Spesso e volentieri i personaggi pubblici lamentano una delle storture più fastidiose dei social: gli hater che insultano senza motivo. E questi ultimi quasi sempre, quando vengono denunciati e devono rispondere delle bestialità che hanno scritto, si giustificano dicendo di aver sbagliato e di averlo fatto perché «arrabbiati». Fa specie dunque vedere come la realtà a volte possa ribaltarsi completamente: è il caso di Matteo Giunta, il marito di Federica Pellegrini, che pochi giorni fa su Instagram ha insultato senza mezzi termini chi porta i bambini all’asilo nonostante la febbre.
Intervistato dal Corriere della Sera, l’allenatore e preparatore atletico, legato sentimentalmente alla Divina da diversi anni, ha spiegato quella frase («Siete degli irresponsabili pezzi di m***a») postata su Instagram, e prontamente appoggiata dalla moglie, incinta al settimo mese, che sui social aveva parlato di «settimana molto difficile» e aveva annullato gli impegni lavorativi previsti, per via dei problemi di salute della figlioletta, ricoverata per complicazioni respiratorie dopo un episodio di convulsioni febbrili.
Matteo Giunta spiega gli insulti
«Quando ho postato quella frase ero esasperato.
Mia figlia è stata ricoverata due volte in una settimana. E non sono riuscito più a trattenermi», spiega Giunta, che afferma di aver capito di aver sbagliato i toni, ma che conferma nella sostanza quanto scritto. «Mi hanno scritto tante educatrici e maestre. Non per criticarmi, ma per ringraziarmi. Perché questo è un problema che conoscono benissimo. E che si portano dietro da sempre: bambini lasciati a scuola anche con la febbre o con altri sintomi, senza alcun controllo medico. E chi paga? Gli altri bambini, le famiglie, le insegnanti», aggiunge.
«Un’altra corsa in ospedale. Un’altra volta», aggiunge Giunta parlando del ricovero della figlia. «A dicembre aveva avuto le convulsioni, con conseguente ricovero. Ogni volta è uno strazio. I pediatri possono spiegarti cento volte che è una condizione piuttosto frequente nei bambini, ma viverlo è un’altra cosa». «Voglio essere chiaro: capisco perfettamente che ci siano famiglie in difficoltà, che non possono assentarsi dal lavoro quando un figlio si ammala. Ma quelle stesse famiglie dovrebbero pensare che ci sono altri genitori nella loro stessa situazione. Che magari non hanno alternative nemmeno loro. E che si ritrovano il figlio a casa con 40 di febbre per una decisione altrui. Se viviamo in una comunità, dobbiamo comportarci di conseguenza. E invece spesso prevale l’egoismo».
E ancora: «Forse oggi eviterei di riscrivere l’insulto, ma in quel momento ero un padre arrabbiato, con la figlia in ospedale, e ho scritto come mi veniva. Perché non sono un robot. Ho reagito d’istinto, come chiunque si trovi con l’acqua alla gola. Probabilmente se ne è parlato anche, o soprattutto, perché ho usato una parolaccia, toccando un tasto dolente per molte famiglie», spiega. Poi ricorda i tempi del Covid: «Dopo la pandemia sembrava che avessimo imparato qualcosa: allora bastava starnutire per restare a casa. Ora siamo all’estremo opposto: bambini con febbre, tosse, raffreddore, mandati a scuola come niente fosse. Ma davvero possiamo dire che va tutto bene?».
Infine conclude: «Dal Covid non abbiamo imparato nulla. Oggi in molti asili, se il bambino non ha più di 38 di febbre, resta in classe con gli altri. Non serve nemmeno più il certificato medico per rientrare. Le maestre del nido che frequenta mia figlia me l’hanno scritto: sono allo stremo. Perché devono accogliere tutti, anche chi dovrebbe restare a casa. E il rischio di contagio lo pagano tutti: loro, le famiglie, i nonni a casa, le persone con patologie e i bambini più fragili». «Forse ora non cambierà nulla. Ma almeno se n’è parlato. Magari qualcuno, la prossima volta, ci penserà due volte prima di portare un bambino malato all’asilo».
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