due emisferi e tra le diverse zone del cervello, la materia bianca si serve degli assoni, lunghi filamenti sottili che svolgono il compito di trasmettere le informazioni. Gli assoni tuttavia sono molto vulnerabili alle rapide accelerazioni causate da una forza improvvisa. Il brusco cambiamento di velocità della testa durante un impatto provoca il rimbalzo del cervello all’interno del cranio, allungando gli assoni e interrompendone la connettività.
«Se pensi a un colpo di testa, l’impatto alla testa è relativamente lieve: non provoca fratture, emorragie o lesioni evidenti, ma ha il potenziale di far muovere il cervello all’interno della scatola cranica», afferma Lipton. La forza usata per l’impatto, fa sì che il cervello “sobbalzi”, facendo avanti e dietro. Essendo unorgano molto morbido, quasi della consistenza di una gelatina, quando subisce quel tipo di trauma, si comprime, si torce e si deforma, mettendo a dura prova gli assoni. Successive ricerche di Lipton e colleghi hanno dimostrato che è l’esiguo spazio tra la materia bianca e quella grigia nella corteccia orbitofrontale a subire i danni maggiori in seguito ai colpi di testa. Ciò è probabilmente dovuto alla differenza di densità delle due materie e che per questo si muovono a velocità diverse quando si colpisce la palla col capo. Questo crea due forze opposte tra i due tipi di tessuto. Ripetere questa azione nel tempo può provocare un danneggiamento ai vasi sanguigni o innescare un processo di infiammazione cronica che alla fine porta alla malattia degenerativa.
Possibili soluzioni?
La tecnologia potrebbe essere d’aiuto. Ad esempio, i ricercatori della Stanford University in California stanno progettando caschi da football americano con ammortizzatori liquidi integrati, che a quanto pare riducono l’impatto sulla testa di circa il 30%.
Per quanto riguarda il calcio, ridurre i colpi di testa è quasi impossibile, vista la loro importanza nello sport, ma potrebbe essere importante. Nel Regno Unito, in seguito alla ricerca di Stewart, i colpi di testa sono stati eliminati in alcune categorie del calcio giovanile. Il suo gruppo ha anche condotto con successo una campagna per ridurre la quantità di colpi di testa utilizzati durante la settimana durante le sessioni di allenamento: «abbiamo scoperto, parlando con ex calciatori, che potrebbero aver colpito la palla di testa 70 mila volte nel corso della loro carriera, ma solo un paio di migliaia di questi colpi sono avvenuti durante le partite. Più del 95% degli impatti alla testa arriva durante gli allenamenti settimanali, quindi bisogna sbarazzarcene il più possibile».
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