Rilievi laser scanner e sensori per rivelare dati e condizioni dell’ambiente. Campagne di rilievo fotogrammetrico, termografico e acquisizioni ad alta frequenza per creare una copia virtuale del monumento. Ascolta: Milano-Cortina 2026, Olimpiadi invernali con l’IA. E gli spettatori si divertiranno ancora di più C’è un gemello digitale della statua di Marco Aurelio, conservata ai Musei Capitolini, a Roma, nel cuore del progetto Eris, raccontato nel volume Marco Aurelio nell’Era Digitale, appena pubblicato da Gangemi, nato dalla collaborazione tra i Capitolini e Sapienza Università di Roma, nel ventennale dell’inaugurazione della Sala dell’Esedra, progettata da Carlo Aymonino per ospitare il monumento bronzeo. «Del monumento equestre dedicato all’imperatore Marco Aurelio non troviamo alcuna menzione nelle fonti letterarie antiche ma è verosimile che sia stato innalzato nel 176 d.C., insieme ai numerosi altri onori tributatigli in occasione del trionfo sulle popolazioni germaniche, o nel 180, subito dopo la morte dell’imperatore», sottolinea il sovrintendente Capitolino Claudio Parisi Presicce, curatore del volume con Vincenzo Gattulli, ordinario di Scienza delle Costruzioni, e Spartaco Paris, ordinario di Tecnologia dell’Architettura. «In quei tempi a Roma, le statue equestri erano numerose: le descrizioni tardoimperiali della città ne enumerano 22 maggiori del vero, come Marco Aurelio. Quest’ultimo tuttavia è l’unico giunto fino a noi e in virtù della sua integrità ha assunto ben presto un valore simbolico per tutti coloro che intendevano proporsi come eredi dell’antica Roma imperiale».  LA COPIA Emblema della città – tradizione vuole che la sua durata sia legata a quella della statua – l’opera, dopo l’attentato terroristico del 1979, fu sottoposta a un importante restauro e poi, per musealizzarla mantenendo però la sua “presenza” in piazza, ne fu realizzata una copia in bronzo. Anche per quest’intervento furono utilizzati strumenti innovativi e una combinazione di tecniche. È anche per questa storia all’avanguardia e per il suo valore emblematico, ovviamente, che ora è stato realizzato un gemello digitale dell’opera, come nuova frontiera e occasione di studio. Di norma le copie digitali vengono utilizzate nei progetti immersivi di realtà aumentata, dunque per intrattenimento. Qui, invece, l’obiettivo è lo studio. Non a caso, particolare attenzione è stata data alla riproduzione di tutte le tracce sulla superficie della statua, che raccontano la sua storia, tra segni del tempo e tracce di interventi e restauri di epoche differenti. Poche e scarsamente indagate, le antiche statue in bronzo potrebbero avere nel gemello del Marco Aurelio un “modello” di analisi. La collaborazione multidisciplinare tra ingegneri, architetti, storici dell’arte e restauratori attraverso l’uso di robotica, sensoristica e digitalizzazione consente una comprensione più profonda dell’opera, offrendo nuovi strumenti per la sua tutela e anche per la manutenzione predittiva del monumento. Non solo. Un gemello, infatti, è stato realizzato anche per l’Esedra, assicurando il puntuale monitoraggio ambientale e strutturale dell’intero ambiente. Ciò significa: rilievo e realizzazione tridimensionale dell’esistente ma anche organizzazione dei dati geometrici, storici, tecnici e diagnostici in un’unica piattaforma. Questi sistemi sono alla base di un approccio predittivo a conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio, che permette analisi simulate, monitoraggi automatizzati e molto altro. Una diagnostica non invasiva.   LE PROSPETTIVE Il potenziale è decisamente ampio e interessa anche gli aspetti museali. Attraverso un display collocato accanto alla statua il visitatore potrebbe approfondire “segni” e storia delle trentadue sezioni che compongono l’opera, da leggere come una sorta di atlante della metallurgia – e delle sue lavorazioni – nei secoli. Un esempio di questa differente modalità di fruizione, si può vedere fino al 12 aprile, sempre ai Capitolini, nel progetto Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva, appena inaugurato. Curato da Costanza Barbieri, coordinatrice del Work Package 2 di Ear – Enacting Artistic Research e docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, e Claudio Seccaroni di Enea, attraverso una serie di installazioni multimediali rivela i segreti del processo creativo dietro alcune opere non finite, appunto, portando in primo piano ripensamenti, modifiche e soluzioni adottate dai vari artisti. Cornici digitali giustapposte ai dipinti consentono di sfogliare in modo virtuale le fotografie del disegno preparatorio e i risultati di radiografia digitale, riflettografia infrarossa, fluorescenza Uv e Ma-Xrf.  «Utilizzando alcune tecniche scientifiche di indagine, abbiamo aperto un varco sul non conosciuto, svelando aspetti diversi, poi celati e modificati e resi unici delle opere selezionate – dice Barbieri – Con questo progetto permettiamo allo spettatore in visita di partecipare in modo dinamico, perché i quadri analizzati non sono più opere statiche, congelate, semplicemente da osservare ma includono elementi in itinere che permettono di comprenderne il processo, l’azione creativa e i cambiamenti, i ripensamenti dell’autore». Insomma, di vederle “vivere”. Così la diagnostica diventa un nuovo linguaggio, tutto da indagare, partendo da Roma.