“Una giornata a Chelsea con i colori della squadra tua”: da quasi trent’anni questo ritornello presente nella canzone Fedeli alla Tribù della punk rock band vicentina Derozer è diventato una hit per i tifosi biancorossi. La canzone scritta da Sebastiano “Seby” Berlato vocalist della band è stata incisa dopo l’indimenticabile partita giocata allo stadio Stamford Bridge di Londra il 16 aprile del 1998 contro il Chelsea che vide la squadra di Guidolin uscire dalla Coppa delle Coppe dopo una sfida combattutissima. Quella giornata nonostante la sconfitta rimase incisa nel cuore dei tifosi biancorossi che quasi trent’anni fa raggiunsero con tutti i mezzi possibili la capitale britannica.
Sebastiano “Seby” Berlato (Derozer) e la trasferta a Londra
Sebastiano Berlato con che gruppo eri?
Ero chiaramente con tutti i ragazzi del mio quartiere San Felice. Alla fine degli anni Novanta avevamo un bel gruppo ci chiamavamo Nukleo San Felice. Eravamo un gruppo importante, ogni domenica facevamo le trasferte organizzando un pullman. A Londra andammo in quindici.
Con che mezzo siete andati?
In aereo perché per motivi di lavoro per noi era difficile affrontare un viaggio così lungo.
Che trasferta è stata?
La trasferta fu incredibile, per me si coronava un sogno; il mio sogno era sempre stato quello di giocare allo Stamford Bridge di Londra, lo dicevo sempre ai miei amici e quindi eravamo molto entusiasti.
Da dove siete partiti?
La giornata fu veramente incredibile. Partimmo dall’aeroporto Catullo di Verona che pian piano si riempiva di sciarpe biancorosse, un’emozione indescrivibile.
Poi l’arrivo a Londra…
Arrivammo a Londra Gatwick e lì trovammo dei pullman organizzati che ci portarono in centro, a Camden Town; lì ci diedero delle ore di libertà e poi ci avrebbero portati allo stadio.
E una volta in centro città?
Noi c’eravamo segnati delle tappe importanti, erano dei pub che volevamo visitare.
Londra, si sa, è una città piena di pub e molti dei quali legati anche al tifo calcistico. Che pub avevate deciso di vistare?
Il più importante il Cheshire Cheese nei pressi di San Peter. In Inghilterra non si può entrare con i colori della propria squadra nei pub, all’esterno del locale vi sono dei cartelli con scritto “No color inside” (no colori all’interno, ndr) ma noi entrammo tutti con le sciarpe al collo. Il gestore ci vide e ci disse di toglierle, spiegandoci che ogni giorno a Londra ci sono circa 40 derby tra squadre di Premier e tutte le altre categorie sino alle più basse, paragonabili alle nostre Eccellenza e Promozione, dove ogni squadra ha il suo folto gruppo di tifosi. Così ci levammo le sciarpe per rispettare la tradizione che vuole che i pub siano luoghi neutri (almeno che non sia un flag bar ovvero un luogo frequentato abitualmente dai tifosi).
Poi? Avete aspettato il pullman per andare allo stadio?
No, ci arrangiammo prendendo la metropolitana dopo aver fatto un altro giro per i pub della città.
E come fu il viaggio in metro?
Ci portava direttamente a Stamford Bridge (il tutto è descritto molto bene nel libro Gradinata Sud uscito nel 2006, ndr). Partimmo in una quindicina, ammassati in fondo al vagone, tutti con la nostra birretta in mano. La metro era totalmente vuota, poi a dieci fermate da Stamford Bridge cominciò piano piano a popolarsi; entravano tifosi del Chelsea con le loro sciarpe, bandierine e altro. Rimase uno spazio abbastanza ampio tra loro e noi, una decina di metri, finché il caro compianto Valerio Cusinato, titolare del bar Vittoria, si avvicinò loro e stappò una birra.
E i tifosi come la presero?
Da quel momento iniziò una festa incredibile: tutti incuriositi si avvicinarono a noi tifosi del Lanerossi e ci riempirono di domande e ci portarono poi allo stadio.
E nella tana dei Blues come andò?
Fu un’emozione indescrivibile, era la prima volta che ci recavamo in uno stadio così organizzato. In Inghilterra trent’anni fa facevano quello che si fa oggi in Italia, tornelli, documenti e c’erano già gli steward. La cosa curiosa era che allo stadio bisognava stare assolutamente seduti, ma noi non rimanemmo seduti. Eravamo in tantissimi e l’ambiente dentro era caloroso, quando partivano i cori del Chelsea poi erano veramente dei boati pazzeschi che raramente si sentono. Gli stadi inglesi sono tutti chiusi, quindi c’è un eco incredibile, cantava tutto lo stadio.
Prima arrivò il gol del Vicenza, con Luiso. Poi però…
Andare in vantaggio in quello stadio fu una cosa favolosa, incredibile, un’esultanza che penso di non aver mai provato in vita mia, mi è scesa anche qualche lacrima. Poi la partita è finita come sapete. Io non ho visto neanche più un frame di quella partita, penso sia l’unica partita della mia vita che non ho mai più voluto rivedere. Al netto della delusione, però, fu un’esperienza incredibile e auguro a tutti i tifosi del Vicenza, specialmente quelli più giovani, di provarla quanto prima, perché è indelebile nella mente e nel cuore di ogni tifoso biancorosso.
Dopo quella trasferta fu composta una canzone entrata di diritto nel cuore di tutti i tifosi: “Fedeli alla Tribù”.
Avendo vissuto un’esperienza così fantastica ed essendo quasi tutte le canzoni dei Derozer autobiografiche ho pensato di dedicarne una a questa esperienza incredibile. Ho scelto Fedeli alla tribù perché all’epoca uscivano i libri dello scrittore inglese John King (la leggende narra che fosse a Vicenza nella gara d’andata), autore del libro The Football Factory e la traduzione italiana del titolo era proprio Fedeli alla Tribù (esiste anche la versione inglese della canzone).
In questa canzone non è menzionato il Lane…
Non è menzionato il Lanerossi perché mi piaceva l’idea di fare un pezzo dove tutti i tifosi potessero indentificarsi. Chi è tifoso, al netto della rivalità di squadra, prova le stesse emozioni che provano tutti i tifosi e vive le stesse esperienze quindi è un augurio per i tifosi che amano la propria squadra di vivere una giornata così memorabile appunto Una giornata a Chelsea con i colori della squadra tua.
Chelsea-Vicenza, il racconto degli altri tifosi biancorossi
Come detto, i tifosi del Vicenza per raggiungere Londra utilizzarono tutti i mezzi a disposizione. Tra i gruppi la Caneva Berica organizzò due pullman. «All’epoca tranne che per l’Ucraina avevamo organizzato degli autobus per ogni trasferta europea – raccontano i ragazzi della Caneva -, eravamo stati a Varsavia e a Roda. Per l’occasione organizzammo due pullman. Partimmo dalla nostra vecchia sede di Malo. Il viaggio fu lunghissimo, passammo tutta la Francia e attraversammo la Manica per arrivare in Inghilterra ventidue ore dopo». E in Inghilterra che esperienza fu? «Eravamo in cento tifosi e avevamo prenotato un albergo, oltre alla partita ci fermammo qualche giorno per visitare la città. Fu una trasferta memorabile, un senso di novità rispetto alla prima di Varsavia dove eravamo in trentatré, a Londra in cento c’era una bella differenza. La partita finì come sappiamo, All’epoca potevi fare ventidue ore di pullman senza stancarti, adesso sarebbe impensabile, sono passati ventotto anni, eravamo più giovani».
Cinzia Toniolo, invece, andò in aereo. «Avendo due figli a casa non potevo andare con i pullman organizzati dai Vigilantes, quindi feci andata e ritorno in aereo. Ci trovammo in aeroporto a Verona, c’era una marea di gente con la sciarpa del Vicenza, la società aveva organizzato i pullman che ci portarono in aeroporto: una giornata a Londra con i nostri colori era una cosa fantastica». «Io quel giorno mi ero messa la sciarpa della Brigata Belfast – continua Cinzia Toniolo – per me indossare quella sciarpa fu come portare l’indimenticabile Moreno (Toniolo, ndr) a Londra». Una volta in aeroporto a Londra, direzione Stamford Bridge. «Un’atmosfera surreale, per me era fantascienza, con i tifosi del Chelsea che mi fermavano per chiedere di scambiare la sciarpa. E fantascienza per me era anche entrare nello store della squadra dove vendevano di tutto, dalle mutande alle automobili con scritto Chelsea». E dentro lo stadio? «Nell’entrare un’altra cosa che mi stupì molto furono i tornelli e le telecamere, poi il fatto che non c’erano né reti divisorie né altro. Ricordo i poliziotti a cavallo che continuavano a dirci di sederci, perché per loro il calcio era già restare seduti come in un teatro». E la partita? «Per noi era un’atmosfera diversa dalla partita d’andata vinta grazie alla rete di Zauli quando eravamo tutti in piedi in curva sud. Al gol di Luiso fu un’emozione indescrivibile: io ero posizionata dietro le panchine e ricordo Fabio Firmani che continuava a chiedermi l’ora per calcolare quanto mancava al recupero». Alla fine della partita? «Tornammo a prendere l’aereo e in aeroporto trovammo i giocatori del Vicenza e Luiso mi abbracciò. Londra fu un’esperienza unica».
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