Se è vero quello che Yann LeCun ripete da tempo, la strada che l’intelligenza artificiale generativa sta seguendo per diventare una macchina indipendente e super intelligente è quella sbagliata.
«I modelli di IA generativa non possono diventare più intelligenti di un gatto, per questo dobbiamo puntare sui world model, modelli in grado di visualizzare informazioni e creare un database della realtà», ha detto LeCun lo scorso autunno in un evento a Brooklyn, negli stessi giorni in cui stava lasciando Meta dopo undici anni alla guida del gruppo di ricerca che ha sviluppato l’intelligenza artificiale del social media di Mark Zuckerberg.
Nelle ultime settimane diversi esperti si sono interrogati sul funzionamento dei modelli e sulla possibilità di porre dei limiti ai loro comportamenti, soprattutto dopo che Grok, il chatbot di xAI, ha iniziato a “spogliare” le immagini e i video reali di donne e bambini, mettendoli in bikini, a volte nudi, o in atteggiamenti sessuali, spingendo i governi di diversi Stati, dall’India alla Francia fino alla Gran Bretagna, a chiedere spiegazioni al gruppo di Elon Musk e in alcuni casi ad aprire inchieste per violazione delle leggi contro l’abuso sessuale di minori e il sesso non consensuale.
All’inizio di gennaio, quando è emerso lo scandalo, Musk ha risposto con un tweet: «Bugie dei media tradizionali». Ma nei giorni successivi le immagini di donne reali che venivano spogliate dall’intelligenza artificiale si sono moltiplicate, insieme alle tensioni legali: a essere colpite dallo scandalo bikini sono state soprattutto attrici, cantanti, persone famose e lo stesso Musk che si è fatto spogliare da Grok per poi scrivere «perfetto». Inoltre il chatbot ha permesso agli utenti di spingersi oltre, chiedendo di rendere sempre più trasparenti i costumi, in un gioco che mostra una caratteristica essenziale di modelli come Grok: è molto difficile porre dei limiti e decidere in modo chiaro quale sia la linea rossa da non superare. In realtà il dibattito sui guardrail dell’intelligenza artificiale rischia di essere più retorico che sostanziale. Carrie Goldberg, avvocata per i diritti delle vittime e fondatrice dello studio Ca Goldberg Pllc, è netta: «In questo momento la maggior parte dei guardrail dell’IA è volontaria, incoerente e facile da aggirare», e per questo «funziona più come un insieme di temi da affrontare che come vere misure di sicurezza», ha detto in un’intervista a Newsweek.
Una fragilità che, avverte, ricade direttamente sugli utenti più vulnerabili: «Tutto questo avviene a spese degli utenti, in particolare donne e bambini», che spesso scoprono l’inefficacia delle tutele «solo dopo che il danno si è già verificato». La semplice esistenza di barriere, conclude Goldberg, «non significa che la tecnologia sia sicura», ma solo che «le aziende hanno riconosciuto il rischio, non che lo abbiano affrontato in modo adeguato».
Il caso Grok inoltre mostra una mancanza concreta nel quadro normativo statunitense: gli sviluppatori di intelligenza artificiale operano in un contesto in cui anche attività di test possono trasformarsi in un rischio legale. Il problema dei deepfake non consensuali è noto da tempo, ma l’evoluzione dei modelli generativi ha reso la produzione di immagini false molto più semplice e veloce. Non è più necessario conoscere software complessi o saper programmare: basta un prompt. I sistemi di sicurezza presenti nei modelli, sia open source sia commerciali, si sono dimostrati deboli. Chi vuole aggirarli spesso ci riesce con strumenti facilmente reperibili online.
SOS PROTEZIONI
Sulla questione è intervenuto un altro padre dell’intelligenza artificiale generativa, Yoshua Bengio, che ha appena nominato Yuval Noah Harari nel board di LawZero, non profit che si occupa di sicurezza dei modelli IA: «È troppo priva di vincoli e, poiché le aziende che sviluppano l’IA più avanzata stanno creando sistemi sempre più potenti senza adeguate protezioni tecniche e sociali, questo sta iniziando ad avere effetti negativi sempre più evidenti sulle persone», ha detto in un’intervista al Guardian. Bengio è professore di informatica all’Università di Montreal e per la sua fondazione ha raccolto 35 milioni di dollari. C’è però un altro risvolto nella questione: in un editoriale sul New York Times Arianna Pfefferkorn del Stanford Institute for Human-Centered AI sostiene che le aziende di intelligenza artificiale, come xAI, «possono e dovrebbero fare di più», non solo reagendo quando i modelli producono contenuti illeciti, ma intervenendo prima, attraverso test rigorosi per capire «come e perché possano essere manipolati» e chiudere le falle.
Il problema è che l’attuale quadro normativo non tutela adeguatamente chi conduce questi test in buona fede e «non distingue correttamente tra ricercatori e utenti malevoli», finendo per scoraggiare le aziende. Secondo i ricercatori che seguono da vicino questi dossier, i rischi legali spingono molte società a non fare tutto il possibile per prevenire abusi gravi, inclusi i materiali di sfruttamento sessuale dei minori. Anche per questo, il caso Grok «sottolinea con urgenza la necessità che il Congresso liberi il campo», permettendo test più approfonditi senza il timore di restare intrappolati in una zona grigia legale.
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