Tra canti e cunti: quando a Messina la notte di Natale si fa memoria collettiva
Non tutte le notti finiscono all’alba. Alcune restano, si depositano nella memoria e continuano a parlare. È accaduto a Torre Faro, nella chiesa di Santa Maria della Lettera, dove E scinniu la notti di Mario Incudine ha trasformato il racconto della Natività in un atto di ascolto collettivo, capace di unire tradizione, musica e coscienza civile. Lo spettacolo, inserito nel progetto Correntinscena dell’associazione Nutrimenti Terrestri (presieduta da Maurizio Puglisi) con il patrocinio del Comune di Messina, ha riportato il Natale al suo tempo originario: una notte di attesa, silenzio e paura, attraversata da domande più che da certezze.
Natale visto dagli ultimi
Lontano da ogni immagine rassicurante, Incudine ha scelto di raccontare la nascita di Gesù dal punto di vista degli ultimi, di chi vive ai margini, dei pastori che per primi ne furono testimoni. In lingua siciliana, tra antichi cunti e canti popolari, prende forma il viaggio di Maria e Giuseppe verso la grotta, la fatica del cammino, lo stupore davanti al mistero che si fa carne. Il luogo sacro diventa spazio teatrale e narrativo, dove musica e parola si intrecciano senza separazioni.

Con Incudine, Antonio Vasta – tra fisarmonica, zampogna e organetto – e Pino Ricosta, alle percussioni e al contrabbasso, costruiscono un paesaggio sonoro essenziale e profondo, capace di evocare una Sicilia arcaica, sospesa tra rito e teatro. E scinniu la notti non è solo un racconto natalizio, attraverso il canto popolare lo spettacolo riporta alla luce anche la parte più tragica della Natività: la violenza del potere che si abbatte sugli innocenti. L’eccidio dei bambini non resta confinato al racconto biblico, ma si riflette nel presente, nelle guerre e nelle tragedie contemporanee.
Il messaggio
“I bambini non si toccano” è il messaggio che attraversa la narrazione, pronunciato senza retorica da Incudine e affidato alla forza della tradizione orale. Tra i passaggi più intensi emerge la figura di Maria, raccontata come donna libera, capace di scegliere e di assumersi il peso di quel sì che cambia il destino. Accanto a lei, Giuseppe non è un’ombra, ma un uomo che resta, protegge, ama, incarnando una responsabilità silenziosa e quotidiana. Figure profondamente umane, restituite nella loro essenzialità. La simbologia attraversa l’intero spettacolo: la grotta come luogo di nascita e insieme di morte, culla e sepolcro; le fasce del neonato come segno di un sacrificio già scritto. È un Natale senza consolazioni facili, in cui la luce non cancella il buio ma lo attraversa, rendendolo parte del racconto. A chiudere il cerchio, la zampogna, voce antichissima dei pastori, continua a risuonare come un richiamo che attraversa i secoli. Un suono che parla ancora al presente e ricorda come quella notte non sia mai davvero finita, perché continua a raccontare chi siamo.
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