S/velarsi: al Teatro Nuovo un esperimento scenico per soli corpi femminili con la regia di Silvia Gallerano
Spettacolo rivolto a un pubblico rigorosamente di donne, transgender, cisgender e non binary

25 novembre, 09:51
Sconfina/menti. Tra parole e corpi. Tra spazi fisici e immaginari. Per andare oltre l’invadenza di uno sguardo, in prevalenza maschile, che condiziona non soltanto il linguaggio ma le mentalità. I gesti quotidiani. Le azioni. I comportamenti. E − anche − per dare magari un senso diverso alle “giornate internazionali” per, o contro, qualcosa (come, nella fattispecie, l’incessante violenza fisica, psicologica, morale, simbolica contro il genere femminile di qualunque età, in ogni parte del mondo) che, di fatto, ha bisogno di cambiamenti concreti e continuativi, anziché di celebrazioni rituali una volta all’anno.
Dopo averlo raccontato sulla scena, la settimana scorsa a Castellammare di Stabia in apertura della stagione di Teatro ragazzi, Monica Morini e Bernardino Bonzani del Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia − con l’intenso spettacolo «Nudi. Le ombre della violenza sulle donne», rivolto a studenti delle scuole secondarie di secondo grado − ora una serata speciale, in programma al Teatro Nuovo di Napoli martedì 26 novembre alle 21, all’indomani della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, proverà ad andare ancora oltre: con l’evento unico «Svelarsi», regia di Silvia Gallerano, rigorosamente per sole donne: ovvero cisgender, transgender, non binary e tutte coloro che si riconoscono in una identità di genere femminile.
Perché «Svelarsi», spettacolo-progetto prodotto dal Teatro di Dioniso di e con Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini e Silvia Gallerano che firma anche la regia, con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano (allestimento luci di Camilla Chiozza e consulenza costumi Emanuela Dall’Aglio), si preannuncia e configura fondamentalmente come un percorso di ricerca/azione; un momento di condivisione e di riflessione (non esente da ironia) su temi “tosti” come il femminismo, l’umiliazione, la rivalsa, il senso di colpa, l’autodeterminazione; ma anche come una sperimentazione in divenire che restituisce «qualcosa di indefinito e indefinibile», ma di sicuro fuori dagli schemi e dagli stereotipi. Il lavoro di scrittura scenica è stato infatti un lavoro collettivo, partecipato e condiviso: ogni attrice ha scritto con le parole, o con il proprio corpo, la sua presenza nell’opera in cui la “stesura” e rappresentazione non è solo verbale, anzi: è soprattutto una scrittura fisica. Di corpi, appunto. Che in momenti di s/velamento ri-velano la propria vera essenza. Mentre le parole possono essere − a volte, o spesso − ingannevoli, mistificatorie, rumorose nella loro quotidianità routinaria dove il silenzio eloquente del linguaggio del corpo può, invece, dire tanto altro. E affondare così nel profondo della psiche come materia estesa e della materia come psiche inestesa, per dirla alla Marie-Louise Von Franz.
La filosofia
Per questo, l’evento teatrale che dura quasi due ore si rivolge a un pubblico esclusivamente di donne (cis, trans e non binarie), ossia tutte quelle che vivono in un corpo di donna e si sentono o si definiscono donne: «Non si tratta – spiega una nota di regia − di creare uno spazio sicuro per chi è sul palco, ma di indagare che cosa succede ai corpi simili di chi assiste, domandarsi se il proprio corpo risuona più profondamente con quello che vede, nudo, in scena.
Lo sguardo maschile rimane quindi volutamente fuori dalla sala per un po’. Aspetta. Non è un desiderio di esclusione degli uomini, ma di un tipo di sguardo predatore, giudicante, sminuente. È uno sguardo che abbiamo tutte e tutti in diversa misura, frutto della nostra società fondata sulla supremazia maschile, secondo la quale chi non è maschio è meno: meno autorevole, meno importante, meno interessante».
È meno, certo; o addirittura non è, semplicemente. Tanto da poter essere cancellato. Ma come fare a levarselo di dosso, questo sguardo?, si chiedono le artiste nella loro sfida scenica che interpella anche le spettatrici, più o meno inevitabilmente coinvolte in una provocazione che sembra dare corpo a quanto diceva un mattatore come Gigi Proietti: benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.
Spiega la regista, Silvia Gallerano: «Si tratta di una chiamata. Risponde chi se la sente. Non è per tutti. È per chi ha voglia di incontrarci. Non ci mostriamo come animali di uno zoo. Accogliamo chi è interessata a rispecchiarsi. Ci sono parole. Tante. Che coprono, che proteggono i corpi. E poi ci sono i corpi. Così come li guardiamo allo specchio quando ci svegliamo. Prima di camuffarli per camminare in mezzo agli altri. Sai quando si dice: immagina una persona che ti fa paura mentre è nuda. Per smontarla. Per vedere che è composta dagli stessi pezzi che compongono te. Ecco, noi ci spogliamo proprio. I nostri pezzi li mostriamo tutti. E come i nostri corpi mostrati a pezzi, così si presenta il lavoro. Una composizione di quadri, fatti di immagini e parole. Una successione di tappe, per arrivare ad assemblare i giusti pezzi, per trovargli collocazione. Per trovargli visione».
Ma cosa deve aspettarsi chi assisterà all’evento? «Quello che mi è chiaro – è la replica di Gallerano − è che Svelarsi non è uno spettacolo e basta. Potremmo definirlo una miccia: un evento che accende delle curiosità, delle domande, una visione che interroga. Potremmo definirlo un pretesto: una scusa per trovarsi in una platea separata e osservare l’effetto che ci fa. A me piace chiamarlo esperienza o un’osservazione, perché è ancora aperta dentro di me la domanda di quale sia il risultato finale di questo percorso. E credo che possa essere scritto solo con le persone che vi assistono. Che lo spettacolo, se vogliamo chiamarlo così, sia la risultante dell’incontro sempre diverso tra chi è sul palco e chi è in platea; che quello che desideriamo non sia la realizzazione di un oggetto artistico chiuso e definito bensì indagare quella zona fluttuante nella quale i corpi che sono sul palco incontrano quelli che sono seduti in platea».
Le modalità di questa interazione fluida? «Noi abbiamo immaginato − aggiunge Gallerano − questo esperimento per creare un tempo e uno spazio in cui dei corpi femminili si trovano in una condizione anomala, non quotidiana. E per farlo ci concentriamo sui nostri corpi e sulle storie che si portano dentro. Svelarsi diventa così un’altalena tra un senso di invasione, una mancanza di spazio, una compressione, da una parte; e la potenza, lo strabordare, la risata travolgente, dall’altra. Si parte da vissuti diversi che hanno una nota comune di umiliazione, mutilazione, invisibilità. Messi insieme, tutti questi vissuti, si mostrano per quel che sono: semplici soprusi, spesso meschini. Se ne vedono i contorni tragicomici, s’impara a riderci su e a rispondere con una potenza che non è stata sopita». In sostanza queste due ore − conclude la regista − «non sono una risposta o una soluzione all’invadenza di questo tipo di sguardo. Ma l’esperienza che proponiamo solleva una questione, pone delle domande, evidenzia dei dati. Tornate nel mondo, dopo questa piccola pausa, siamo più consapevoli di quello che viviamo, e possiamo decidere che cosa fare di quello che abbiamo scoperto, intravisto, sentito».
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Sconfina/menti. Tra parole e corpi. Tra spazi fisici e immaginari. Per andare oltre l’invadenza di uno sguardo, in prevalenza maschile, che condiziona non soltanto il linguaggio ma le mentalità. I gesti quotidiani. Le azioni. I comportamenti. E − anche − per dare magari un senso diverso alle “giornate internazionali” per, o contro, qualcosa (come, nella fattispecie, l’incessante violenza fisica, psicologica, morale, simbolica contro il genere femminile di qualunque età, in ogni parte del mondo) che, di fatto, ha bisogno di cambiamenti concreti e continuativi, anziché di celebrazioni rituali una volta all’anno.
Dopo averlo raccontato sulla scena, la settimana scorsa a Castellammare di Stabia in apertura della stagione di Teatro ragazzi, Monica Morini e Bernardino Bonzani del Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia − con l’intenso spettacolo «Nudi. Le ombre della violenza sulle donne», rivolto a studenti delle scuole secondarie di secondo grado − ora una serata speciale, in programma al Teatro Nuovo di Napoli martedì 26 novembre alle 21, all’indomani della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, proverà ad andare ancora oltre: con l’evento unico «Svelarsi», regia di Silvia Gallerano, rigorosamente per sole donne: ovvero cisgender, transgender, non binary e tutte coloro che si riconoscono in una identità di genere femminile.
Perché «Svelarsi», spettacolo-progetto prodotto dal Teatro di Dioniso di e con Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini e Silvia Gallerano che firma anche la regia, con il contributo di Serena Dibiase e la voce di Greta Marzano (allestimento luci di Camilla Chiozza e consulenza costumi Emanuela Dall’Aglio), si preannuncia e configura fondamentalmente come un percorso di ricerca/azione; un momento di condivisione e di riflessione (non esente da ironia) su temi “tosti” come il femminismo, l’umiliazione, la rivalsa, il senso di colpa, l’autodeterminazione; ma anche come una sperimentazione in divenire che restituisce «qualcosa di indefinito e indefinibile», ma di sicuro fuori dagli schemi e dagli stereotipi. Il lavoro di scrittura scenica è stato infatti un lavoro collettivo, partecipato e condiviso: ogni attrice ha scritto con le parole, o con il proprio corpo, la sua presenza nell’opera in cui la “stesura” e rappresentazione non è solo verbale, anzi: è soprattutto una scrittura fisica. Di corpi, appunto. Che in momenti di s/velamento ri-velano la propria vera essenza. Mentre le parole possono essere − a volte, o spesso − ingannevoli, mistificatorie, rumorose nella loro quotidianità routinaria dove il silenzio eloquente del linguaggio del corpo può, invece, dire tanto altro. E affondare così nel profondo della psiche come materia estesa e della materia come psiche inestesa, per dirla alla Marie-Louise Von Franz.
La filosofia
Per questo, l’evento teatrale che dura quasi due ore si rivolge a un pubblico esclusivamente di donne (cis, trans e non binarie), ossia tutte quelle che vivono in un corpo di donna e si sentono o si definiscono donne: «Non si tratta – spiega una nota di regia − di creare uno spazio sicuro per chi è sul palco, ma di indagare che cosa succede ai corpi simili di chi assiste, domandarsi se il proprio corpo risuona più profondamente con quello che vede, nudo, in scena.
Lo sguardo maschile rimane quindi volutamente fuori dalla sala per un po’. Aspetta. Non è un desiderio di esclusione degli uomini, ma di un tipo di sguardo predatore, giudicante, sminuente. È uno sguardo che abbiamo tutte e tutti in diversa misura, frutto della nostra società fondata sulla supremazia maschile, secondo la quale chi non è maschio è meno: meno autorevole, meno importante, meno interessante».
È meno, certo; o addirittura non è, semplicemente. Tanto da poter essere cancellato. Ma come fare a levarselo di dosso, questo sguardo?, si chiedono le artiste nella loro sfida scenica che interpella anche le spettatrici, più o meno inevitabilmente coinvolte in una provocazione che sembra dare corpo a quanto diceva un mattatore come Gigi Proietti: benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.
Spiega la regista, Silvia Gallerano: «Si tratta di una chiamata. Risponde chi se la sente. Non è per tutti. È per chi ha voglia di incontrarci. Non ci mostriamo come animali di uno zoo. Accogliamo chi è interessata a rispecchiarsi. Ci sono parole. Tante. Che coprono, che proteggono i corpi. E poi ci sono i corpi. Così come li guardiamo allo specchio quando ci svegliamo. Prima di camuffarli per camminare in mezzo agli altri. Sai quando si dice: immagina una persona che ti fa paura mentre è nuda. Per smontarla. Per vedere che è composta dagli stessi pezzi che compongono te. Ecco, noi ci spogliamo proprio. I nostri pezzi li mostriamo tutti. E come i nostri corpi mostrati a pezzi, così si presenta il lavoro. Una composizione di quadri, fatti di immagini e parole. Una successione di tappe, per arrivare ad assemblare i giusti pezzi, per trovargli collocazione. Per trovargli visione».
Ma cosa deve aspettarsi chi assisterà all’evento? «Quello che mi è chiaro – è la replica di Gallerano − è che Svelarsi non è uno spettacolo e basta. Potremmo definirlo una miccia: un evento che accende delle curiosità, delle domande, una visione che interroga. Potremmo definirlo un pretesto: una scusa per trovarsi in una platea separata e osservare l’effetto che ci fa. A me piace chiamarlo esperienza o un’osservazione, perché è ancora aperta dentro di me la domanda di quale sia il risultato finale di questo percorso. E credo che possa essere scritto solo con le persone che vi assistono. Che lo spettacolo, se vogliamo chiamarlo così, sia la risultante dell’incontro sempre diverso tra chi è sul palco e chi è in platea; che quello che desideriamo non sia la realizzazione di un oggetto artistico chiuso e definito bensì indagare quella zona fluttuante nella quale i corpi che sono sul palco incontrano quelli che sono seduti in platea».
Le modalità di questa interazione fluida? «Noi abbiamo immaginato − aggiunge Gallerano − questo esperimento per creare un tempo e uno spazio in cui dei corpi femminili si trovano in una condizione anomala, non quotidiana. E per farlo ci concentriamo sui nostri corpi e sulle storie che si portano dentro. Svelarsi diventa così un’altalena tra un senso di invasione, una mancanza di spazio, una compressione, da una parte; e la potenza, lo strabordare, la risata travolgente, dall’altra. Si parte da vissuti diversi che hanno una nota comune di umiliazione, mutilazione, invisibilità. Messi insieme, tutti questi vissuti, si mostrano per quel che sono: semplici soprusi, spesso meschini. Se ne vedono i contorni tragicomici, s’impara a riderci su e a rispondere con una potenza che non è stata sopita». In sostanza queste due ore − conclude la regista − «non sono una risposta o una soluzione all’invadenza di questo tipo di sguardo. Ma l’esperienza che proponiamo solleva una questione, pone delle domande, evidenzia dei dati. Tornate nel mondo, dopo questa piccola pausa, siamo più consapevoli di quello che viviamo, e possiamo decidere che cosa fare di quello che abbiamo scoperto, intravisto, sentito».
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// cerco il widget. Necessario se c’è un’altro widget di Outbrain in pagina (es: inread)
OBR.extern.researchWidget();
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// Verifica se l’elemento esiste
if (outbrainDiv) {
// Modifica l’id dell’elemento div
outbrainDiv.id = ‘outbrain’;
}
var load_method = impostazioni_testata.outbrain.load_method || ‘first-interaction’;
var outbrainEl = document.getElementById(‘outbrain’);
CED.log(“outbrain load_method:” + load_method);
if (load_method == ‘when-near-viewport’) {
// outbrain parte solo quando scrollando arriva abbastanza vicino alla viewport
if (typeof callback === “function”) {
// Listen for the scroll event
//document.addEventListener(‘scroll’, onScroll(outbrainEl,callback), false);
CedsWNV.watch(outbrainEl, callback, {
checkInterval: 300,
offset: 500
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/*devo chiamare la funzione con argomenti e variabili */
}
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// DEFAULT: outbrain parte alla prima interazione o dopo il timeout inattività
_waitOnceFor(load_method, callback);
}
}
AnnunciOutbrain(WidgetOutbrainTag);
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