Il dottore del cuore ha iniziato, sin da bambino, a osservare sintomi e malanni.
«Seguivo mia madre dietro il bancone in farmacia: già a sei anni desideravo fare questo lavoro», racconta oggi, che di anni ne ha 67, Pasquale Perrone Filardi, napoletano di Posillipo, professore universitario di Malattie dell’apparato cardiovascolare, purtroppo diffuse.
«Rappresentano la prima causa di morte e di disabilità, e sono una causa dell’inversione di tendenza nell’aspettativa di vita, la riducono, anche se le terapie innovative diventano molto efficaci e gli interventi hi-tech mini-invasivi, senza bisturi», dice. E, in qualità di presidente della Società italiana di Cardiologia nell’ultimo triennio (fino al 31 dicembre 2025), spiega perché «il quadro clinico della popolazione è peggiorato», indica chi soffre e rischia di più e sottolinea l’importanza della prevenzione e di tenere sotto controllo fattori come la glicemia, quindi il diabete (che aumenta le probabilità di aterosclerosi e scompenso). E poi, l’obesità e tanti altri. «È la combinazione di diversi meccanismi che porta a effetti moltiplicati nel tempo, fatali per 230mila persone all’anno nel Paese».
I PERICOLI PER LE DONNE
Il docente della Federico II avvisa: «Soprattutto le giovani madri non si accorgono dei pericoli, li sottovalutano, anche perché presentano manifestazioni atipiche e meno riconoscibili di queste patologie: dispnea e affanno, sensazione di vertigine invece del classico dolore toracico».
Ma, per tutte, i rischi si impennano già durante la gravidanza, quando il sistema cardiovascolare subisce notevoli adattamenti per sostenere la crescita del feto, come l’aumento del flusso sanguigno e della frequenza e gittata cardiaca: problemi preesistenti o complicanze possono mettere a repentaglio mamma e figlio. E, dalla menopausa, gli effetti si fanno sentire ancora di più, con un’incidenza di casi tra le donne uguale o addirittura superiore rispetto al dato registrato tra gli uomini. «Difatti, la mortalità femminile per patologia è più alta di quella maschile: 38 per cento contro il 32 o giù di lì». Ischemia e infarto, nella metà delle volte, al primo colpo non lasciano scampo. «Applicando le linee guida internazionali, una persona su cinque potrebbe, però, salvarsi: con controlli periodici, dai quarant’anni in su o già durante l’adolescenza, se si sono avuti casi precoci in famiglia».
CATEGORIE MAGGIORMENTE A RISCHIO
Conta la genetica: può essere un campanello di allarme. Ma le sigarette fanno più danni alle arterie e a tutto l’organismo: anche solo con 2-5 al giorno sale del 50 per cento il pericolo di infarto e raddoppia anche la probabilità di ictus, cui va incontro un italiano su quattro. Negli ultimi quindici anni, il totale di fumatori è diminuito, ma troppo lentamente, passando dal 30 per cento, rilevato nel 2008, al 24 per cento nell’anno appena archiviato (e la media è ancora più alta tra i ragazzi). Smettere consente di ridurre drasticamente il rischio di malattie cardiovascolari, dopo un anno, e di azzerarlo completamente, dopo qualche primavera. Così evitare di ingrassare, o dimagrire, è decisivo fin dall’infanzia. «Non solo infarto e ictus, ma anche scompenso cardiaco e fibrillazione atriale dipendono direttamente dai chili in eccesso, che affliggono quattro italiani su dieci obesi o in sovrappeso, spesso per molti anni, con una probabilità maggiore di sviluppare complicanze cardiovascolari» sottolinea Perrone, che aggiunge preoccupato: «I bambini oversize in Italia sono oltre il 30 per cento, i genitori non dovrebbero farli cedere alla sedentarietà e a una dieta sregolata». Tra i suggerimenti, una passeggiata di trenta minuti al giorno, se non si riesce a praticare sport, e un’alimentazione varia, povera di sale e ricca di fibre, con un consumo limitato di grassi saturi (carne, burro, formaggi, latte intero) e piatti a base di pesce almeno due volte alla settimana. «Il colesterolo cattivo, se alto, è il fattore di rischio più rilevante per gli attacchi cardiaci anche in chi non ha mai avuto segnali. Ne soffre più di un italiano su quattro. Ma il trattamento delle dislipidemie resta insufficiente» afferma l’esperto, spiegando che influiscono pure lo stress e la tensione emotiva.
I PIÙ FRAGILI
In particolare, ansia e depressione appaiono amplificati spesso da motivi socio-economici, più insistenti al Sud. «Dove l’aspettativa di vita è di tre anni inferiore rispetto al Nord» sottolinea Perrone, che rivendica l’impegno, accanto alle istituzioni, durante il suo mandato alla guida della Società italiana di Cardiologia, nel disegnare il futuro del sistema sanitario nazionale senza rinunciare all’equità e al suo carattere universale nelle cure e promuovendo una necessaria sburocratizzazione nell’accesso ai farmaci, in particolare per i malati cronici chiamati a rinnovare i piani terapeutici e, in certe situazioni, a dover percorrere chilometri per ritirare le medicine.
«Tra le fasce più fragili e nelle scuole, c’è tanto da fare nell’educazione alla salute, come c’è tanto da fare nell’attivazione di servizi di prossimità: proprio le farmacie, dove si continua ad andare come dal confessore, sono chiamate a essere punti di riferimento negli screening», ragiona lui, spiegando che misurare la pressione è senza dubbio utile («Intervenire precocemente, permette di non accumulare danni alle arterie»), e un profilo di salute, più completo, oggi si può tracciare e cominciare a valutare con le app, inserendo i propri dati online su siti gratuiti e certificati. Certo che non può bastare. Ma, capire come sta il cuore, sempre più malandato degli italiani, dovrebbe accendere il cervello.
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