
Il sorriso sornione per un attimo si spegne. Gli occhi diventano lucidi. La vita del calciatore ti impone una regola non scritta: non mettere radici, avere sempre la valigia pronta. Ma quando riaffiorano i ricordi di tre anni e mezzo, le lacrime gli rigano il volto. Cosa abbia rappresentato per Fabrizio Alastra questo lasso di tempo è difficile da spiegare, ma lo si può comprendere. Basta guardarlo in volto. Il sorriso resta lì, ma le lacrime svelano tutto. 74 partite, centinaia di parate, 4 rigori neutralizzati, tra cui quello che fece letteralmente esplodere il Viviani nella sfida play-off col Picerno. Potenza è stato un “percorso”. Di crescita, di rinascita. Un anno intero senza giocare mai, sacrificato in panchina sull’altare del minutaggio, alle spalle del giovane Gasparini. Poi la riconquista del posto. Nella stagione più difficile (quella che si chiude con il play-out) il Potenza sceglie le mani sicure e la personalità di Alastra. Che diventa leader. Non solo a suon di parate. Guascone, irriverente, rassicurante. Tiene unito il gruppo. Lo raduna a centrocampo mentre i fischi risuonano impietosi. Lo traghetta a una salvezza che vale come un campionato vinto. E Potenza per Alastra diventa “casa”. Un altro torneo da protagonista con tanto di qualificazione ai play-off e quel rigore neutralizzato a Maiorino con una capriola fuori dal normale. Perché lui banale non lo è mai stato. Lontano dalla logica. Dalla ragione. Era già capitano, anche senza fascia. Poi la partenza di Caturano lo consacra ufficialmente “capo” dello spogliatoio. Sembra un naturale prosieguo di una storia destinata a durare a lungo. E invece improvvisamente Potenza, per Alastra, diventa una “lacrima”. Dopo la crisi di ottobre il capitano rossoblù perde il posto, il sorriso si spegne, fino all’epilogo di ieri. Per il portierone trapanese è un addio doloroso. Tra ricordi che si perdono nei cori dei tifosi e il saluto ideale alla Curva. Ha una valigia piena di emozioni. Ci guarda, ci abbraccia. E’ dura. Ma ci sorride. Poi si volta ancora: “Forza Potenza”. E se ne va.
Luigi Santopietro e Salvo Colucci

Il sorriso sornione per un attimo si spegne. Gli occhi diventano lucidi. La vita del calciatore ti impone una regola non scritta: non mettere radici, avere sempre la valigia pronta. Ma quando riaffiorano i ricordi di tre anni e mezzo, le lacrime gli rigano il volto. Cosa abbia rappresentato per Fabrizio Alastra questo lasso di tempo è difficile da spiegare, ma lo si può comprendere. Basta guardarlo in volto. Il sorriso resta lì, ma le lacrime svelano tutto. 74 partite, centinaia di parate, 4 rigori neutralizzati, tra cui quello che fece letteralmente esplodere il Viviani nella sfida play-off col Picerno. Potenza è stato un “percorso”. Di crescita, di rinascita. Un anno intero senza giocare mai, sacrificato in panchina sull’altare del minutaggio, alle spalle del giovane Gasparini. Poi la riconquista del posto. Nella stagione più difficile (quella che si chiude con il play-out) il Potenza sceglie le mani sicure e la personalità di Alastra. Che diventa leader. Non solo a suon di parate. Guascone, irriverente, rassicurante. Tiene unito il gruppo. Lo raduna a centrocampo mentre i fischi risuonano impietosi. Lo traghetta a una salvezza che vale come un campionato vinto. E Potenza per Alastra diventa “casa”. Un altro torneo da protagonista con tanto di qualificazione ai play-off e quel rigore neutralizzato a Maiorino con una capriola fuori dal normale. Perché lui banale non lo è mai stato. Lontano dalla logica. Dalla ragione. Era già capitano, anche senza fascia. Poi la partenza di Caturano lo consacra ufficialmente “capo” dello spogliatoio. Sembra un naturale prosieguo di una storia destinata a durare a lungo. E invece improvvisamente Potenza, per Alastra, diventa una “lacrima”. Dopo la crisi di ottobre il capitano rossoblù perde il posto, il sorriso si spegne, fino all’epilogo di ieri. Per il portierone trapanese è un addio doloroso. Tra ricordi che si perdono nei cori dei tifosi e il saluto ideale alla Curva. Ha una valigia piena di emozioni. Ci guarda, ci abbraccia. E’ dura. Ma ci sorride. Poi si volta ancora: “Forza Potenza”. E se ne va.
Luigi Santopietro e Salvo Colucci

Il sorriso sornione per un attimo si spegne. Gli occhi diventano lucidi. La vita del calciatore ti impone una regola non scritta: non mettere radici, avere sempre la valigia pronta. Ma quando riaffiorano i ricordi di tre anni e mezzo, le lacrime gli rigano il volto. Cosa abbia rappresentato per Fabrizio Alastra questo lasso di tempo è difficile da spiegare, ma lo si può comprendere. Basta guardarlo in volto. Il sorriso resta lì, ma le lacrime svelano tutto. 74 partite, centinaia di parate, 4 rigori neutralizzati, tra cui quello che fece letteralmente esplodere il Viviani nella sfida play-off col Picerno. Potenza è stato un “percorso”. Di crescita, di rinascita. Un anno intero senza giocare mai, sacrificato in panchina sull’altare del minutaggio, alle spalle del giovane Gasparini. Poi la riconquista del posto. Nella stagione più difficile (quella che si chiude con il play-out) il Potenza sceglie le mani sicure e la personalità di Alastra. Che diventa leader. Non solo a suon di parate. Guascone, irriverente, rassicurante. Tiene unito il gruppo. Lo raduna a centrocampo mentre i fischi risuonano impietosi. Lo traghetta a una salvezza che vale come un campionato vinto. E Potenza per Alastra diventa “casa”. Un altro torneo da protagonista con tanto di qualificazione ai play-off e quel rigore neutralizzato a Maiorino con una capriola fuori dal normale. Perché lui banale non lo è mai stato. Lontano dalla logica. Dalla ragione. Era già capitano, anche senza fascia. Poi la partenza di Caturano lo consacra ufficialmente “capo” dello spogliatoio. Sembra un naturale prosieguo di una storia destinata a durare a lungo. E invece improvvisamente Potenza, per Alastra, diventa una “lacrima”. Dopo la crisi di ottobre il capitano rossoblù perde il posto, il sorriso si spegne, fino all’epilogo di ieri. Per il portierone trapanese è un addio doloroso. Tra ricordi che si perdono nei cori dei tifosi e il saluto ideale alla Curva. Ha una valigia piena di emozioni. Ci guarda, ci abbraccia. E’ dura. Ma ci sorride. Poi si volta ancora: “Forza Potenza”. E se ne va.
Luigi Santopietro e Salvo Colucci
Source URL: https://www.lanuova.net/il-sorriso-i-ricordi-le-lacrime-il-saluto-a-un-capitano-vero/
