«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. «Niente» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso…».
Comincia così la crisi di identità di Vitangelo Moscarda, detto Gengè, protagonista del capolavoro di Pirandello “Uno, nessuno e centomila” uscito sotto forma di opera a puntate nella rivista La Fiera Letteraria, e in volume nel 1926. Per l’autore, un “romanzo testamentario”.
Abbiamo chiesto a Massimo Ammaniti, 84 anni, neuropsichiatra e Professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza, quanto ci vede ancora di attuale.
Pirandello anticipa molti temi della psicanalisi (la frammentazione dell’io, la scoperta delle maschere, la follia come fuga): le sue intuizioni restano valide?
«Anche più di allora. Oggi molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti e le proprie difficoltà.
Avere una percezione diretta, senza dubbi, di sé e del proprio corpo è un fenomeno molto diffuso».
Lei parla della percezione “moderna” del corpo e nel romanzo tutto comincia con un difetto fisico: è legittima l’analogia?
«Sì, la moglie mette Gengè, come lo chiama lei, di fronte a una diversa immagine di sé: il naso che pende, le orecchie attaccate male, le gambe arcuate. Corpo e mente sono connessi e lui comincia a porsi dubbi e interrogativi ansiosi. Come nell’adolescenza, quando i ragazzi si guardano allo specchio e sono presi da ansie somatiche e ipocondriache: si parte dal corpo e si arriva all’identità. Pirandello è attualissimo».
Professore, il suo ultimo libro, “Il coraggio di essere timidi”, appena uscito per Raffaello Cortina Editore, sembra avvicinarsi a questi temi.
«Nel suo saggio “L’essere e il nulla”, Sartre descrive quel senso di inadeguatezza e di vergogna che una persona prova quando gli altri scoprono le sue fragilità. Nel libro parto da questo e da quanto afferma lo psicanalista inglese Winnicot: negli occhi della madre il bambino vede sé stesso. E vedersi riflessi negli occhi degli altri oggi rappresenta un tema centrale della psicanalisi».
Perché dice oggi?
«Perché prima la psicanalisi era molto centrata sul mondo psichico interno, mentre adesso si tende a valorizzare le relazioni, gli scambi, l’intersoggettività. Oggi le persone vivono proiettate all’esterno, devono avere successo. Ma così perdono il contatto con sé stessi e con i propri desideri. Nel romanzo osserviamo la metamorfosi di un uomo a una dimensione che alla fine però scopre di avere un mondo interno».
Lei come affronta il tema della timidezza?
«Su due piani. Il primo è quello antropologico esistenziale, in cui la timidezza rappresenta la difficoltà o il rifiuto da parte di alcuni di entrare nella grande giostra umana, dove hanno successo i forti che sanno imporsi. La timidezza può avere una potenzialità quasi eversiva, perché va contro i luoghi comuni. Poi c’è l’altro aspetto più psicologico: il timido ha paura a esporsi, se deve parlare arriva in ritardo, quando gli altri hanno già occupato tutto lo spazio. Anche nelle storie sentimentali, non è mai pronto, perde occasioni».
È in aumento la timidezza?
«Non direi, i timidi ci sono sempre stati. Addirittura, Darwin non voleva pubblicare L’origine delle specie per paura delle critiche e non partecipava ai dibattiti pubblici… Ma questo lo ha aiutato a concentrarsi nelle sue ricerche».
Quindi la timidezza ha due facce?
«Da una parte frena, dall’altra aiuta. È più difficile essere timidi in un mondo che valorizza l’estroversione. Guardiamo Trump che è l’esempio opposto: parlare, parlare sempre. Oppure pensiamo ai social: anche i timidi possono usarli per comunicare, ma sono già occupati dagli influencer con milioni di follower. Il mondo si sta restringendo, i disagi aumentano. Secondo lo psicologo statunitense Zimbardo sono timidi il 40 per cento degli americani e il 60 per cento dei giapponesi».
E gli italiani?
«Non ci sono dati precisi. Forse è più diffusa una timidezza infantile che però adesso siamo preparati ad affrontare. L’adolescenza è il periodo più complesso: nel mio lavoro clinico ho trovato tante ragazze e tanti ragazzi bullizzati e i social peggiorano la situazione».
Torniamo a Pirandello: alla fine, Moscarda viene ritenuto folle e allontanato, oggi accade lo stesso?
«Il rischio di esclusione è alto, soprattutto nel mondo produttivo che premia l’estroversione e richiede flessibilità. Chi si sottrae al rumore del mondo, alla società dello spettacolo, può entrare in crisi».
Qualche esempio?
«Penso ai manager che lavorano in Borsa, con ritmi di lavoro spaventosi, che si ritirano a coltivare la terra e ad allevare gli animali. Una situazione estrema è quella dei genitori dei bambini del bosco, emblema di chi opta per una vita bucolica».
La vita di Vitangelo Moscarda, che si vede sdoppiato in un altro sè
Un secolo fa, nel 1926, Luigi Pirandello pubblicava il suo ultimo e più sofferto romanzo, “Uno, nessuno e centomila”, che anticipa molti temi della psicanalisi. Il protagonista, Vitangelo Moscarda, capisce di non essere “uno” come aveva sempre creduto, ma “centomila”, ossia di possedere tante immagini quante gli altri gliene attribuiscono, ritrovandosi poi irrimediabilmente solo, quindi “nessuno”. Romanzo psicologico per eccellenza, il capolavoro di Pirandello è tra le opere più dirompenti del primo Novecento, per il coraggio con cui rappresenta la natura illusoria delle maschere imposte all’uomo dalla società borghese. Solo tre anni prima, era uscito “L’Io e l’Es” di Sigmund Freud, in cui il padre della psicanalisi delinea la differenza tra l’Es (il principio di piacere), l’Io (il principio di realtà) e il Super-Io (la coscienza morale).
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