“Benu” è il nome dell’installazione permanente di Eugenio Tibaldi, inaugurata il 10 dicembre scorso alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, a Roma, presso la Casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” ed entrata nel suo patrimonio.
Visibile anche dall’esterno – a stabilire un nuovo legame con la città – l’installazione, a cura di Marcello Smarrelli, è composta da due fenici, riprodotte in altrettante sculture luminose poste a otto metri di altezza.
Non solo un’opera. Le fenici sono nate dal lavoro fatto da Tibaldi con le recluse in un articolato percorso di laboratori. Un programma che le ha portate a mettersi in gioco, immaginarsi diverse, ripensarsi.
Nadia Fontana (foto di Lorenzo Morandi)
LA FILOSOFIA
«L’arte e la cultura in genere sono gli strumenti che servono per operare un cambiamento nelle persone e soprattutto tra la popolazione detenuta assumono ancor più un valore di trasformazione, poiché sintetizza la conoscenza, la tecnica, la creatività e l’emozione», spiega Nadia Fontana, direttrice della casa circondariale femminile. «I benefici che quest’attività porta insieme a tante altre che promuoviamo all’interno dell’istituto penitenziario, sono quelli di far conoscere un’altra realtà, un altro modo di vedere la vita e di affrontarla, fornire a tutti loro gli strumenti necessari per intraprendere un percorso diverso, di rinascita come rappresentato nell’opera di Benu». Nei laboratori, le detenute, attraverso il lavoro creativo, hanno indagato anche le loro fragilità. «Le detenute hanno collaborato con l’artista nell’ideazione dell’opera, contribuendo con i loro racconti e i loro disegni a rappresentare le proprie emozioni – prosegue Fontana – Il disegno doveva esprimere il loro miglior pregio e il peggior difetto. Hanno maggiormente rappresentato i loro difetti». Quelli di Tibaldi non sono stati gli unici laboratori creativi ai quali hanno partecipato le detenute, nel corso del tempo. L’arte, infatti, viene spesso proposta come attività in carcere, così anche tutte quelle attività che consentono di esprimere la propria creatività. Le detenute «reagiscono sempre con grande curiosità ed entusiasmo, che necessita però di un coinvolgimento partecipato da parte di chi promuove l’attività». L’attenzione, in un certo senso, va guadagnata. È quello che ha fatto Tibaldi: raccontando il progetto, condividendo visione ed emozioni, ha ottenuto una partecipazione superiore alle aspettative – ben cento detenute – che ha portato ad aumentare le occasioni di incontro e lavoro. «Il consenso è dipeso dalla bravura dell’artista nell’essere riuscito a entrare in relazione con le persone, in un rapporto di scambio culturale, di conoscenza, scevro da qualsiasi giudizio. Ognuna di loro si è sentita parte necessaria per la riuscita del progetto». È stato così nella creazione dell’opera ed è così anche ora per la sua visibilità. Le installazioni luminose sono alimentate dalle detenute stesse attraverso un sistema di sette cyclette collegate a generatori e accumulatori di energia. Un messaggio chiaro. «L’opera ha rappresentato per le detenute la possibilità di essere viste, non per quello che hanno fatto, ma per quello che sono – spiega Fontana – Ha permesso loro di raccontarsi attraverso delle immagini iconografiche, di conoscersi per raccontarsi e di ritrovarsi. Benu è un invito a non dimenticare chi è recluso e sta provando a ricostruire dalle macerie della propria vita».