Culle vuote in Calabria, crac economico e sociale. Un appello per i “non ancora nati”
Il presidente dei neonatologi calabresi, Gianfranco Scarpelli, chiede misure urgenti – dalle politiche familiari all’adozione di centri pubblici per la procreazione assistita – per proteggere la tenuta sociale della regione
La speranza è negli occhi di quei pochi bambini che nascono e crescono in un Mezzogiorno che scivola sempre più ai margini dell’Europa. Una zolla che, a Sud di Eboli, non ha mai completato il suo sviluppo e che continua a pagare il prezzo dell’abbandono delle migliori intelligenze. I giovani, come i contadini di un tempo, se ne vanno, inseguendo altrove un futuro che qui sembra impossibile.
Disoccupazione, assenza di servizi, un tessuto sociale lacerato e oppresso dalla ’ndrangheta e una questione meridionale irrisolta, senza progetti concreti e senza infrastrutture capaci di ridurre il divario con il resto del Paese.
Un pezzo alla volta, anche la Calabria si sta assottigliando. Perde residenti, rinuncia ai figli, spesso per la semplice mancanza di strumenti per programmare una famiglia. Gli indici di natalità dell’Istat parlano chiaro: la contrazione demografica non è un fenomeno astratto. E i dati dei punti nascita calabresi lo confermano.
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