Ma Trump non aveva «annientato» il programma nucleare iraniano?
È tornato a parlarne con nuove minacce, contraddicendo la sua narrazione sugli attacchi di giugno
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Il presidente statunitense Donald Trump ha di nuovo minacciato di attaccare l’Iran: stavolta non in sostegno alle enormi proteste contro il regime, come aveva fatto poche settimane fa, ma esigendo lo smantellamento del programma nucleare del paese. È una richiesta molto vaga, ma contraddice ciò che Trump aveva sostenuto a giugno, quando gli Stati Uniti bombardarono tre siti del programma nucleare iraniano e Trump disse di averlo «annientato».
Trump non ha specificato i dettagli delle sue richieste, ma ha intimato al regime iraniano di fare un accordo presto (ha detto che «il tempo sta scadendo»), minacciando in caso contrario bombardamenti più pesanti ed estesi di quelli di giugno.
I media statunitensi, sulla base di loro fonti nell’intelligence americana e dei paesi europei che provano a mediare, hanno ricostruito che le principali condizioni dell’amministrazione Trump sono tre: la rinuncia da parte dell’Iran al programma di arricchimento dell’uranio e la consegna delle scorte (come avvenuto dopo lo storico accordo sul nucleare del 2015, da cui poi Trump si ritirò); una netta riduzione dell’arsenale di missili balistici del paese; la fine del sostegno ai gruppi armati alleati come Hamas, Hezbollah e gli Houthi.
Piloti sulla portaerei Abraham Lincoln, inviata verso l’Iran, in una foto del 23 gennaio (Mass Communication Specialist Seaman Daniel Kimmelman/U.S. Navy via AP)
I danni effettivi ai siti nucleari iraniani causati dai bombardamenti statunitensi della scorsa estate non sono mai stati chiariti. I report preliminari dell’intelligence statunitense avevano concluso che il programma fosse stato rallentato, ma non distrutto, anche perché il regime prima degli attacchi aveva trasferito parte delle scorte di uranio arricchito immagazzinate nei siti di Natanz e Fordo.
A fine giugno il capo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare (AIEA), Rafael Grossi, aveva detto che «entro pochi mesi» l’Iran sarebbe stato in grado di tornare ad arricchire l’uranio, e quindi potenzialmente di produrre una bomba atomica (la giustificazione degli attacchi era impedirglielo). L’AIEA era l’unica agenzia che monitorava il programma nucleare iraniano, seppure con molte difficoltà. Dalla scorsa estate gli ispettori sono stati costretti a lasciare il paese e il regime ha interrotto del tutto la collaborazione.
Il ritiro dell’AIEA, forzato dal regime, è la principale ragione per cui si sa così poco delle conseguenze degli attacchi precedenti. L’intelligence occidentale dubita che, almeno finora, il regime abbia cercato di recuperare l’uranio arricchito che aveva spostato e nascosto, ma ritiene che stia ricostruendo i siti colpiti, ancora più in profondità.
Un giornale iraniano riporta la notizia delle minacce di Trump (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
La seconda richiesta – diminuire l’arsenale, sia in termini di numero di missili sia in termini di gittata – è considerata inaccettabile dal regime, che lo vedrebbe come un azzeramento della propria deterrenza e della possibilità di colpire Israele, suo storico nemico.
Non si sa se siano in corso trattative tra Stati Uniti e Iran. L’agenzia stampa semi-ufficiale del regime ISNA lo ha negato, dicendo però che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è in contatto con «diversi paesi» che stanno facendo da intermediari. «La nostra posizione è che la diplomazia non può essere efficace né avere risultati attraverso le minacce militari», ha detto Araghchi, riferendosi allo spostamento di forze navali statunitensi verso l’Iran.
Araghchi ha smentito di avere cercato di parlare con l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff. Intanto, il regime ha minacciato una risposta «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
– Leggi anche:Più cose sappiamo, più i massacri del regime in Iran si confermano brutali
Il presidente statunitense Donald Trump ha di nuovo minacciato di attaccare l’Iran: stavolta non in sostegno alle enormi proteste contro il regime, come aveva fatto poche settimane fa, ma esigendo lo smantellamento del programma nucleare del paese. È una richiesta molto vaga, ma contraddice ciò che Trump aveva sostenuto a giugno, quando gli Stati Uniti bombardarono tre siti del programma nucleare iraniano e Trump disse di averlo «annientato».
Trump non ha specificato i dettagli delle sue richieste, ma ha intimato al regime iraniano di fare un accordo presto (ha detto che «il tempo sta scadendo»), minacciando in caso contrario bombardamenti più pesanti ed estesi di quelli di giugno.
I media statunitensi, sulla base di loro fonti nell’intelligence americana e dei paesi europei che provano a mediare, hanno ricostruito che le principali condizioni dell’amministrazione Trump sono tre: la rinuncia da parte dell’Iran al programma di arricchimento dell’uranio e la consegna delle scorte (come avvenuto dopo lo storico accordo sul nucleare del 2015, da cui poi Trump si ritirò); una netta riduzione dell’arsenale di missili balistici del paese; la fine del sostegno ai gruppi armati alleati come Hamas, Hezbollah e gli Houthi.
Piloti sulla portaerei Abraham Lincoln, inviata verso l’Iran, in una foto del 23 gennaio (Mass Communication Specialist Seaman Daniel Kimmelman/U.S. Navy via AP)
I danni effettivi ai siti nucleari iraniani causati dai bombardamenti statunitensi della scorsa estate non sono mai stati chiariti. I report preliminari dell’intelligence statunitense avevano concluso che il programma fosse stato rallentato, ma non distrutto, anche perché il regime prima degli attacchi aveva trasferito parte delle scorte di uranio arricchito immagazzinate nei siti di Natanz e Fordo.
A fine giugno il capo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare (AIEA), Rafael Grossi, aveva detto che «entro pochi mesi» l’Iran sarebbe stato in grado di tornare ad arricchire l’uranio, e quindi potenzialmente di produrre una bomba atomica (la giustificazione degli attacchi era impedirglielo). L’AIEA era l’unica agenzia che monitorava il programma nucleare iraniano, seppure con molte difficoltà. Dalla scorsa estate gli ispettori sono stati costretti a lasciare il paese e il regime ha interrotto del tutto la collaborazione.
Il ritiro dell’AIEA, forzato dal regime, è la principale ragione per cui si sa così poco delle conseguenze degli attacchi precedenti. L’intelligence occidentale dubita che, almeno finora, il regime abbia cercato di recuperare l’uranio arricchito che aveva spostato e nascosto, ma ritiene che stia ricostruendo i siti colpiti, ancora più in profondità.
Un giornale iraniano riporta la notizia delle minacce di Trump (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
La seconda richiesta – diminuire l’arsenale, sia in termini di numero di missili sia in termini di gittata – è considerata inaccettabile dal regime, che lo vedrebbe come un azzeramento della propria deterrenza e della possibilità di colpire Israele, suo storico nemico.
Non si sa se siano in corso trattative tra Stati Uniti e Iran. L’agenzia stampa semi-ufficiale del regime ISNA lo ha negato, dicendo però che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è in contatto con «diversi paesi» che stanno facendo da intermediari. «La nostra posizione è che la diplomazia non può essere efficace né avere risultati attraverso le minacce militari», ha detto Araghchi, riferendosi allo spostamento di forze navali statunitensi verso l’Iran.
Araghchi ha smentito di avere cercato di parlare con l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff. Intanto, il regime ha minacciato una risposta «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
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