ANCONA È di scena alle Muse, per la stagione teatrale in corso, Riccardo III di Shakespeare, dramma storico scritto intorno al 1592, che riprende gli avvenimenti avvenuti circa un secolo prima, allorché al termine della “Guerra delle due rose” il potere dei Plantageneti, diviso tra le case rivali Lancaster e York, fu sostituito dalla dinastia Tudor.
L’epoca
Al centro dell’opera sta la figura di Riccardo duca di Gloucester, di cui si racconta la proditoria ascesa al trono e la repentina caduta, quando nella battaglia di Bosworth Field nel 1485 viene sconfitto e ucciso dal Conte Enrico di Richmond, che contraendo matrimonio con Elisabetta di York inaugura appunto il predominio della casata Tudor: quella, per intenderci, della grande Elisabetta I, oggetto peraltro di un costante omaggio da parte del drammaturgo. Riccardo è un genio del male perverso e machiavellico, simbolo del potere spietato. Ha un fisico storpio e sciancato, che gli procura per contrasto un’indomabile forza negativa.
A Margherita d’Angiò, la battagliera vedova del da lui trucidato re Enrico VI, che lo aveva additato come un demoniaco scherzo di natura ricordandogli la sofferenza della madre per mettere al mondo «un impasto mal lievitato e deforme», così beffardamente risponde: «Ordunque, poiché il cielo mi ha voluto così deforme, sia l’inferno a farmi altrettanto deforme nell’anima».
Lo spettacolo delle Muse, a cui abbiamo assistito in prima l’altra sera, che è una riduzione e un adattamento di Angela Demattè con la regia di Andrea Chiodi, è realizzato con bella assonanza allo spirito scespiriano, con una lettura scenica di sostanziale essenzialità: il lungo tavolo e le poltroncine al centro, girato e rigirato all’occorrenza a esemplificare le convulsioni degli animi nel travaglio emotivo dei protagonisti; la bara che incombe sospesa in alto, testimone e muto contenitore degli assassinii che si ripetono.
Ma è soprattutto debitore di una felicità d’ascolto con riguardo all’interpretazione, con la spiccata rilevanza della protagonista attrice Maria Paiato, che veste in travesti i panni maschili del sinistro sovrano usurpatore. E’ un’immedesimazione, la sua, che ha quasi del prodigioso. I colleghi al suo fianco non le sono comunque da meno, nel robusto rilievo conferito ai rispettivi ruoli. Oggi e domani le repliche.
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