Per scrivere a Michela Andreozzi: molto@ilmessaggero.it
Come immaginate il tempo che passa? Cos’è per voi un anno? Lo immaginate come un’autostrada, un posto, un sentimento, una linea astratta, una figura geometrica? Per me assomiglia a un gioco dell’oca: una specie di percorso ovale che si ripete ogni anno.
Mentre scrivo (sul tavolo della tombola tra briciole di frutta secca e cartelle di plastica a cui manca qualche finestrella) le giornate hanno già ripreso impercettibilmente ad allungarsi e mi chiedo perché ogni nuovo anno ci costringa sempre a misurarci con bilanci, aspettative e speranze che a volte non siamo nemmeno in grado di concederci. Sei stato un anno tondo e pertanto pieno di aspettative, caro 2025, ma comunque un anno difficile, soprattutto per noi romani: il Giubileo, i lavori infiniti, la perdita di un pontefice amato, la crisi degli affitti.
Un anno di guerre impossibili da raccontare ai bambini, di lotte per i diritti umani, di violenze di genere e di emergenze climatiche.
Ma sei stato anche un anno di riqualificazioni, di rinascita di una coscienza collettiva, di manifestazioni partecipate, di nuove generazioni che stanno crescendo in autonomia coltivando rispetto e consapevolezza e che hanno iniziato a far sentire la loro voce pulita. Perciò, al netto degli improperi che ti abbiamo lanciato durante tutto il tuo mandato, ti ringrazio perché sei stato un anno in cui la gentilezza, se pure mai abbastanza praticata, quanto meno è tornata di moda. Un anno in cui gli sportivi hanno finalmente iniziato a raccontarci la loro imperfetta umanità e lo sport ha ricominciato ad avere il suo prezioso valore.
Abbiamo tutti perso qualcosa, tutti fallito. O forse abbiamo imparato nonostante noi. Abbiamo tutti salutato persone che non volevamo lasciare. Ma qualche volta ne abbiamo ritrovate altre che pensavamo sparite. Abbiamo mangiato troppo sapendo che ci saremmo allenati il giorno dopo, ma ogni tanto ce ne siamo fregati. Ci siamo guardati allo specchio un giorno sì e uno no sperando che il tempo rallentasse la sua corsa, ma qualche volta, alla fine, abbiamo smesso di voler piacere a tutti. Sei stato l’anno in cui molti hanno capito che la carriera non è tutto, che la salute non è negoziabile e che il tempo a disposizione è troppo prezioso per regalarlo, gettarlo via o barattarlo male. Per quanto mi riguarda, sei stato un anno speciale, in cui ho scoperto di poter fare le cose così come le avrei sempre volute fare.
Al tuo fratello minore, il 2026, chiedo solo di non farci diventare cinici. In un mondo polarizzato in cui chi ha privilegi accumula altri privilegi e chi sta indietro resta indietro è difficile credere nelle opportunità, ma dobbiamo e possiamo attingere alla nostra umanità, capace di sopravvivere ma puntando a vivere. Il mio pensiero va, come sempre, alle donne, soprattutto quelle che hanno perso autonomia, stabilità, salute, famiglia, casa, progetti e futuro con l’augurio di trovare aiuto, comprensione e una via per rinascere, a cui dare valore. Un’immagine del tempo fuori dal buio. Una luce lungo il percorso, non importa quanto piccola, ma che sia solo vostra, e illumini la voglia di ricominciare e la forza di proteggere e nutrire ciò che conta: l’evoluzione personale, i progetti, i figli.
E buone idee per trasformare quello a cui è difficile rinunciare. Infine, auguro a tutte noi di imparare a dire no: una parola potentissima quando non abbiamo la forza di dire sì. Basta un no a cambiare strada, ne basta uno piccolissimo. Non rispondere a una telefonata che sappiamo già che ci toglierà la pace, gettare via qualcosa che non useremo più, rifiutare un consiglio, rinunciare a un giudizio affrettato. Dire no all’urgenza di avere sempre ragione. Non è obbligatorio corrispondere all’idea che qualcun altro si è fatto di noi, essere accettate o comprese. Non dobbiamo assomigliare a nessun’altra se non a noi stesse. Ma soprattutto, ricordiamoci di desiderare. Desiderare è un verbo bellissimo. Viene dal latino: de- (privativo) e sīdus cioè “stella”, e significa letteralmente “sentire la mancanza delle stelle”. Il desiderio è l’unico motore che ci porta fuori dalla sopravvivenza. E noi ci meritiamo di vivere.
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