Spostare utero e ovaie, posizionarli in un punto diverso dell’addome per evitare che vengano irradiati durante le sedute di radioterapia, così da risparmiarli dagli effetti collaterali che potrebbero compromettere la fertilità della paziente.
E una volta terminato il ciclo di cure oncologiche, ricollocarli nella loro sede naturale.
È quello che ha fatto, per la prima volta in Italia, un’équipe multidisciplinare della Fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs di Roma composta da ginecologi oncologi, radioterapisti e chirurghi generali, in un intervento all’avanguardia, che conta solo una ventina di precedenti, eseguito su una giovane donna che doveva affrontare una chemio-radioterapia per un tumore del retto.
LE CURE
Come riferito in un lavoro pubblicato sull’International Journal of Gynecological Cancer, coordinato da Nicolò Bizzarri, dirigente medico presso l’Uoc di Ginecologia oncologica e ricercatore all’Università Cattolica, primo operatore degli interventi di trasposizione e riposizionamento uterino e primo autore dell’articolo, si tratta di un’operazione che ha l’obiettivo di preservare la fertilità in giovani donne affette da patologia oncologica nell’area addomino-pelvica, permettendo loro di affrontare le cure salvavita e di preservare la fertilità.
Una speranza, dunque, contro le più recenti evidenze epidemiologiche che mostrano come siano in aumento i casi di giovani a cui viene diagnosticato un tumore.
Ad esempio, secondo i dati dell’American Cancer Society, negli Stati Uniti il cancro del colon-retto è il terzo tumore più diagnosticato sia negli uomini che nelle donne e, nel 20% dei casi colpisce individui con meno di 55 anni.
Inoltre, rappresenta la prima causa di decesso per neoplasie nei giovani uomini e la seconda nelle donne, dietro solo al cancro al seno. I dati mostrano, infatti, come dalla metà degli anni Novanta si sia registrato un aumento annuale costante del 2% delle diagnosi nella fascia di età 20-39 anni a seguito, secondo gli esperti, di uno stile di vita sempre più sedentario e di un maggiore consumo di alimenti processati.
Le terapie oncologiche, pur essendo fondamentali per guarire da tumori del retto, dell’ano, della vescica e del collo dell’utero e garantire la sopravvivenza, possono però compromettere la fertilità. La radioterapia, infatti, agendo sulle cellule tumorali in rapida divisione, per rallentarne la crescita fino a eradicarle, può intaccare anche le cellule sane che si trovano nei tessuti che circondano il cancro e che vengono attraversati dalle radiazioni per raggiungere il tumore.
Quando la radioterapia è diretta al bacino, può pertanto danneggiare le ovaie, riducendo il numero di ovuli, e l’utero, compromettendone lo strato muscolare che lo circonda, causando la perdita della capacità di questo tessuto di allungarsi ed espandersi durante la gravidanza.
I VASI
La radioterapia può inoltre incidere negativamente sui vasi che forniscono sangue all’utero, con possibili conseguenze per lo sviluppo della placenta durante la gestazione. La tecnica della trasposizione uterina potrebbe quindi rappresentare un’opzione rivoluzionaria, in grado di svoltare la qualità della vita delle pazienti idonee a questo tipo di intervento, fornendo un’opzione aggiuntiva per preservare la fertilità, che si aggiunge a quelle che fino ad ora erano disponibili, come la crioconservazione degli ovociti.
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