«Fino a qualche anno fa, a un ragazzo con una cardiopatia grave veniva detto semplicemente: “Hai un problema, stop. Niente più educazione fisica, niente partitella con gli amici, sei confinato in panchina a vita”. Noi abbiamo deciso che non era giusto, che bisognava dare una seconda opportunità». Ascolta: Influenza ma non solo: il freddo e l’inverno fanno (anche) bene. E aiutano a dimagrire A parlare è Patrizio Sarto, direttore del Centro di riferimento regionale per lo sport nei giovani con cardiopatia di Treviso. È lui a spiegare la filosofia rivoluzionaria che guida la struttura, unica nel suo genere in Italia: non più il divieto assoluto, ma una “prescrizione” precisa dell’attività fisica, costruita su misura per quel cuore fragile. Il progetto porta il nome evocativo di Il secondo tempo di Julian Ross, titolo del docufilm che il Centro ha presentato alla Mostra del Cinema di Venezia per raccontare la resilienza dei “campioni di vetro”. «Il corto racconta la storia di una diagnosi difficile e della rinascita – spiega Sarto – Il vero problema è che questi ragazzi, spesso atleti performanti che scoprono la malattia per caso durante lo screening, si sentono abbandonati dopo la diagnosi. Nessuno dà loro risposte su cosa possono ancora fare. Il nostro compito è proprio questo: riempire quel vuoto». Il metodo trevigiano è pragmatico e si basa su dati clinici solidi, come confermato da un recente studio sullo European Heart Journal. «I pazienti vengono da noi e si fermano di solito due o tre giorni – racconta il direttore – Non ci limitiamo alle visite: dopo la valutazione clinica e psicologica, li portiamo nella nostra palestra all’interno del Dipartimento e li alleniamo in modo monitorato». È qui che avviene il cambio di paradigma: testare sul campo quanto quel cuore può reggere, per poi stilare un programma di allenamento sicuro. La sicurezza è il cardine di tutto, supportata dai numeri. «Dalla nostra esperienza sappiamo che se i pazienti seguono le nostre indicazioni sull’intensità, non hanno eventi avversi. Il rischio di nuovo arresto cardiaco si azzera – sottolinea Sarto con forza – Ma se fanno in autogestione, continuando a giocare ad alta intensità come se nulla fosse, il pericolo c’è: circa il 9% di chi ha fatto di testa sua ha avuto una recidiva». Il percorso include anche l’indagine genetica, fondamentale per scovare le patologie ereditarie in tutta la famiglia. «Il 90% dei nostri ragazzi è asintomatico – conclude Sarto – Devono diventare consapevoli e autonomi, imparare a gestirsi la terapia e l’intensità dello sforzo. Solo così quel “secondo tempo” diventa vita vera e non solo sopravvivenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA