«Il mio Riccardo III è donna». L’attrice Maria Paiato nelle vesti del perfido Duca di Gloucester nel dramma di Shakespeare

Ha la faccia severa, scolpita nel legno, di Maria Paiato, il Riccardo III che farà tremare di sdegno gli spettatori del teatro delle Muse di Ancona, da stasera (ore 20,30) a domenica (ore 16,30), per la regia di Andrea Chiodi. Sdegno per la sete di potere e di vendetta del perfido Duca di Gloucester, ma anche incontenibile ammirazione per l’attrice, che ha osato calarsi nei panni del protagonista di una delle tragedie più spietate di Shakespeare.

Ma perché una donna, Andrea Chiodi?

«Da tempo avevo in mente di coinvolgere Maria Paiato in un mio lavoro, e quando mi ha confessato che da tempo aveva nel cassetto il sogno di interpretarlo, non ho avuto dubbi: ci voleva proprio lei. Luca Ronconi, alla fine degli anni ’60, quando diresse nella parte Vittorio Gassman, disse che per un regista portare in scena il Riccardo III è possibile solo con un grandissimo primattore, un mostro sacro. Ci vogliono grande volontà e talento indiscusso, le doti di Maria».

Non conta il genere?

«Con La bisbetica domata avevo indovinato ad affidare a un uomo, Tindaro Granata, il ruolo del titolo. Con Shakespeare, non conta il genere di chi lo interpreta, i suoi personaggi sono universali. E poi, il mio Riccardo III ha sfumature ironiche, movenze infantili, che per una donna sono più facili da esprimere».

Regressione infantile, ma anche tanta superbia, e la determinazione al male, che la storia ci ha insegnato ad associare a un uomo.

«Ripeto: solo un grande interprete può dare corpo a quella cattiveria. E oggi, diciamolo, tra i grandi attori italiani prevalgono le donne».

Poi, in scena, che conferme da Maria Paiato?

«All’inizio di questa avventura ero terrorizzato: Riccardo III è personaggio prismatico, molto complesso, come Amleto e Macbeth.

Poi, ho ben presto realizzato che mi ero tuffato in un’avventura bellissima. Maria ha subito condiviso con me ritmi e valori della mia idea; ha aderito al progetto con disponibilità pronta, totale. All’inizio, con lei e con Angela Demattè, l’autrice di riduzione e adattamento del testo, ho trascorso una sorta di ritiro in campagna, per entrare in sintonia. E confesso che anche stavolta il maschio è stato messo all’angolo. Sono rimasto incantato dalle loro idee, e dalla capacità di mettersi in gioco. Dopo, Maria ha allargato la sua empatia a tutto l’ottimo cast, artefice di una magnifica armonia, perché sa ascoltare, non ama esibire il suo Ego, come di solito fanno i maschi».

Nella scelta di mettere in scena il “Riccardo III” ha giocato un ruolo quel che succede oggi nel mondo?

«Purtroppo, non puoi toccare un grande classico, senza che affiori una drammatica affinità con l’attualità. Ci piace credere che la storia abbia insegnato qualcosa, ma la sete di potere continua a guidare l’umanità. Anche se avessi scelto una versione in costume di questa tragedia, relegandola in quell’epoca, sarebbe comunque emersa la denuncia di cosa è capace la belva umana».

Cosa ha dato di sé a questo “Riccardo III”?

«Il bisogno di elaborazione di un trauma infantile, che mi ha trovato molto vicino a Maria».

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