Si tratta del “Quantum Internet Testbed”, inaugurato il 16 gennaio nella sede di Monte Sant’Angelo dell’Università Federico II. «Napoli ha una storia consolidata sulle tecnologie quantistiche. Siamo tra i capofila in Italia», spiega il professor Marcello Caleffi, direttore del laboratorio assieme alla professoressa Angela Sara Cacciapuoti.
Marcello Caleffi
«Grazie ai corsi di secondo livello, di master e di dottorato – dice Caleffi – riusciamo a contribuire alla ricerca internazionale con risultati di primo piano e siamo stati in grado di realizzare questa quantum valley, o golfo quantistico, lavorando con le principali aziende di settore nella speranza di riuscire a fare da volano per la “Quantum Communication” in Italia».
Le protagoniste di questo sistema sono le sorgenti di fotoni entangled, ossia particelle di luce intrecciate tra loro e strettamente connesse. Le informazioni sono scambiate proprio attraverso questi fotoni che, anche se posti a chilometri di distanza, si adegueranno sempre l’uno all’altro, seppur mai interagendo fisicamente tra loro. Il messaggio, dunque, viene teletrasportato attraverso la rete quantistica. Se un hacker volesse provare a sottrarre informazioni, grazie al sistema di fotoni entangled non riuscirebbe a intercettare i dati trasmessi, perché sul canale viaggiano solo delle chiavi, e non il messaggio stesso. Sono i primi passi verso una rete internet quantistica. «Il nostro è il primo testbed di comunicazione quantistica in vista della realizzazione di un vero e proprio “quantum internet”: una rete di reti quantistiche», sottolinea Cacciapuoti. «Questo processo di generazione di fotoni entangled non è ancora stato standardizzato e normalmente richiederebbe strutture estese», dice la dottoranda Laura D’Avossa. «Invece la rivoluzione è che questa sorgente è stata ingegnerizzata per poter essere inserita all’interno di un “rack”, che potrà essere in un futuro inserito in una qualsiasi casa o azienda, senza occupare spazio».
COSA C’È Il laboratorio è dotato anche di un tavolo ottico, su cui arrivano i fotoni e dei “detector”, blocchi di misura che rivelano la presenza o meno di entanglement. Per rilevare i fotoni, questi sistemi hanno bisogno di raggiungere temperature molto basse e arrivano ai 2 gradi Kelvin. Per questo il laboratorio è dotato di un sistema di pompaggio che genera il vuoto, eliminando tutti i gas presenti all’interno della struttura. «Si tratta di rilevatori d’avanguardia, pochi laboratori al mondo li posseggono. Il desiderio è portarli anche in altre parti dell’Ateneo, così da poter comunicare anche a chilometri di distanza».
Questa innovazione che Napoli sta portando avanti manda un chiaro segnale alle istituzioni: che le tecnologie quantistiche sono pronte per uscire dai laboratori per iniziare a essere industrializzate e a impattare sulla vita quotidiana. Il futuro è ormai qui.
Arriva a Napoli il primo laboratorio del Mezzogiorno a permettere esperimenti di teletrasporto quantistico. Ascolta: Milano-Cortina 2026, Olimpiadi invernali con l’IA. E gli spettatori si divertiranno ancora di più Si tratta del “Quantum Internet Testbed”, inaugurato il 16 gennaio nella sede di Monte Sant’Angelo dell’Università Federico II. «Napoli ha una storia consolidata sulle tecnologie quantistiche. Siamo tra i capofila in Italia», spiega il professor Marcello Caleffi, direttore del laboratorio assieme alla professoressa Angela Sara Cacciapuoti. Marcello Caleffi «Grazie ai corsi di secondo livello, di master e di dottorato – dice Caleffi – riusciamo a contribuire alla ricerca internazionale con risultati di primo piano e siamo stati in grado di realizzare questa quantum valley, o golfo quantistico, lavorando con le principali aziende di settore nella speranza di riuscire a fare da volano per la “Quantum Communication” in Italia». Le protagoniste di questo sistema sono le sorgenti di fotoni entangled, ossia particelle di luce intrecciate tra loro e strettamente connesse. Le informazioni sono scambiate proprio attraverso questi fotoni che, anche se posti a chilometri di distanza, si adegueranno sempre l’uno all’altro, seppur mai interagendo fisicamente tra loro. Il messaggio, dunque, viene teletrasportato attraverso la rete quantistica. Se un hacker volesse provare a sottrarre informazioni, grazie al sistema di fotoni entangled non riuscirebbe a intercettare i dati trasmessi, perché sul canale viaggiano solo delle chiavi, e non il messaggio stesso. Sono i primi passi verso una rete internet quantistica. «Il nostro è il primo testbed di comunicazione quantistica in vista della realizzazione di un vero e proprio “quantum internet”: una rete di reti quantistiche», sottolinea Cacciapuoti. «Questo processo di generazione di fotoni entangled non è ancora stato standardizzato e normalmente richiederebbe strutture estese», dice la dottoranda Laura D’Avossa. «Invece la rivoluzione è che questa sorgente è stata ingegnerizzata per poter essere inserita all’interno di un “rack”, che potrà essere in un futuro inserito in una qualsiasi casa o azienda, senza occupare spazio». COSA C’È Il laboratorio è dotato anche di un tavolo ottico, su cui arrivano i fotoni e dei “detector”, blocchi di misura che rivelano la presenza o meno di entanglement. Per rilevare i fotoni, questi sistemi hanno bisogno di raggiungere temperature molto basse e arrivano ai 2 gradi Kelvin. Per questo il laboratorio è dotato di un sistema di pompaggio che genera il vuoto, eliminando tutti i gas presenti all’interno della struttura. «Si tratta di rilevatori d’avanguardia, pochi laboratori al mondo li posseggono. Il desiderio è portarli anche in altre parti dell’Ateneo, così da poter comunicare anche a chilometri di distanza». Questa innovazione che Napoli sta portando avanti manda un chiaro segnale alle istituzioni: che le tecnologie quantistiche sono pronte per uscire dai laboratori per iniziare a essere industrializzate e a impattare sulla vita quotidiana. Il futuro è ormai qui.